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Teatrionline > Blog > Prosa > “Il padre” di August Strindberg
Prosa

“Il padre” di August Strindberg

Barbara Codogno
Ultima modifica: 11 Febbraio 2015 22:11
Barbara Codogno
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fotocon Loris Contarini, Marta Bettuolo, Erica Taffara, Pierantonio Rizzato, Gianni Bozza

scene Silvia Collazuol e Erica Taffara
regia Stefano Eros Macchi
produzione T.O.P. – Teatri Off Padova

———–

Un sold out strepitoso quello di martedì sera al Teatro Verdi di Padova.

Una scenografia minimalista particolarmente efficace. Cubi rossi a simboleggiare un trono sul quale giganteggia il Capitano Adolf, marito di Laura e padre di Bertha.

Alle spalle un separé nero fasciato di tela bianca, a riprova delle ferite di cui reca traccia la struttura intrinseca della “casa” in cui si svolge il dramma.

Una malattia evidente, i teli bianchi sono garze che avvolgono e occultano la cancrena.

Che sotto quelle garze ci abiti la malattia si respira nell’aria, così quando le garze avvolgono – nella scena finale – il corpo ormai esausto del capitano, mura marcite e mente vacillante vengono mangiate dallo stesso male.

La storia. Adolf è un uomo rigoroso e inflessibile che si scontra con la moglie sull’educazione della figlia. Egli la vorrebbe insegnante, lavoro che, a suo avviso, ben si addice a una donna; mentre la madre vorrebbe piuttosto venissero valorizzate le inclinazioni artistiche della fanciulla. A partire da questo punto – assolutamente pretestuoso nell’economia malata della dinamica familiare – tra i due è la guerra.

Si sa che il dubbio, come il desiderio, è contagioso. La scena si apre con il capitano a rimbrottare un attendente per aver ingravidato la sua serva. L’attendente, che non vuole assumersi alcuna responsabilità di paternità, istilla il dubbio contagioso: nessuno può provare che il figlio sia mio. Peggio: nessun padre può essere mai certo della paternità dei figli.

A riprova l’attendente suggerisce l’idea di un terzo a mescolar le carte, o meglio, le lenzuola, nella faccenda.

Qui scatta il tarlo nel capitano che si sovviene di come anche in casa sua si fosse istituito un triangolo, un menage à trois, e proprio poco prima che Laura annunciasse la sua gravidanza.

In una lotta senza quartiere tra uomo e donna, nel dramma di Strindberg si evidenzia un passaggio storico importante, quello della liberazione femminile e della caduta di un pensiero dominante. Laura è una grande combattente. Cavalca l’incertezza del marito per condurlo al suo definitivo spodestamento: l’annichilimento e l’annientamento fisico del marito.

In un susseguirsi di dialoghi importanti, assistiamo a una danza mortale tra i due sessi; questo testo di Strindberg, reso magistralmente in scena, suggerisce una riflessione attuale e importantissima: i figli sono delle madri.

Che a dirlo così sembra quasi un pensiero reazionario. Perché molto si è ri-costruito attorno a una genitorialità e a una progettualità condivisa. Manca, semmai, un sistema di relazione forte e allargato, di sostegno: troppo spesso le madri si trovano da sole a sostenere la genitorialità.

Ma non è di questo che intendo parlare.

Quando dico che i figli sono delle madri intendo ridare il perduto peso specifico alle relazioni matrilineari, il che, semplicemente, significa dare ragione di essere al nutrimento dell’anima.

Ritrovare le proprie radici, quelle che albergano nel ventre della madre. Rigenerare, rinnovare le relazioni, custodire lo spirito vitale, tramandare l’eredità dell’amore senza limiti e del coraggio infinito – lo scrivo citando Clarissa Pinkola Estés – in poche parole: far germogliare l’anima.

Il linguaggio e la prepotenza di un certo tipo di maschile ha fallito, clamorosamente. È innegabile.

Se invece i figli sono delle madri, delle donne, allora forse ricominceremo a parlare. Perché il linguaggio delle madri non significa affatto esclusione del maschile. Ricostruiamo la parola, seconda altre logiche. Perché se questo testo teatrale è stato scritto da un uomo, il futuro è invece tutto da scrivere.

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