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Teatrionline > Blog > Commedia > “Truculentus” di Plauto rivisitato da Vincenzo Zingaro
Commedia

“Truculentus” di Plauto rivisitato da Vincenzo Zingaro

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 14 Febbraio 2016 14:54
Tania Turnaturi
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fotoVincenzo Zingaro porta in scena quella che Plauto riteneva una delle sue opere migliori, secondo la testimonianza di Cicerone, tuttavia poco rappresentata per la frammentarietà del testo.

Il regista si dedica da anni allo studio della commedia classica antica. Per promuovere lo studio e recuperare le radici culturali del teatro classico ha fondato nel 1992 la Compagnia teatrale Castalia, che ha ottenuto dal Ministero per i beni e le attività culturali il riconoscimento di organismo di produzione teatrale di interesse nazionale. La sua sede è il Teatro Arcobaleno, inaugurato nel 2002 come “Centro stabile del classico”. Dallo stesso anno partecipa con l’Università di Roma “Sapienza” al progetto internazionale “Il Teatro classico oggi”.

Nel percorso di studio e ricerca sulla commedia classica, Zingaro assembla e riscrive gli elementi originari dei testi antichi, mettendone in evidenza le tematiche fondamentali, in una rilettura personale che valorizza e decontestualizza lo spirito dell’autore classico con una rivisitazione che si ispira alla stessa “contaminatio” di Plauto, le cui palliate sono, infatti, commedie di ambientazione greca con innesti di elementi latini.

Il Truculentus è un testo difficile da rappresentare, sul quale Zingaro è dovuto intervenire in maniera radicale, facendo traslare i riferimenti dalla Grecia di Plauto alla moderna Magna Grecia, la Sicilia degli anni ’30, mutuando le guerre puniche dell’antichità con le guerre di espansionismo coloniale di inizio Novecento, il miles latino con il gerarca fascista, i postriboli romani con le procaci prostitute romagnole di ispirazione felliniana. Le parti cantate, tipiche di Plauto che è stato il precursore dell’opera buffa e del musical, sono affidate alla limpida voce di Annalena Lombardi.

Capatosta è un giovanotto (l’adulescens plautino) innamorato della prostituta Frenèsia (la cortigiana Fronesio del testo latino), redarguito dall’oste Truculentus (lo zotico). Frenèsia tenta di dare una sterzata alla sua vita facendo credere al Generale sbruffone di attendere un figlio da lui per estorcergli denaro. Terzo spasimante è il Guercio, dissennato figlio di un ricco proprietario, disposto a dilapidare il patrimonio paterno per soddisfare il suo capriccio. Trait d’union di questa ibrida comunità è Anastasia, la tenutaria del postribolo, scoppiettante di bonomia romagnola.

Questa commedia in cui si parla siciliano, è emblematica di un’Italia attraversata da drastiche trasformazioni in cui si contrappongono espansionismo coloniale e modernizzazione (allusioni all’apertura degli stabilimenti cinematografici di Cinecittà) a sacche di grande arretratezza. “Il risvolto finale drammatico – afferma Zingaro – da alcuni studiosi viene ritenuto un tradimento della distopica plautina, da altri è inteso come l’estrazione di certi umori scandagliando tra le righe del testo pervenuto, per enucleare il momento in cui tutti vengono travolti dal dramma”. È una scommessa, in cui lo “strappo”” del regista è metaforicamente rappresentato dallo strappo della gigantesca pagina del fondale su cui è scritto in latino il prologo, e dal quale entrano in scena i personaggi.

L’operazione di ricerca filologica e reinterpretazione in ottica contemporanea di una commedia scritta nel II secolo a.C. che contiene i prodromi di tipi umani universali, è attestazione della modernità di un autore che ha suscitato la risata stigmatizzando i vizi e le debolezze umane, ma era anche sensibile ai problemi sociali.

La regia asseconda le peculiarità di ciascun personaggio guidandolo con misura: Piero Sarpa è l’incontenibile Capatosta e voce dell’autore nei momenti di metateatralità; Annalena Lombardi offre la sua straripante procacità e la voce potente a Frenèsia; Giovanni Ribò regala accentuazioni caricaturali e comiche al Generale; Rocco Militano è il sarcastico Truculentus; Laura De Angelis è irresistibile nell’incarnare la figura di Anastasia che sembra uscita dall’Amarcord di Fellini; Ugo Cardinali è il Podestà, Fabrizio Passerini il servo sciocco Favino, Mario Piana il vanesio Guercio.

Le musiche di Giovanni Zappalorto riecheggiano atmosfere d’epoca con “Se potessi avere mille lire al mese” o “Maramao perché sei morto?” col sottofondo del malinconico scacciapensieri (u marranzanu) siciliano. I costumi di Emiliana Di Rubbo strizzano le due interpreti femminili in corpetti e bustini, le scene di Emilio Ortu Lieto dividono le spazio in due zone, a destra il lupanare a sinistra l’osteria, alternativamente illuminati dal disegno luci di Giovanna Venzi.

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