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“Lacci” di Domenico Starnone

Lorenzo Mucci
Ultima modifica: 13 Gennaio 2017 09:39
Lorenzo Mucci
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Autore: Domenico Starnone

Attori: Silvio Orlando, Roberto Nobile, Sergio Romano, Maria Laura Rondanini, Vanessa Scalera, Giacomo De Cataldo

Regia: Armando Pugliese

Scene: Roberto Crea

Costumi: Silvia Polidori

Musiche: Stefano Mainetti

Luci: Gaetano La Mela

——-

Come nel 1992 l’adattamento teatrale Sottobanco dal romanzo Ex cattedra aveva segnato il felice incontro tra Domenico Starnone e Silvio Orlando (e tre anni dopo c’era stato il film La scuola per la regia di Daniele Luchetti), così con Lacci, adattato dall’autore dall’omonimo romanzo del 2014, si è rinnovato il riuscito sodalizio tra i due artisti napoletani. La pièce conserva la struttura tripartita del romanzo ripercorrendo, in un arco temporale che va dagli anni ‘60 fin quasi ai nostri giorni, la vicenda di una famiglia-tipo della piccola borghesia, dai differenti punti di vista della madre Vanda, del padre Aldo e dei figli Anna e Sandro. Il matrimonio tra Vanda e Aldo, inaugurato in un periodo favorevole all’ascesa sociale ed economica, entra in crisi negli anni ‘70, nel clima di contestazione della struttura familiare tradizionale, per ricomporsi dopo qualche anno sotto il segno di un rapporto di coppia ormai irrimediabilmente deteriorato. Nella prima parte Vanda, in una tesa sequenza di brevi monologhi (tratti dalle lettere inviate al marito dopo il suo abbandono del tetto coniugale) esprime lo strazio di moglie abbandonata e lamenta le difficoltà materiali che deve affrontare coi due figli in tenera età. Nella seconda parte, la più estesa, Aldo, alla soglia della terza età, rievoca al cospetto del vicino di casa Nadar, l’intera parabola della sua vicenda familiare e sentimentale soffermandosi sulle due fasi cruciali dell’innamoramento per la giovane Lidia (figura eterea e affascinante) e dell’incontro coi figli successivo alla lunga separazione dalla moglie, che segna, nell’emblematico episodio dei lacci delle scarpe (allacciati nello “stesso stupido modo” da padre e figlio), il rinsaldarsi del legame tra loro e il conseguente, progressivo rientro di Aldo nel nucleo familiare. Nella terza parte Anna e Sandro si ritrovano nella casa dei genitori, temporaneamente in vacanza, e la mettono a soqquadro, in una finale resa dei conti, alla ricerca di ulteriori prove dell’inganno reciproco perpetrato per tanti anni dai coniugi dopo il loro ricongiungimento.

La regia di Armando Pugliese ha colto fedelmente lo spirito del romanzo rendendo palpabile il vivido e tormentato dramma interiore di tutti i protagonisti della storia familiare. La “sinfonia del dolore” (come l’ha definita il regista nelle Note di regia presenti nel programma di sala) è stata scandita, oltre che da incisivi siparietti musicali dai caldi e struggenti toni della tradizione partenopea, dalla scena fissa di Roberto Crea raffigurante un elegante e algido salotto preponderante sia per dimensioni che per sobrietà (accentuata dal perfetto ordine nella disposizione di tavoli, sedie, soprammobili e degli innumerevoli libri) rispetto alle figure che vi si agitavano all’interno.

L’interpretazione degli attori è stata misurata, fornendo l’opportuno respiro alla “partitura” di stati d’animo che ha caratterizzato lo svolgersi dello spettacolo, rendendo così più labile l’ancoraggio alla dimensione realistica. Silvio Orlando in particolare ha saputo rendere la complessa vita interiore del suo personaggio nelle contrastanti identità di padre, marito e uomo innamorato (sarebbe riduttivo definirlo amante) privilegiando la modalità del racconto (all’interlocutore Nadar). Nella sua capacità di effondere la sofferenza e di temperare la partecipazione accorata all’intensità del vissuto con una sottile autoanalisi, Orlando ha raggiunto momenti significativi che ricordano la maestria attorica di Eduardo De Filippo. Vanessa Scalera, nella parte di Vanda, ha interpretato ammirevolmente il penoso stato d’animo della moglie-madre, donna ferita ma rabbiosa, così come quello della attempata consorte logorata da un rapporto coniugale irrecuperabile e di donna disillusa sulla propria esistenza e sullo stesso legame coi figli. Sergio Romano e Maria Laura Rondanini nelle parti di Sandro e Anna hanno saputo restituire il senso di profondità del trauma subito in tenerà età e non più rimarginabile, insieme alla coscienza, venata di cinismo, della loro condizione giovanile, più difficile e disagiata, rispetto a quella dei genitori. Roberto Nobile ha dato al personaggio dell’anziano Nadar (cresciuto di presenza e spessore rispetto al romanzo) la giusta carica di simpatia e umanità: un controcanto di timida solarità (insieme alla breve comparsa dei due carabinieri interpretati da Giacomo De Cataldo e Sergio Romano) che ha impedito alla “Sinfonia del dolore” di trasformarsi in un’implacabile trenodia.

Silvio Orlando in “La vita davanti a sé”
“Me Fioea” di Giacinto Gallina
La Regina Nera, ovvero tutta la verità vi prego su Caterina de’ Medici
Nostos. Se tu non torni
Il ‘Futuro’ di Rigoletto

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