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Playhard

Ester Formato
Ultima modifica: 25 Settembre 2015 18:16
Ester Formato
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fotoConcept testi: Elena R. Marino

Performer: Silvia Furlan

Prodotto da Compagnia Teatrincorso di Trento e Live Art

———–

La ludopatia, quale malattia dei nostri tempi, è assimilabile ad una deformante percezione della realtà in cui tutto diviene un vortice senza fine.

La compagnia trentina Teatrincorso trova il modo di parlarne su un palcoscenico attraverso una veste performativa, col supporto di un grande schermo in cui fanno capolino immagini tridimensionali tra forme astratte e slot machine mentre alla voce di Silvia Furlan, l’unica performer sulla scena, se ne alterna la stessa registrata che ha il ritmo concitato dello stile lapidario e pubblicitario di un aggressivo pseudo-edonismo. Come se i suoni, le velocità deliranti delle macchinette, i colori ipnotizzanti dei siti d’azzardo siano stati assorbiti da una coscienza ormai malata, e inserita in un processo dialettico tra due “realtà” in mezzo alle quali sta il personaggio.

Dunque, quello di Silvia Furlan è una donna che finge di ben vestirsi, finge perché il ben vestirsi non è null’altro che la proiezione di se stessa, di ciò che desidera essere: condurre una vita piena di soldi e soldi partoriti – con l’assistenza della Fortuna – da una scommessa, da uno di quelle macchinette. La “speranza” di vincere è un concetto deformante, fuorviante in grado di influenzare tutta la quotidianità di un malato d’azzardo. E’ infatti la speranza, un allucinogeno che pone questi individui – in particolare questa donna – in uno stato sostanzialmente di sospensione fra la realtà in cui si aspetta questo colpo di fortuna e quella ambìta. Ed è “solo” questione di tempo…

Pertanto la verità che emerge in questa delirante condizione quasi schizofrenica è la sconfitta, la condanna a non essere e non avere nulla, la perdita di tutto, la solitudine, l’isterica e malata volontà di giocarsi tutto sino all’ultimo euro.

Un’intuizione interessante di Playhard è quella di presentare l’unico personaggio nella maniera in cui la sua malattia lo proietti, lavorando così sulla semantica del “desiderio”. Sperare è il lavoro di questa donna, desiderare è il motore che la spinge al gioco. All’inizio la donna ha una grande valigia, tacchi a spillo, un nero vestito aderente al suo corpo e un cappottino, ella gioca ad essere un’altra e da questo si procede ad un continuo svestirsi e rivestirsi, un entra ed esci dalla realtà. I due microfoni posti uno a destra ed un altro a sinistra, lo schermo dalle immagini tridimensionali, la musica inquietante trasformano lo spazio scenico in un immaginario casinò; si dispongono carte accanto a dei bicchieri in cui ipoteticamente c’è una quota di denaro, il corpo e i suoi nevrotici micromovimenti lasciano trapelare la somatizzazione di ciò che avviene nella sua psiche. Tutto sembra plausibilmente alterato come un set da videogioco. Tutto paradossalmente è votato alla ricomposizione della verità più profonda di quella donna che coincide con la patologica illusione di “vincere” e fuggire dalla mediocrità del non essere ricchi.

Il lavoro nel complesso non propone quindi una lettura morale del tema, bensì un monologo di una ludopatica che tenta di essere dialogo con la parte più profonda e malata di sé, tradotto linguisticamente in antifrasi e paradossi. L’occhio dello spettatore è assorbito dai colori dei tavoli, macchinette, carte che sullo schermo assumono quasi tridimensionalità; il ritmo concitato di alcuni punti della narrazione si compenetrano con una musica artificiosa, puntigliosa nell’accompagnare l’evocazione di luoghi e di figure del mondo così sintetico del gioco. Non vi è chiave di lettura differente se non un crudo sguardo che cerca di internarsi nella mente di chi è preso dalla spirale del gioco e sulla scena si traduce in un impianto performativo che si serve della scrittura drammaturgica per raccontare una storia che è di molti, e che secondo le statistiche è diffusa in maniera esacerbata proprio nel nostro paese.

The Blues Legend – il Musical
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