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Teatrionline > Blog > Prosa > Il Don Giovanni di Filippo Timi
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Il Don Giovanni di Filippo Timi

Amelia Di Pietro
Ultima modifica: 19 Dicembre 2013 20:37
Amelia Di Pietro
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Agenzia Stampa Italia

Debordante. Esorbitante. Eccessivo. A tratti esagerato. Di Mozart e del libretto di Da Ponte è rimasto ben poco. La trama c’è tutta, i personaggi pure. Ma questo non basta per creare un’assonanza tra il Don Giovanni di Filippo Timi, andato in scena al Teatro Duse di Bologna e l’opera originale. Accordo che viene a mancare non solo nella riscrittura del testo e nella rivisitazione dei protagonisti, ma anche nella colonna sonora, che vede Mozart relegato solo in alcune scene per lasciare il posto a un accompagnamento musicale veramente eterogeneo: si va dalla musica classica al pop, da colonne sonore di cartoni animati ad atmosfere riecheggianti gli anni Ottanta.

Lo spettacolo inizia con il protagonista steso su un letto a forma di croce, alle sue spalle una riproduzione della Gloria di Sant’Ignazio di Andrea Pozzo. Sulle note di “Vesti la giubba”, più nota come “Ridi pagliaccio”, un Timi discinto inizia a indossare gli abiti del suo personaggio.

Tutto in questo spettacolo è barocco, il luccichio scintillante dell’oro acceca lo sguardo dello spettatore, dai pannelli girevoli che incorniciano la scena fino ad arrivare all’arredamento, per finire con le tazze e la teiera. Ed è in quest’atmosfera esageratamente kitsch che si entra in confidenza con il personaggio. Quello che colpisce, fin dalle prime battute, è il linguaggio completamente differente rispetto all’originale. Qui, la scelta del regista-attore, è stata quella di un lessico volgare, rozzo, pieno di luoghi comuni. Questa regressione espressiva, anche se voluta per accentuare la licenziosità, il malcostume e la lussuria dell’uomo, risulta spesso ridondante e poco proficua per penetrare nel significato profondo dell’opera.

Ma, in fondo la parola “esagerato” è la chiave di lettura per decifrare un’opera come quella che Timi ha messo in scena. A farla da padroni, in questa girandola di eccesso, sono certamente i costumi creati da Fabio Zambernardi. Essi, da soli, creano una scenografia a sé. Voluminosi, scomodi, spesso d’ostacolo sono oggetti dell’apparenza per eccellenza, dello sfarzo a ogni costo tale da divenire, in alcune occasioni, una forma di boicottaggio. Una nota d’eccezione va riservata ai meravigliosi soprabiti del protagonista, da quello cosparso di fiori usato per circuire la bella e ingenua Zerlina, a quelli fatti di parrucche e di stralci di abiti: giunto oramai alla parabola discendente che lo porterà inevitabilmente verso la rovina, questi cappotti simboleggiano tutte le donne sedotte, come se si fossero coalizzate per soffocarlo, opprimerlo e distruggerlo.

Il Don Giovanni di Timi, invece di condannare un certo tipo di atteggiamenti come la morale comune richiederebbe, gli strizza l’occhio e ci fa penetrare nella vita frivola e dissoluta dei personaggi. Una vita in cui ci si stanca presto di ciò che si possiede e, dopo averlo ottenuto, si bramano subito altre spiagge.

Ed è già dal sottotitolo della pièce – Vivere è un abuso, mai un diritto – che si percepisce predominante l’aspetto farsesco dell’esistenza. Ognuno nasce per puro caso e, proprio per questo, ciò che conta è essere se stessi, sapendo che nessuno potrà sfuggire al suo destino, per quanto misero possa essere. La vita è “un’infezione”. Insomma, nessuno è degno di stare al mondo. La morte non sarà che il giusto epilogo se si è vissuto con la consapevolezza di essere solo una “scorreggia di creazione involontaria”.

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