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Reading: “Il bronzo e la parola. Mastroianni, d’Annunzio e Quasimodo” al Vittoriale
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Teatrionline > Blog > Mostra-Museo > “Il bronzo e la parola. Mastroianni, d’Annunzio e Quasimodo” al Vittoriale
Mostra-Museo

“Il bronzo e la parola. Mastroianni, d’Annunzio e Quasimodo” al Vittoriale

Redazione2
Ultima modifica: 19 Marzo 2022 17:22
Redazione2
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Nella cornice spettacolare del Parco del Vittoriale

, connubio tra natura incantata e quel visionario “libro di pietre vive” con cui il Vate volle coronare il suo “vivere inimitabile”, prende vita dal 12 marzo all’11 settembre 2022 un inedito dialogo tra scultura e parola, tra materia e poesia, in una mostra di forte potenza visiva ed evocativa che ruota attorno a tre giganti della cultura italiana del Novecento: Mastroianni, d’Annunzio e Quasimodo.

Sembra quasi un’antitesi: la materia pesante e silente e la duttilità e il suono delle parole.

Eppure le 14 grandi sculture bronzee dal Maestro di Fontana Liri (Frosinone) esposte in questa occasione – a partire da due busti del ’39 ancora legati alle forme classiche e a Uomo del 1942 che apre al linguaggio astratto, passando per l’energica e dirompente Furia selvaggia del 1975, fino ai capolavori degli anni ottanta come Macchina sacrale (1988/1989), un bronzo di 220 cm di altezza, ultima delle sue opere monumentali – trovano echi, significati e rimandi nelle poesie selezionate di due tra i più grandi letterati del XX secolo.

Curata da Marco Di Capua e Paola Molinengo Costa, la mostra è promossa dal Vittoriale degli Italiani  insieme al Centro Studi dell’Opera di Umberto Mastroianni e al Cigno GG Edizioni di Roma, in collaborazione con Villaggio Globale International, è stata inaugurata nellambito dell’evento che il presidente del Vittoriale Giordano Bruno Guerri ha voluto titolare “Forme uniche di continuità nel tempo”.

Si sa che nell’eclettismo collezionistico di d’Annunzio (1863 -1938), la scultura occupa un posto privilegiato e che la poesia del Vate inevitabilmente ha riflessi e influenze sulla produzione figurativa del tempo, così come sappiamo che classicità e modernità s’intrecciano nell’opera di Umberto Mastroianni (1910 – 1998) che vive con passione la lezione futurista, in particolare quella di Umberto Boccioni, ma che riesce a evolversi in linguaggi nuovi e originali portando per primo l’astrattismo nella scultura italiana e superando l’amara sentenza emanata da Arturo Martini nel 1945 “scultura lingua morta”.

Non è un caso che accanto alle sculture di Mastroianni si sia scelto di esporre in mostra – eccezionale presenza – anche una delle opere chiave dell’artista futurista prematuramente scomparso: Forme uniche della continuità nello spazio, una fusione in bronzo tratta dal calco di un importante esemplare della scultura, fuso a sua volta usando il gesso di Boccioni del 1913.

A Boccioni – che già aveva polemizzato con le ingenui forme del suo tempo, ricercando con forza visionaria il movimento come “energia latente nella materia” – Mastroianni si riallaccia, come ha osservato Calvesi, “ma liberandosi del tutto dai residui comunque programmatici del dinamismo futurista e guadagnando altri territori alla sua immaginazione del “caos” genetico e creativo”.

Accanto alle poesie di d’Annunzio – come “La donna del Mare”, “Notturnino”  “Alba d’estate” o “Tristezza” – sono anche i versi di Salvatore Quasimodo (1901 – 1968) ad accompagnare le opere esposte; e sono evidenti le affinità dei temi intorno all’uomo, al dolore della guerra, al rapporto con l’industrializzazione moderna e le macchine del futuro.

Caduta fatale di Mastroianni, grande scultura del 1989, rinnova la sua straordinaria forza espressiva attraverso i versi di “Alle fronde dei salici” che il poeta di Modica pubblica nel ’46:

«E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento». ..

Mentre l’eterna “Ed è subito sera” ci richiama al dolore della solitudine cui l’uomo moderno è destinato, lo stesso che il grande scultore protagonista dell’esposizione fa rivivere nel lacerante coacervo materico di Ferita del 1988.

Nel 1958 Mastroianni vince il Gran Premio Internazionale della Scultura alla XIX Biennale d’Arte di Venezia. L’anno seguente Quasimodo riceve il premio Nobel «per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi».

Una classicità che connota il percorso artistico di uno altro tra i più grandi scultori del Novecento italiano, Francesco Messina (1900 – 1995), amico di Quasimodo fin dalle prime frequentazioni degli ambienti artistici e intellettuali italiani negli anni Venti, che insieme a Boccioni è l’altro “ospite illustre” di questo omaggio a Umberto Mastroianni al Vittoriale e dell’intenso dialogo tra l’opera bronzea e la poesia, ispirato dalla figura dell’artefice di questo luogo unico.

Di Messina, che non abbandonerà mai la figurazione, è esposto in mostra un assoluto unicum legato alla figura del cavallo, tra i suoi soggetti preferiti: il bozzetto originale – gelosamente conservato dall’artista, fino a poco tempo prima della sua scomparsa, nella sua residenza estiva di Gardone – di Prima Quadriga (Quadriga con coda lunga) del 1941, maestoso gruppo scultoreo che l’artista catanese aveva progettato per il prospetto del Palazzo dei Congressi all’EUR, mai realizzato a causa della guerra.

Quasimodo scriverà di Umberto Mastroianni – in occasione del volume edito insieme a doppia firma Quasimodo/Mastroianni negli anni Cinquanta – “Nello scultore laziale i momenti negativi e positivi dell’idealismo sono già fusi all’inizio; non si tratta per lui di procedere nell’esclamazione, enfatica, retorica, o nel metallico disumanizzato della macchina per risolvere il binomio romantico-classico. Di classico in Mastroianni c’è la fiducia nella formazione della materia per intervento dello spirito. Di romantico, l’identica misura di “tempesta” che afferma la mente come emozione, l’uomo come anima, nella fase della creazione”

Che gli artisti, come Mastroianni, siano capaci di captare il senso autonomamente vitale e libero della forma o che, come Messina, rimangano fedeli al volto e al corpo, vale ciò che Jean Cocteau riservò all’opera di quest’ultimo: “L’arte è una vibrazione immobile”.

Un’espressione perfetta per definire il mondo della scultura italiana consegnataci da un poeta, mettendo ancora una volta in evidenza il nesso indissolubile, il patto stabilitosi tra il silenzio dell’arte e quella parola che ogni volta le ridà vita.

Umberto Mastroianni nasce a Fontana Liri, in provincia di Frosinone, il 21 settembre 1910.

Dopo gli studi presso l’Accademia di San Marcello a Roma, si trasferisce con la famiglia a Torino, proseguendo la sua formazione sotto la guida del maestro Guerrisi. Le sue prime opere hanno un’impronta futurista; in particolare sarà influenzato dalle opere di Boccioni che Mastroianni tinge però di neo-cubismo.

L’artista sarà il fondatore nel 1947 del Premio Torino e, nel corso della sua vita, riceverà importanti riconoscimenti quali il Gran Premio Internazionale per la Scultura (Biennale di Venezia 1958) e il Premio Imperiale di Tokyo (1989).

Artista di fama mondiale, Umberto Mastroianni muore il 25 febbraio 1998 nella sua casa-museo di Marino (Roma) lasciando ai posteri numerosi capolavori.

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