Andato in scena presso il Teatro della Pergola di Firenze
Leone d’Oro alla carriera della Biennale Teatro 2026, Emma Dante innerva la sua produzione drammaturgica delle tensioni viscerali che caratterizzano le relazioni affettive nei contesti di incomunicabilità, marginalità e violenza.
L’angelo del focolare, che aveva debuttato al Piccolo Teatro Grassi di Milano nel 2025, ha portato per la prima volta, al Teatro della Pergola di Firenze, la cifra stilistica della drammaturga, che sembra essersi data il preciso mandato di aprire un varco nel privato delle mura domestiche, troppo a lungo incubatrici di dinamiche familiari disfunzionali, protette da retaggi culturali apparentemente inviolabili e sacrali.
Il tema del femminicidio è affrontato in tutta la sua atrocità, nel vivo di un quadro volutamente ispirato alla tradizione patriarcale e il corpo della vittima è già, a premessa, al centro della scena, disteso e inerme nella vuota penombra.
Intorno al corpo si ricostruisce gradualmente il luogo del delitto; ad opera degli stessi membri di questo gruppo di famiglia in un interno, entrano in scena gli arredi di un appartamento, gli elementi iconografici prescelti dalla stessa regista per rappresentare le pratiche della vita e del lavoro della casalinga. A poca distanza dal cadavere, si posiziona quindi il tavolo da pranzo, mentre sullo sfondo si sistema uno stendino con ancora i panni stesi e un lettino disfatto. Gli angoli immediatamente prospicienti alla platea sono occupati, invece, da un lato da una poltrona da salotto e dall’altro da un gabinetto e un catino pieno d’acqua.
La casa parla dei suoi abitanti ancor prima di loro, raccontando subito una condizione sociale non agiata, ma anche la vita di una madre che ha dimenticato di essere donna e la depressione di un figlio, che si consuma fra le lenzuola sgualcite del suo giaciglio. Non una parete divide le varie zone dell’abitazione, come ad indicare che non esiste, in questo ambiente, uno spazio vitale personale; tutto è condiviso e tutto è posizionato attorno al cadavere, che si era esclusivamente speso, sino alla morte, tra attività di pulizia e accudimento.
Eppure, nonostante quel corpo in mezzo alla sala, potrebbe sembrare una qualunque mattinata, in una qualunque casa italiana, in cui si aggirano, ancora frastornati dal sonno, dei personaggi in preda alle prime necessità del risveglio. La donna deceduta (Leonarda Saffi) sembra non esistere; il marito (Ivano Picciallo), in mutande e canottiera, la scavalca per andare in bagno, come fosse un mucchio di panni sporchi. L’aria dell’alba si riempie del pungente odore di urina, mentre il figlio (David Leone) sonnecchia seduto al tavolo, lamentando che il latte nella tazza è freddo.
Scaldare il latte per un figlio è un buon movente perché il corpo della madre si risollevi dal torpore, stanco e indolenzito, come dopo una scomoda dormita sul pavimento e, se non fosse per la fronte ferita e per quell’atmosfera di infelicità che inizia già a pesare, raggiungere il ragazzo apparirebbe quasi naturale, sotto le luci di Cristian Zucaro che, ora, fanno pieno giorno.
I primi buffi battibecchi, in un impasto dialettale dalle sonorità meridionali, lasciano intendere la non facile convivenza della donna con l’anziana suocera (Giuditta Perriera), ma anche gli inquietanti malumori di un marito ottuso e prepotente, che si presenta come un tirannico nullafacente.

Si avverte progressivamente il montare di un clima di insalubre ristagno relazionale, l’aria viziata di una patologica omeostasi, la tenuta di ruoli cristallizzati e irrigiditi, che rischiano da un momento all’altro di incrinarsi pericolosamente. Il talento della Dante si esprime proprio nella riproduzione fedele del pathos crescente del conflitto, che si porta, e senza sconti, fino al climax dell’aggressione fisica; l’angoscia di tutti i personaggi è espressamente corporea, posturale, palpabile e racconta un profondo senso di colpa irrisolto, protagonista assoluto della lite tragica culminata nello schiaffone sferrato dal padre padrone. Il pubblico trasale e nel brusio generale è l’Adagio in Sol minore di Tomaso Albinoni ad accompagnare il commovente funerale.

La donna ha un braccio sollevato, aggrappato ad un crocifisso, in un agghiacciante rigor mortis, davanti al quale l’omicida si dispera, mentre l’anziana suocera prega; il figlio orfano, intanto, la reclama piangendo, nello struggente momento del commiato e lo spettacolo potrebbe reputarsi finito, se non prendesse invece a scuoterla, fino a ridestarla.
Non può che impressionare questo zombie che non smette di morire e resuscitare, come un essere mostruoso immortale e forse qualcuno in platea, in segreto, si dispiace nel comprendere che la mattanza non ha dato esito fatale al calvario bestiale; l’angelo caduto torna al suo quotidiano infernale, che fa dell’omicidio e della violenza un meccanismo abituale, un agito seriale, che si ripete ancora e ancora fino a perdere valore.

La catena dolorosa degli eventi non si spezza, seppure la si forza, nel tentativo di interrompere il legame che alimenta continuamente il riepilogarsi della morte apparente. Nelle colluttazioni tra i due genitori è la rabbia ad esprimersi corporalmente; gli attori espongono muscoli e tendini tesi e, accaldati come cani da combattimento, si rincorrono tra loro, senza esaurire la spinta distruttiva. Il figlio non riesce a frenarli, impotente, rassegnato, frutto e prova vivente, egli stesso, dell’efferata violenza di uno stupro, culminato in matrimonio riparatore. E tutto lo spettacolo è un tentativo di riparazione fallito, nella fuga impossibile da un labirinto del Minotauro, in cui l’unico filo rosso è quello del sangue.
L’omicidio riprende e ci rammenta, in una sequenza estenuante, che la vittima non è solo una, ma il simbolo di tante.
A ripetersi è anche tutta la trama che precede ogni volta lo stesso finale, a cui la vittima partecipa insieme al carnefice, senza mai uscire di scena e provare veramente a sottrarsi al copione che le spetta. La rappresentazione non concede soluzioni, non fornisce alternativa, ma attraverso l’espediente della ciclicità narrativa, amplifica e collettivizza il dolore per un destino segnato; la donna angelicata, simbolo di procreazione e accudimento, è tanto venerata e idealizzata da essere alla fine disumanizzata, senza potersi svincolare dalla sua funzione sacrificale.
Lo spettacolo provoca indignazione generale per un delitto che non smette di accadere e il pubblico commosso tributa un’ovazione finale, quando la tragedia muta in una danza macabra, in cui tutta la famiglia, in camicia da notte bianca, si muove fluttuante sulle note di Alla fiera dell’est di Angelo Branduardi.
Il candore di tutti i personaggi denuncia esplicitamente il sopore della famiglia, un sistema sociale di valori in decadenza, spesso sostenuto da regole implicite, insane e retrograde, che possono arrivare a stritolare i suoi stessi componenti.
La protagonista è una moglie che ha imparato sin dalla tenera età ad essere consenziente e compiacente, mentre suo marito ha appreso a dominare, invece che ad amare, proprio da sua madre, che ancora idolatra la sua narcisistica onnipotenza infantile e vorrebbe inculcarla anche al fragile nipote.
La Dante, che ha da poco diretto la commedia Les Femmes savantes di Molière, al Théatre du Rond-Point di Parigi, sembra essersi ispirata alle celebri opere di questo autore anche nella ricostruzione dell’archetipo maschile brutale e tirannico sino al ridicolo, poco dedicandosi effettivamente a investigare un antagonista di valore centrale; del resto, il costume generale, individuato l’assassino, si prodiga a diffamarlo, colpevolizzarlo, gettarlo alla pubblica gogna, nell’intento di demonizzalo. Lo stigma rinforza così le etichette di genere che contribuiscono ad inasprire il conflitto, senza rintracciare i moventi profondi, le dinamiche educative che sono causa originaria di certa violenza familiare che sarebbe importante raccontare, per iniziare a diffondere una formazione preventiva efficace.
L’angelo del focolare
testo, regia, elementi scenici e costumi
Emma Dante
con
David Leone, Giuditta Perriera, Ivano Picciallo, Leonarda Saffi
luci
Cristian Zucaro
produzione
Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Napoli, Châteauvallon-Liberté Scène Nationale, Les Célestins Théâtre de Lyon, Comédie de Clermont-Ferrand, La Scène Nationale d’ALBI-Tarn, Le Cratère, Scène Nationale d’Alès en Cévennes, L’Estive, scène nationale de Foix et de l’Ariège, Théâtre + Cinéma Scène nationale Grand Narbonne, Théâtre de l’Archipel, scène nationale de Perpignan, Théâtre Molière, Sète – Scène Nationale Archipel de Thau, Le Parvis, scène nationale de Tarbes Pyrénées, Compagnia Sud Costa Occidentale, Carnezzeria
foto
© Masiar Pasquali/Piccolo Teatro di Milano

