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Teatrionline > Blog > Senza categoria > “Un bés. Antonio Ligabue” di Mario Perrotta
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“Un bés. Antonio Ligabue” di Mario Perrotta

Lorenzo Mucci
Ultima modifica: 22 Gennaio 2016 16:12
Lorenzo Mucci
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Foto di Luigi Burroni
Foto di Luigi Burroni

Autore e attore: Mario Perrotta

Regia: Mario Perrotta, Paola Roscioli (collaborazione)

———–

Un bés. Antonio Ligabue, spettacolo pluripremiato che ha debuttato nel 2013, costituisce la prima parte di una trilogia dedicata da Mario Perrotta alla figura ormai leggendaria di Antonio Ligabue, la cui scoperta e rivalutazione, dagli anni ’60 in poi, è andata oltre l’aspetto della sua produzione artistica per una considerazione più ampia della sua vicenda esistenziale ed umana.

Ed è proprio quest’ultimo il punto di vista adottato dall’attore salentino che ripercorre le tappe principali della travagliata vita del pittore-scultore naif dando la priorità al suo disperato bisogno di amore che si ripropone come una costante dello spettacolo sin dall’inizio quando il protagonista chiede inutilmente ad alcune signore del pubblico un bès, un bacio,”ma sulla bocca”. Dagli esordi dell’infanzia e adolescenza in Svizzera col traumatico passaggio dalla madre naturale (italiana) a quella adottiva (svizzera di lingua tedesca); al soggiorno a Gualtieri alternando permanenze in case contadine o di amici artisti, manicomi, capanne nel bosco o in riva al Po, fino all’ultima fase del riconoscimento artistico e della malattia, si rinnova la tragedia esistenziale di Ligabue da cui scaturisce l’ispirazione e la produzione artistica che Perrotta, con felice intuizione, riproduce direttamente sul palco, con l’ausilio di tre lavagne mobili sui cui fogli bianchi disegna col carboncino le figure e i paesaggi fondamentali della vicenda del nostro: la madre naturale accusata di averlo messo al mondo nel momento sbagliato (negli ultimi giorni cioè del XIX° secolo) e di averlo poi abbandonato; la madre adottiva, intensamente amata e dolorosamente lasciata per il forzato trasferimento in Italia; la gente di Gualtieri che lo prende in giro anche crudelmente per la sua diversità e compromette il suo corteggiamento a Ines; una lavandaia che, sensibile alle sue richieste d’attenzione e di affetto, inizialmente non fugge da lui. Rimangono interlocutori solo verbali la centralinista, a cui Ligabue racconta della sua vita nel bosco, il pittore Marino (Mazzacurati) che sostiene la sua attività e affermazione artistica; e anche gli animali, così importanti nell’immaginario di Ligabue, sono solo citati all’interno del racconto delle proprie vicissitudini. Perrotta preferisce far interagire il suo personaggio con le figure umane che viene ricreando sul grande foglio-tela con tratti decisi e sicuri; e sono molti i momenti toccanti in cui i disegni diventano interlocutori muti ma espressivi del rapporto di odio-amore (con la madre e con le figure femminili) o di dialogo-esclusione con la gente del paese; rapporto che si conclude sempre con la distruzione del disegno stesso, ennesima traumatica ferita di un percorso esistenziale fallimentare. Il possibile riscatto artistico rimane in ombra, sempre compensatorio, insufficiente e parziale, lasciando il posto all’affascinante rappresentazione in fieri del cortocircuito Arte-Vita, in cui il Bello nasce e si brucia in un vortice di Follia che appartiene più al Mondo che al soggetto disturbato e disadattato.

Perrotta si colloca così nel solco della tradizione interpretativa del personaggio segnata dalla memorabile prova attoriale di Flavio Bucci, nello sceneggiato televisivo del 1977 con la sceneggiatura di Cesare Zavattini e la regia di Salvatore Nocita. Di Bucci Perrotta riprende, nella raffigurazione del disagio del malato-diverso in rapporto conflittuale con gli altri, la corrispondenza della partituta gestuale e di quella verbale entrambe contraddistinte, nelle loro specificità espressive, da rigidità, concitazione ossessiva, brusche interruzioni, repentine riprese, pause meditative o di accumulo-scarico della tensione, a seguire il complesso svolgimento delle dinamiche interiori e di pensiero del protagonista. Un apporto originale Perrotta lo dà nelle fasi in cui il “matto” si rapporta alle figure affettivamente più significative: la Mutter, come chiama la mamma d’adozione, la lavandaia, o la gnorina, appellativo confidenziale della centralinista. Qui l’eloquio e la fisicità si fanno più distesi, spontanei, naturali e la dolcezza della creatura alla ricerca di affetto è semplicemente disarmante, come nella elegiaca scena in cui Ligabue bambino sorridente e ingenuo chiede più volte un bacio all’amata Mutter. Il pubblico, inizialmente sorpreso e disorientato dalla ferma e sentita richiesta del bacio con cui Perrotta-Ligabue ha inaugurato la serata partendo dalla platea, ha tributato alla fine all’attore un lungo meritato applauso, accompagnato da acclamazioni di elogio, dando libero sfogo alla commozione e testimoniando la propria immedesimazione nel triste ma umanissimo destino del protagonista.

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