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Reading: Teatro dell’Opera di Roma, “Lulu” di Berg secondo William Kentridge
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Teatrionline > Blog > Featured > Teatro dell’Opera di Roma, “Lulu” di Berg secondo William Kentridge
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Teatro dell’Opera di Roma, “Lulu” di Berg secondo William Kentridge

Fabiana Raponi
Ultima modifica: 30 Maggio 2017 11:08
Fabiana Raponi
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1953
Foto di Yasuko Kageyama
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Foto di Yasuko Kageyama

Era forse la scommessa più audace dell’intera stagione, e l’opera più ambiziosa da mettere in scena, ma la Lulu di Alban Berg firmata William Kentridge, il celebrato artista sudafricano, è stata un successo.

Una prima assoluta (considerando che l’unico precedente del 1968 si era fermato ai due atti di Berg composti fino al 1935) per il Teatro dell’Opera di Roma e per il pubblico romano che ha visto e ascoltato i tre atti, incluso l’ultimo completato nel 1979 dal musicologo Friedrich Cerha).

Una partitura lunga tre ore e non troppo facile all’ascolto, all’insegna della tecnica dodecafonica (Berg era stato allievo di Schönberg) e della musica atonale grandiosamente sostenuta dall’allestimento di Kentridge, realizzato in collaborazione con il Metropolitan Opera di New York, l’English National Opera e il De Nationale Opera di Amsterdam, che ha centrato in pieno il suo obiettivo.

“Vogliamo scatenare un impatto emotivo sullo spettatore. Se non ci riusciamo, abbiamo fallito” aveva dichiarato l’artista sudafricano parlando dell’opera. Alla fine non si può rimanere indifferenti alla parabola discendente di Lulu, femme fatale per antonomasia e vittima di sé stessa, rimanendo emotivamente coinvolti dalla sua rovina.

Un’operazione ambiziosa dunque, ma ben riuscita che riesce a toccare anche le corde dell’anima del pubblico: la Lulu, su libretto tratto da due drammi di Franck Wedekind, Lo spirito della terra e Il vaso di Pandora, diventa una creatura di Kentridge, fatte delle sue intuizioni, delle sue continue sovrapposizioni fra due piani visivi, delle proiezioni video, di debordanti, ma razionalissime idee che conferiscono forma all’ossessione e al desiderio, veri fulcri di azione della vicenda senza dimenticare l’omaggio all’Espressionismo del capolavoro di Pabst del 1929, fra le luci e le scene (di Sabine Theunissen) o gli abiti rivisitati di Greta Goiris, ma anche attraverso un mini film che potrebbe quasi essere scambiato per vero.

È da subito il palco obliquo, che si offre al pubblico a sipario aperto, a creare immediatamente dissesto e disagio, obbligando gli artisti a impervie posizioni in una scena sempre brulicante di vita e di azione.

A dominare la scena l’enorme ritratto di Lulu che cambia e si evolve in continuazione e che ci parla della mutevolezza e dell’instabilità stessa della protagonista e del desiderio: Kentridge parte dai disegni a inchiostro, lavora su tratti pesanti, neri a quasi ad addolcire tutta la violenza di una storia feroce realizzando un vistoso graphic novel animato che riempie in continuazione con una scena sempre in movimento. Nulla è fermo, tutto si muove nell’accusa nei confronti di una borghesia dissoluta e consumata da sé stessa, nella parabola di Lulu, instabile oggetto del desiderio di chiunque.

L’evoluzione e il cambiamento del ritratto segnano anche la l’ascesa e di miserabile discesa di Lulo dalla morte violenta dei mariti di lei, di tutti coloro che la bramano, fino alla decadenza e alla morte che arriva per mano di Jack Lo Squartatore.

Kentridge si avvale della co-regia di Luc De Wit che muove con cinismo, ma razionalità i moltissimi personaggi di un’opera dalla trama complessa dal punto di vista drammaturgico, ma anche musicale. Se l’aspetto visivo riesce brillantemente a fa superare le difficoltà dell’opera incompiuta di Berg con una bellissima regia d’autore, il Maestro Alejo Pérez ha diretto l’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma al debutto in una partitura ostica, con buoni risultati.

Essenziale per la qualità dello spettacolo tutta la bravura di un cast internazionale a cominciare dalla Lulu intensa e acclamata di Agneta Eichenholz, eccezionale nella voce (che si alterna il 30 con l’islandese Disella Lárusdóttir) e quintessenza della sensualità e della seduzione capace di irretire chiunque in lingerie vintage, calze a rete, con tutta una femminilità esaltata anche da una semplice camicia maschile da smoking e sigaretta in mano. Ma è intenso tutto il resto del cast, da Schigolch, il sinistro Willard White, al dottor Schön di un convincente Martin Gantner che interpreta anche Jack lo Squartatore fino a Jennifer Larmore-Contessa Geschwitz. Martedì 30, ore 19.30 ultima replica. Info su www.operaroma.it.

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