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Prosa

Polvere – Dialogo tra uomo e donna

Ester Formato
Ultima modifica: 19 Ottobre 2015 14:52
Ester Formato
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fotodi Saverio La Ruina

con Saverio La Ruina, Cecilia Foti

musiche originali Gianfranco De Franco

contributo alla drammaturgia Jo Lattari

contributo alla messinscena Dario De Luca

aiuto regia Cecilia Foti

disegno luci Dario De Luca

audio e luci Gennaro Dolce

realizzazione quadro Ivan Donato

organizzazione e distribuzione Settimio Pisano

Produzione Scena Verticale con il sostegno di Comune di Castrovillari, si ringrazia il White Dove di Genova

———

“Polvere” è un lavoro di Scena Verticale, scritto e diretto da Saverio La Ruina, interpretato dallo stesso e da Cecilia Foti.

Una drammaturgia incanalata in una struttura episodica la cui apparente frammentarietà – le scene sono intervallate dal buio in assito – diviene un efficacissimo meccanismo che svela un progressivo aumento della tensione dialogica.

Una relazione tra uomo e donna è il fulcro di “Polvere”, vista attraverso un graduale annientamento della volontà altrui e l’annullamento di ogni sorta di verità e fiducia. Queste ultime, infatti, divengono oggetto di una manipolazione verbale che è violenta quanto un vero e proprio stupro, anzi ne è angoscioso calco che da un lato lo riesuma dalle ceneri del ricordo e d’altro canto lo riproduce a ripetizione con le parole, con toni insinuanti e fastidiosamente melliflui. É la preziosa prova interpretativa di La Ruina la cui voce, così monotòna, fa del testo del dramma un orrendo copione di un interrogatorio che si trasforma in estenuante rito ciclico.

I diversi episodi che vi si presentano sono ambientati tutti – tranne che per il primo quadro – in una stessa stanza, un ipotetico livingroom; un tavolo posto frontalmente alla platea, due sole sedie, e un quadro in un raggio di azione segnato da una moquette che simbolicamente lo perimetra, uno spazio chiuso, claustrofobico a quinte ristrette. Una delle cose che ci incuriosisce dello spettacolo è l’uso dei microfoni che si rende necessario visto il tono recitativo della Foti e specialmente di La Ruina, piano, fatto di poche variazioni, quasi come un sussurro che accompagna la sequenza di movimenti che spesso di ripete, ad ogni scena: egli le appoggia le mani sugli arti, e due sono le azioni che impone, sedersi l’uno di fronte all’altra e pensare ad una “corretta” formulazione della risposta.

Una maieutica crudele è quella che emerge dal dialogo e che attraverso i banali concetti della vita quotidiana sonda l’inconscio dell’altra ingabbiandola in un incubo perenne che altera la percezione di se stessi e di chi si è scelto come partner. Persino i gesti involontari, anzi soprattutto questi, sono mirabilmente fatti emergere attraverso il dialogo come in un orribile processo psicoanalitico.

La scelta recitativa è preponderante, fruttifero è l’impatto sul pubblico che prova una sensazione di pericolo e di fastidio al contempo, e chiara è la prevalenza del linguaggio non verbale su quello verbale (e proprio quello non verbale definisce i rapporti umani, specialmente quelli di coppia).

Una proposta, quindi, che arreca una riflessione profonda non soltanto sull’argomento trattato (la violenza tra uomo e donna, l’assuefazione psicologica, la distorsione della verità), ma sulla capacità della mimesi teatrale di fornire un’accorta e studiata campionatura di gesti e di modulazioni vocali che attimo dopo attimo, nel loro riprodursi e ripetersi sulla scena, veicolano la lenta e inesorabile “decostruzione” della relazione umana, un’invisibile deturpazione del concetto “Amore”, qui solo vezzeggiativo comandato, nome che serve soltanto a negare l’individualità. Se ogni gesto del personaggio di La Ruina è calcolato, platealmente agito come se appunto egli seguisse un copione preciso per uccidere psicologicamente l’altra persona, quello di Cecilia Foti è materia plasmabile, progressivamente indifeso e fragile; ogni singolo gesto o parola postole sotto accusa perde la sua ragion d’essere o alla peggio assunto a prova di disonestà e perciò ostacolo alla comprensione reciproca, oggetto d’inquisizione e di morbose ricostruzioni.

La violenza approda ad una sistematizzazione precisa così come la polverizzazione dell’individuo assume sempre più consistenza; tali dinamiche sono dunque, rese con piena coerenza nella drammaturgia e nell’impianto formale dello spettacolo. “Bastiamo solo io e te”, “Ci abbracciamo e poi passa tutto, succede sempre così no?” sono le battute che restituiscono splendidamente la morbosa ritualità ed esemplifica il rapporto fra scrittura, forma e recitazione. Lo spettatore è così chiamato ad entrare con i suoi occhi e con il suo udito nelle trame di un’intimità malata, chiedendosi per qual motivo pare che sia impossibile uscirne, e travalicando il mero confine fra vittima e carnefice. La realtà è ulteriormente complessa, la fragilità non è l’innocenza, la paura nemmeno. La banalità del male s’insinua in entrambe le parti, comunica con un linguaggio mistificante ed insidioso che Sergio La Ruina e Cecilia Foti hanno afferrato in pieno.

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