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Teatrionline > Blog > Prosa > Mia Dea di Dario D’Amato Recensione di Lucia Tempestini
Prosa

Mia Dea di Dario D’Amato Recensione di Lucia Tempestini

Redazione
Ultima modifica: 25 Febbraio 2011 08:13
Redazione
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Se la vita è costretta entro il perimetro segnato col gesso di una stanzetta quadrata – una cella disadorna, dove ristagna il fetore malsano di escrementi e muffa, dove la semioscurità è un corpo acefalo e pesante (rovente o ghiacciato a seconda delle stagioni) che si nutre dello scorrere del tempo, lo mastica, lo sgretola, lo disperde – non rimane che l’andirivieni addolorato della pantonalità immaginativa gravitante intorno ai pochi nuclei (o snodi funesti) di un passato che della condizione presente è causa motrice.

Nella dimenticata discarica della derelizione umana che l’istituzione carceraria rappresenta nel nostro paese domina la privazione: di affetti, di opportunità, di identità umana, di spazio percorribile, di alimentazione decente, di diritti (all’incolumità, alla salute fisica e mentale, allo studio, al lavoro). Si perpetua nell’indifferenza, o approvazione, generale un indecoroso furto di presente e futuro lontanissimo da qualsiasi progetto di recupero sociale.

Le orecchie, la testa della giovane detenuta sono piene di echi; echi delle parole delle anziane, dei rumori del carcere, di Miti slabbrati, di voci – provenienti da invisibili parodoi – che sovrapponendosi alla voce della ragazza ne ribadiscono e amplificano strazi, ossessioni e intenzioni.

Nel silenzio della notte (ma esiste il silenzio negli istituti di pena? la tortura – una delle infinite afflizioni imposte ai reclusi – non è quella di un costante sottofondo di suoni, serrature che si aprono e si chiudono sferragliare di chiavi urla di angoscia pianti, che riportano al pensiero di lunghi anni del tutto vuoti, e al rancore verso una sopraffazione istituzionale che oggi nessun reato può giustificare?) la consapevolezza della prigionia si attenua – o si fa finta che si attenui –, visto che “il silenzio è silenzio ovunque”, e la felicità dei ricordi migliori viene lasciata libera di fluire: la figlia bambina che riempie le conchiglie con le frasi della madre per dirigerne il coro. Oppure è la disperazione distruttiva a prendere l’abbrivio suggerendo giochi pericolosi, come rallentare piano piano il respiro fino a indurre l’apnea, o stringere la bimba a sé così forte da impedire ai polmoni di riempirsi, perché adesso che è giunta la vigilia del terzo compleanno della figlia (data fatidica in cui le verrà tolta per essere data in affidamento) un’idea atroce, legata alla sfera istintuale, si sta aprendo la strada nella mente della ragazza.

Controllando con tecnica, misura e passione una quantità sorprendente di modulazioni (dal flusso di coscienza scucito ai lucidi deliri), Valentina Chico, grazie anche all’accurato fraseggio simbolico del corpo (potente e intensa l’immagine della giovane tutta racchiusa in sé, mentre le mani riverse rimangono all’esterno della linea ovoidale perfetta, come rametti spogli), fa vivere le metamorfosi della protagonista in una povera strega impotente impegnata a preparare la torta per il genetliaco della piccola imbrattandosene le mani – senza potersi più liberare di quello strazio appiccicoso, di quella simulazione di placenta –, in un’Aracne dagli occhi lucenti di hybris, in una dileggiata Medea dei nostri giorni intenta a vaneggiare intorno a pozioni venefiche di origine vegetale (aloe e belladonna) che, rivoltandosi contro la deprivazione estrema, uccide il proprio prolungamento vivente, condannandosi così a una mutilazione eternamente ritornante e al probabile spalancarsi della follia, fra cortocircuito affabulatorio e atonia mentale.

Il piccolo Gavroche de “I miserabili” è diventato un ragazzo dei giorni nostri.
Teatro Quirino, L’Oreste – Quando i morti uccidono i vivi
Ragazzi di vita
Teatro di Roma, al via Sciroppo di teatro per i più piccoli
“Talita Kum” e “Il mio compleanno”

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