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Teatrionline > Blog > Senza categoria > “Eternapoli”, una pericolosa e folle modernità
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“Eternapoli”, una pericolosa e folle modernità

Tiziana Iannuzzi
Ultima modifica: 24 Novembre 2015 22:13
Tiziana Iannuzzi
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fotoVendere Napoli, la sua vita, la sua realtà. Un progetto rivoluzionario e assurdo perseguito con caparbietà da una famiglia di imprenditori partenopei senza scrupoli, i Negromonte. Questo è “Eternapoli”: uno specchio fasullo, un mondo distorto, un’idea spaventosa e allucinata. Sul palco, a raccontarci il dettagliato e malato programma che vuole rendere Napoli una sorta di attrazione dove la vita non si vive ma si recita e ogni cosa è costruita secondo precise volontà, come in un teatro nel teatro, è Enrico Ianniello. Attore teatrale e cinematografico conosciuto dal grande pubblico, per “Eternapoli” veste anche i panni di regista e, inoltre, firma assieme a Giuseppe Montesano la drammaturgia di questo spettacolo tratto dal romanzo “Di questa vita menzognera”. Una messa in scena che è una vera e propria sfida: l’attore, solo sul palco, dà grande prova della sua bravura interpretando ben undici personaggi, anche contemporaneamente, e diventa l’uno o l’altro attraverso differenti tonalità vocali, atteggiamenti ripetuti, gestualità e dialoghi. Ognuno è riconoscibile immediatamente, diventa un’identità, acquista specificità, sebbene sia ospite sempre dello stesso corpo. Davanti agli occhi degli spettatori sfila un’intera umanità con i propri sogni, i propri ideali, le proprie certezze, le personalissime convinzioni politiche e religiose. Un’umanità fatta dalle voci di chi vuole illudersi, di chi vuol nascondersi, di chi desidera comandare e di chi aspira ad essere “re”. La varietà dei personaggi e dei caratteri porta all’alternarsi di situazioni comiche, terribili e spiazzanti. In una modernità dove “la gente se ne fotte, della democrazia. La libertà vuol dire sforzo, e la gente non si vuole sforzare”, si fa sempre più spazio l’elogio della menzogna, della violenza, della forza, dell’affarismo. Ad impersonare tutto ciò è il capofamiglia dei Negromonte, un uomo senza scrupoli, insensibile, fisso nelle sue convinzioni, un pervertito pater familias che si lascia scivolare addosso con noncuranza ogni evento, anche il più spiacevole, e ricopre il ruolo di vero e proprio re della casa. Un uomo che rappresenta la degenerazione di ogni valore, di ogni speranza, del buon senso comune.

Nel mondo dei Negromonte, in cui si va alla ricerca spasmodica di novità e si tenta di essere quanto più al passo con i tempi, vogliosi di un consenso facile e unanime, i numerosi richiami alla tradizione quasi stridono e saltano immediatamente all’occhio. Eppure la classicità torna prepotente anche in un testo come questo, attualissimo, e si concretizza nella figura della nipotina Iolanda-Salomè o nel rimando ai famosi banchetti luculliani o, ancora, si fa spazio attraverso scene che ricordano celebri aneddoti latini (come il suicidio di Petronio, teatrale e spettacolare, al pari dell’azione di Andrea, il più piccolo della famiglia, che si taglia le vene durante il pranzo di Pasqua). In un continuo rimando alla tradizione si dispiega una storia contemporanea, che prende le mosse da una voglia sfrenata di modernità e di novità; una storia che si consuma nelle stanze di una ricchissima villa settecentesca affacciata sul Golfo di Napoli. A condurci nella casa degli imprenditori partenopei è Roberto che ci mostra le differenti mentalità, i diverbi, i dissensi, la finzione che lega una famiglia in cui ognuno si preoccupa solo di sé e di come raggiungere il proprio obiettivo, all’interno del progetto comune “Eternapoli”.

Roberto è la voce narrante della storia, l’unico veramente estraneo alla famiglia Negromonte, un ragazzo che cerca di lottare fino alla fine per inseguire i suoi ideali, la Bellezza, la Verità, l’Arte; l’unico che potrebbe realmente allontanarsi dalla melma ma che, troppo giovane e inesperto, finirà per invischiarsene a tal punto da non riuscire più ad uscirne. Roberto è l’emblema di chi ha fiducia nella forza della cultura, ma è costretto a ricredersi: lui, laureato in Conservazione dei Beni Culturali (laurea inutile a detta della mamma), accetta di lavorare per il dandy Cardano che diventerà suo mentore. Ma lo stesso Cardano, stanco di lottare contro il “vilipendio costante del Bello” non riesce più ad impartire lezioni in cui credere, perché è il primo che ha smesso di farlo.

Un mondo corrotto, marcio, in cui l’unica figura che appare agli occhi di tutti la più debole, quella di Andrea, è quella in grado di opporsi ai nuovi, presunti e presuntuosi re di Napoli. Il più piccolo dei Negromonte, disgustato dal suo stesso sangue, si toglierà la vita pur di non piegarsi ad una follia condivisa.

Enrico Ianniello ha dichiarato: “Ho deciso di affrontare questa traversata in solitaria, accompagnato unicamente dalle possibilità offerte da un microfono e uno schermo di luce, perché questo romanzo straordinario è un patinato delirio di modernità, è il racconto di un pazzo nella cui testa urlano, si amano, riflettono, si suicidano, predicano, muoiono o dominano questi personaggi.” Una prova difficile, che l’attore riesce a superare brillantemente tenendo il pubblico incollato alla sedia per 75 minuti. Un ritmo serratissimo, che non stanca, che si perde in giochi linguistici e in un’inflessione dialettale che dà forza e vita ai tanti personaggi; un mondo fatto di voci e di una ricercata e piacevolissima comicità che alleggerisce e dà splendore ad una trama avvolta intorno ad una delirante rivoluzione del potere.

———-

tratto da Di questa vita menzognera di G. Montesano
drammaturgia Giuseppe Montesano e Enrico
diretto ed interpretato da
 Enrico Ianniello
foto di Alessia Della Ragione – Babel adv

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