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Prosa

La torre d’avorio

Redazione
Ultima modifica: 25 Gennaio 2013 13:32
Redazione
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foto
Foto di Bepi Caroli

di Ronald Harwood

traduzione Masolino d’Amico

Personaggi e interpreti in ordine di apparizione:

Il Maggiore Steve Arnold Luca Zingaretti
Emmi Straube Caterina Gramaglia
Tenente David Wills Peppino Mazzotta
Helmuth Rode Gianluigi Fogacci
Tamara Sachs Elena Arvigo
Wilhelm Furtwängler Massimo De Francovich

produzione Zocotoco srl

scene Andrè Benaim

costumi Chiara Ferrantini

luci Pasquale Mari

regia Luca Zingaretti

Luca Zingaretti, nella divisa del maggiore statunitense Arnold e Massimo De Francovich nel ruolo del direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler, sono i protagonisti di La torre d’avorio (in originale Taking Sides), un’opera nella quale il britannico Ronald Harwood (premio Oscar per la sceneggiatura di Il pianista di Roman Polansky) porta sulla scena il rebus morale dell’autonomia dell’arte di fronte alla politica.

Luca Zingaretti, non solo interprete ma regista, riporta in scena la controversa e affascinante storia del grande direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler insieme a Massimo de Francovich, Peppino Mazzotta, Gianluigi Fogacci, Elena Arvigo e Caterina Gramaglia.

“La commedia – scrive Masolino d’Amico che ha curato la traduzione del testo – debuttò a Londra nel 1995 per la regia di Harold Pinter e fu ripresa a New York e in molte altre città. Il titolo originale, Taking sides, significa letteralmente “schierarsi”: non un gran che in italiano, meglio comunque di quello appioppato al film di Istvan Szabò del 2001 (con Harvey Keitel e Stellan Skarsgard), A torto o a ragione. Proponendo di renderlo come La torre d’avorio si è voluto alludere alla condizione di orgoglioso isolamento che l’artista crede, forse a torto, di potersi permettere sempre.”

Berlino 1946. È il momento di regolare i conti e la cosiddetta denazificazione – la caccia ai sostenitori del caduto regime – è in pieno svolgimento. Gli alleati hanno bisogno di prede illustri, di casi esemplari che diano risonanza all’iniziativa. Viene così convocato, nel quadro di una indagine sulla sua presunta collaborazione con la dittatura, il più illustre esponente dell’alta cultura tedesca, vale a dire il direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler, universalmente acclamato accanto a Toscanini come il maggiore della prima metà del secolo. Furtwängler non era stato nazista e anzi non aveva nascosto di detestare le politiche del Terzo Reich; era anche riuscito a non prendere mai la tessera del partito. Ma nel buio periodo dell’esodo di molti illustri intellettuali che avevano preferito trasferirsi all’estero piuttosto che continuare a lavorare in condizioni opprimenti, era rimasto in patria, e aveva svolto la sua attività in condizioni privilegiate. Aveva scelto, in tempi durissimi, di tenere accesa la fiaccola dell’arte e della cultura, convinto che questa non abbia connotazione politica; e aveva sfruttato il suo prestigio per aiutare, all’occorrenza, persone perseguitate o emarginate. Si era anche scaricato la coscienza barcamenandosi per esibirsi nel minor numero possibile di occasioni ufficiali; pur di non stringere la mano a Hitler, in una occasione famosa e fotografata, aveva fatto in modo di continuare a impugnare la bacchetta con la destra. Dai suoi compatrioti, quasi tutti melomani, era sempre stato venerato alla stregua di una divinità super partes e anche dopo la fine della guerra nessun tedesco si era sentito di addebitargli alcunché.

Ma ecco ora che i vincitori vogliono vederci chiaro, e se possibile far crollare anche questo superstite mito della superiorità germanica. Consapevoli del fascino che il grande artista esercita su tante persone, essi affidano l’indagine a un uomo che dà ogni garanzia di esserne immune: un maggiore dell’esercito che detesta la musica classica, venditore di polizze assicurative nella vita civile e quindi molto sospettoso nei confronti del prossimo; un plebeo che disprezza le sdolcinatezze borghesi; un giustiziere sacrosantamente indignato dalle ingiustizie e dalle atrocità che ha visto perpetrare in questa corrottissima zona dell’Europa; soprattutto, un americano convinto nell’eguaglianza di tutti gli uomini sia nei diritti sia nelle responsabilità.

“Ronald Harwood – prosegue Masolino D’Amico – l’autore di “Servo di Scena”, ma poi anche di numerosi altri testi teatrali, letterari e cinematografici (uno dei quali, la sceneggiatura del “Pianista” di Roman Polanski, premiato con l’Oscar) è contemporaneamente ebreo, appassionato di musica (ha scritto una commedia su Mahler, un romanzo su César Franck) e sudafricano: in grado quindi sia di guardare il contegno di Furtwängler con gli occhi critici di una delle vittime, sia la tracotanza del filisteo maggiore Arnold con quelli di qualcuno per cui l’arte sia un bene supremo e irrinunciabile, sia l’atteggiamento dei vincitori dalla prospettiva di uno di loro ma che non è coinvolto come loro. Lo scontro tra due avversari così diversi e così poco disposti a capirsi – soprattutto, ciascuno dei quali è convinto delle proprie ragioni – offre teatralmente quello che nella boxe è considerato il match ideale, tra il picchiatore e lo schermidore; tra coloro che assistono, variamente coinvolti, paio offrono testimonianze ambigue, che potrebbero andare sia a carico sia a discarico dell’imputato. Del resto l’episodio è storico, all’epoca Furtwängler fu veramente indagato e in qualche misura umiliato, e se le accuse poi caddero la sua immagine pubblica non recuperò più del tutto la limpidezza di una volta. Il suo caso suscita interrogativi che nessuna formula sembra aver risolto ancora oggi, e assai modernamente l’autore non propone risposte, ma sollecita ogni spettatore a dare la sua. Con un regime infame non si deve collaborare, questo è ovvio. Ma svolgere un’attività artistica equivale a collaborare? Per qualcuno, sì: si contribuisce a dare un’immagine positiva di un Paese che invece è marcio. Per qualcun altro, no: se mostri l’arte, la bellezza, ai tuoi concittadini per quanto oppressi, aiuti a tener vivo in loro qualcosa che un giorno potrebbe aiutarli a riprendersi. In molti casi la questione può essere risolta dalla coscienza individuale: se non voglio i soldi, mettiamo, di quel tale editore le cui posizioni politiche non condivido, posso pubblicare con qualcun altro. Ma quando si tratta di un personaggio così rappresentativo, che le sue scelte costituiscono un esempio per tutti?”

Venerdì 1 febbraio alle 18.15 Luca Zingaretti e la compagnia incontrano il pubblico al Teatro della Pergola, ingresso libero, coordina Riccardo Ventrella.

LA VERITA’ DI CHI?

INTERVISTA A LUCA ZINGARETTI

Che cosa ha trovato di così seducente in questo testo di Ronald Harwood, tanto da convincerla a mettere in scena ed interpretare La torre d’avorio?

Mi è capitato fra le mani questo testo e sono rimasto molto stupito, anzi direi quasi ‘fulminato’ dalle tematiche affrontate dall’autore. Forse la riflessione più importante è l’analisi del rapporto esistente tra arte e cultura da una parte e potere politico dall’altra: trovo che questo confronto sia di grandissima attualità, specialmente nel periodo in cui il mondo sta vivendo adesso, dove tutto viene sempre manipolato dal potere politico. Oggi si dichiarano le guerre basandosi solo su dei sospetti, i conflitti si preparano politicamente, ecco perché credo che sia estremamente importante capire quale debba essere la funzione dell’arte e della cultura rispetto al sistema e alla politica.

Dal punto di vista della regia, quale idea prevale?

Lo spettacolo ha varie sfaccettature perché accanto all’interrogativo sull’atteggiamento che gli intellettuali dovrebbero mantenere di fronte al potere, emerge anche l’orrore della guerra. E poi c’è la ricerca della verità, tutti la cercano ma esistono più verità, in una battuta addirittura si dice: “La verità non esiste, la verità di chi?”. Sono tante le tematiche e io volevo riportare questa ricchezza in palcoscenico, esaltando la capacità del testo di esporre le proprie diverse tesi e facendo in modo che il pubblico le potesse recepire il più chiaramente possibile. In questo senso la mia regia – sia per la scenografia e i costumi che per la recitazione degli attori – è molto asciutta.

Il suo personaggio – un maggiore dell’esercito che detesta la musica classica – e quello del direttore d’orchesta Wilhelm Furtwängler, interpretato da Massimo De Francovich, appaiono due figure agli antipodi. Alla fine i due trovano un punto di incontro?

Direi proprio di no, loro due hanno una diversa visione del mondo. Durante le prove agli attori spiegavo che questi personaggi sono portatori di un pensiero forte e di un pensiero debole, ‘uno di destra e uno di sinistra’: Furtwängler parla di ideali e di grandi temi, l’altro invece è strettamente legato alla realtà delle cose, all’ordinarietà della vita quotidiana. Come si fa a dire che certe motivazioni sono più forti e giuste di altre? Ognuna ha la sua ragion d’essere.

Il titolo dello spettacolo La torre d’avorio allude alla posizione dell’intellettuale chiuso, con la sua cultura, in una torre d’avorio rispetto al mondo che lo circonda. Un artista deve essere giudicato soltanto per la sua arte o anche per le scelte fatte nella vita privata?

La nostra più grande sorpresa è stata che, una volta debuttato, ci siamo accorti che la drammaturgia di Harwood è abilissima. Il pubblico assiste quasi ad un processo dove le parti in causa tirano fuori le notizie pezzo per pezzo, come un puzzle che alla fine si ricompone. Questo testo, in qualche modo, è un giallo, per cui si deve scoprire chi ha ragione e chi ha torto. L’aspetto più bello è che non viene presa una posizione rispetto alle tematiche esposte, anzi si forniscono quegli elementi di riflessione che permettono al pubblico di tornare a casa e decidere da quale parte stare. Come nei capolavori, i grandi classici, vedi il personaggio che parla e pensi che abbia ragione lui, poi ne vedi un altro e ti sembra che la ragione questa volta sia da un’altra parte… Questa è la forza degli argomenti dello spettacolo, che in qualche modo seduce chi ascolta e guarda.

Angela Consagra

Orario spettacoli: dal martedì al sabato: ore 20.45, domenica: ore 15.45.Prezzi biglietti interi: Platea: € 27 + € 3 (diritto di prevendita) € 30, Posto Palco: € 20+ € 2 (diritto di prevendita) € 22, Galleria: € 13,00 + € 2 (diritto di prevendita) € 15

______________________________________________________________________________

Paola Pace – Ufficio Stampa Teatro della Pergola, 055/2264347 tel. stampa@teatrodellapergola.com skype paola-pace

“7 minuti” di Stefano Massini. Uno spettacolo di Alessandro Gassmann
Questo è il mio nome
Si nota all’imbrunire
Romeo & Juliet (are dead)
Pro Patria di e con Ascanio Celestini
TAGGED:La torre d'avorioteatro della pergola

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