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Teatrionline > Blog > Prosa > La coscienza di Zeno
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La coscienza di Zeno

Giovanni Luca Valea
Ultima modifica: 15 Gennaio 2014 19:48
Giovanni Luca Valea
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fotodi Tullio Kezich dal romanzo di Italo Svevo

con Giuseppe Pambieri

e con (in ordine alfabetico) Silvia Altrui, Nino Bignamini, Giancarlo Condé, Guenda Goria, Margherita Mannino, Marta Ossoli, Antonia Renzella, Raffaele Sincovich, Anna Paola Vellaccio, Francesco Wolf

Scene Lorenzo Cutùli

Costumi Carla Ricotti

Musiche Giancarlo Chiaramello

Regia Maurizio Scaparro

Bene farebbe Zeno Cosini ad attendere ancora un poco prima di accendere la fatidica ultima sigaretta, ché c’è in parte da consolarsi per la riuscita parziale della messa in scena del capolavoro sveviano, La coscienza di Zeno. Sullo sfondo di una Trieste mitteleuropea, già affascinata dai primi risultati della psicanalisi, in arrivo da Vienna, si svolge la vicenda di Zeno Cosini, giovane commerciante in odore di facile ricchezza. Comincia proprio dal confronto con uno psicanalista, come ad indicare la via che imboccherà il personaggio, la lunga serata di Giuseppe Pambieri nei panni di Zeno. Così, a scopo curativo, su indicazione di un dottor S. nel quale nessuno faticherà ad individuare Sigmund Freud, Zeno ripercorre le tappe della sua vita: dalla morte del padre al matrimonio con la meno desiderata delle sorelle Malfenti, dalla disastrosa condotta commerciale di suo cognato Guido, che morirà suicida, suo malgrado, fino alla relazione extraconiugale con Carla. Il fil rouge che lega tristemente il protagonista alla società borghese è una malattia di origine psicologica, un’ipocondria accompagnata da una tragica inettitudine nei confronti della vita, resa ancora più mortificante da un mondo nel quale tutti appaiono sani ed incrollabili nelle loro certezze. Eppure, sarà proprio l’inquietudine determinata da questa inadeguatezza a impedire a Zeno di cristallizzarsi nella sua malattia: sussiste in lui un disperato bisogno di salute, che lo porta a considerare la vita non come bella o brutta, ma come esperienza del tutto originale, nel quale persino un malato immaginario come lui potrà riuscire. Il finale lo vedrà, infatti, protagonista di un’insperata vittoria morale sui cosiddetti sani: liberatosi dalle grinfie del dottor S., la cui presenza non gli procurava più alcun beneficio, Zeno si dirà finalmente soddisfatto del proprio stato di salute, e potrà finalmente coincidere pienamente con il suo lato borghese.

Nel lavoro di Scaparro non mancano, a Zeno, i tic che Svevo gli ha assegnato, né gli fanno difetto le nevrosi: il comico zoppicare di cui è vittima ne è la prova più evidente. Eppure, nella loro resa, essi non rendono il personaggio abbastanza debole, abbastanza, scriveremo, inetto. Il disincanto di Zeno appare, allora, forzoso: la figura del protagonista è troppo vicina a quella di un uomo vincente, fortunato, finanche troppo saggio ed accorto nei confronti della vita. Troppo ridente è il volto di un uomo che ha ricevuto uno schiaffo dal padre morente che tentava, forse, di respingerlo definitivamente. Si è trascurato, oserei dire, l’incapacità di Zeno nel relazionarsi con il mondo: la sua malattia ha ceduto il passo ad un’ironia che, seppur sottile, ha finito per concentrare su di sé le attenzioni. Certo, è pur vero che Zeno, a differenza degli altri antieroi sveviani, riesce a raggiungere uno stato ottimale di salute: ma il processo è lungo e, per certi versi, oscuro. Anche dal confronto con Guido Speier non sono emersi elementi confortanti: la differenza tra i due ha finito per assottigliarsi, e Zeno ha trionfato sin da subito su quello che è risultato essere più un gradasso che un vero commerciante, laddove avrebbe dovuto, io credo, esitare maggiormente. Splendido, invece, il vagabondare dei sentimenti di Zeno all’interno della famiglia Malfenti, con il protagonista che non si lascia sopraffare dalla cattiva sorte che in un primo momento pare accanirsi contro di lui, quando ben due delle figlie rifiutano la sua proposta di matrimonio. È forse quando Zeno si dichiara ad Augusta che l’intento comico del regista meglio si accorda alla trasposizione teatrale: è da quell’istante che la rappresentazione dovrebbe ripartire, meglio bilanciando i momenti meditativi e quelli più propriamente ironici. Ad ogni modo, non ci si inganni sul conto del lavoro di Scaparro e dello straordinario Pambieri: il talento degli attori e l’amore per l’opera di Svevo sono emersi con assoluta chiarezza, e non sono mancati momenti di assoluta godibilità, grazie ad una scenografia di rara eleganza, opera di Lorenzo Cutùli. Forse, quello che è mancato, a La coscienza di Zeno, è stata l’esaltazione della debolezza, di un’inettitudine che frustra con costanza i tentativi di assicurarsi una vittoria sulla vita. Zeno è apparso troppo brillante, eccentrico: l’opera di Svevo era nata per essere, da sempre, il trionfo dei perdenti.

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