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Reading: “Il registro dei peccati”. Un viaggio nell’ebraismo chassidico
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Teatrionline > Blog > Senza categoria > “Il registro dei peccati”. Un viaggio nell’ebraismo chassidico
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“Il registro dei peccati”. Un viaggio nell’ebraismo chassidico

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 20 Marzo 2016 09:30
Tania Turnaturi
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fotoMoni Ovadia è un affabulatore magnetico. Attore, musicista, regista, drammaturgo, i suoi spettacoli poetici e umoristici, aprono una finestra sulla cultura ebraica, nella quale affonda lo stiletto caustico dell’arguzia. Ebreo sefardita di formazione mitteleuropea, è da molti anni il menestrello della cultura yiddish e della musica klezmer.

Ne Il registro dei peccati Ovadia recupera un patrimonio letterario, religioso e musicale degli ebrei dell’Europa orientale, guidandoci a penetrare nel mondo scomparso del chassidismo in cui la fragilità umana è intesa come bellezza ed espressione di Dio con cui l’essere umano si confronta in termini confidenziali e perfino irriverenti, pur non potendone nemmeno pronunciare il nome. Un popolo che non ha patria e leggi, capace di esprimere un’idea favolistica di convivenza in un’atmosfera trasognata, come l’ha rappresentata Marc Chagall nei suoi dipinti e disegni con omini dalle folti barbe e rabbini coi boccoli che veleggiano nel cielo sopra i tetti, sospinti verso il divino.

Questo movimento religioso, fondato all’inizio del ‘700 in Polonia da Israel ben Elizer, il cui nome deriva da chesed (gentilezza) e chassid (pio), ha visto fiorire maestri che predicavano l’amore per la debolezza umana, reinterpretando anche il periodo dell’esilio come uno stato di esaltazione dell’essere umano, spiega Ovadia. Citando Martin Buber sostiene che il rapporto tra religiosità e agnosticismo è un’alternativa e non una contrapposizione, infatti la pietas verso il debole non è privilegio dell’uomo religioso poiché l’ateo che ne allevia le sofferenze agendo come se Dio non ci fosse e solo da lui ne dipendesse la salvezza, rispetta la dignità dell’uomo.

Leggendo stralci di Franz Kafka, Martin Buter, Abraham Joshua Heschel e altri, narra la spiritualità chassidica che ha influenzato il pensiero di Freud, Einstein, Marx, Trotsky, Chagall.

Tre sono le modalità secondo le quali si snoda questo cammino di valorizzazione spirituale e di rappresentazione del mondo: narrare, cantare, far ridere. Attraverso il racconto si costruisce l’identità spirituale di cui è massima espressione la Bibbia, narrazione con una grande forza di fascinazione che ha il suo epicentro nell’Annunciazione alla Vergine che partorirà il bambino che cambierà la storia dell’uomo, ma ciò si era verificato anche 1500 anni prima con Sara e Giacobbe che in tardissima età avevano avuto il figlio Isacco (colui che riderà). La spiritualità degli ebrei dell’Europa centro-orientale si alimentò così, tramandando oralmente le tradizioni e gli insegnamenti di Abramo. Altra fondamentale narrazione è il diluvio universale in cui Dio chiede a Noè di mettersi in salvo con una coppia di ciascun essere vivente; quando le acque si ritraggono Noè cade in uno stato di profonda prostrazione vedendo lo sfacelo e chiede a Dio perché non ha avuto pietà di nessuno, ma Dio lo rimprovera di essersi salvato da solo senza intercedere per nessuno.

Il canto è la preghiera per comunicare con gli altri esprimendo se stessi, è un’espressione tipicamente ebraica, tutti cantano e sono capaci di cantare, canta con il vagito il bimbo appena nato, emette suoni quando succia il latte, anche Gesù cantava nelle feste, cantano le arpe di pietra di Pinuccio Sciola a San Sperate in Sardegna. Poi si abbandona a un canto antico carico di pathos.

L’umorismo ebraico anti-idolatrico non punta all’ilarità ma a mettere a fuoco i propri guai per ridere di essi, come nella favola di Dio che ride di se stesso interrogandosi sull’opportunità di partecipare alle vicende umane. Nel silenzio di Dio, come nell’Olocausto, tocca agli uomini esprimere il pensiero della divinità.

Non prendersi troppo sul serio, anche di fronte alle tragedie, è il substrato di ogni esternazione di Ovadia, sulla scena e non solo. Raccontando barzellette sui rabbini e sulla stupidità di chi esprime una religiosità pedissequa, sostiene che la religione è come la feccia del vino ed è necessario transitare per un sano ateismo. Infine rivolge un commosso tributo a Umberto Eco, col quale trascorreva notti insonni a snocciolare il rispettivo repertorio, raccontando la barzelletta che lo scrittore prediligeva.

Uno spettacolo in cui rivivere l’emozione della scoperta di un mondo straordinario cancellato dalla brutalità dell’odio e dai demoni della violenza razzista, che continua ad ammaestrare nell’assenza attraverso l’energia che sprigiona da chi ne sa percepire la forza spirituale.

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