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Teatrionline > Blog > Prosa > “Arlecchino servitore di due padroni” di Carlo Goldoni
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“Arlecchino servitore di due padroni” di Carlo Goldoni

Emanuele Martinuzzi
Ultima modifica: 26 Gennaio 2020 13:36
Emanuele Martinuzzi
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Arlecchino servitore di due padroni
Foto di Bepi Caroli
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Arlecchino servitore di due padroni
Foto di Bepi Caroli

“A chi mi chiede: «Come mai ancora Arlecchino?» rispondo che i classici sono carichi di una forza inesauribile e l’antico teatro è ancora il teatro della festa e della favola. Goldoni è capace di una scrittura che è solo in apparenza di superficie; se vado nei dettagli, non solo del testo, ma soprattutto delle ragioni che spingono i personaggi a dire quelle cose e non altre, scopro una ricchezza di toni interiori che ben si adatta a essere interpretata con sensibilità contemporanea.” (Valerio Binasco)

Dopo il Don Giovanni di Molière, Valerio Binasco, cinque volte premio Ubu, si cimenta, stavolta al Teatro della Pergola di Firenze, con il suo Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni, da un lato nella modernizzazione del testo e della messinscena, frantumando quella tradizione che si rifà al linguaggio formalistico della Commedia dell’Arte e delle sue maschere caricaturali, dall’altro lato invece servendo, citando e decostruendo come novella tradizione, tuttavia adesso perduta, quel geniale e sgangherato canovaccio che proviene dalle improvvisazioni e dai talenti della commedia all’italiana, anche cinematografica, che è stata capace di dare forma, vita e spessore estetico a un’umanità oramai vecchio stampo, dove il paese era il luogo arcaico di questa mitologia, la televisione in bianco e nero l’olimpo senza voce che ha abitato e in modo subliminale, forse e non si sa per quanto tempo, ancora abita le dimensioni collettive del ricordo come il sottofondo musicale di una vecchia radio singhiozzante.

“Umanità che ha abitato il nostro mondo in bianco e nero, si è seduta ai tavoli di vecchie osterie, ha indossato gli ultimi cappelli, ha assistito al trionfo della modernità con comico sussiego, ci ha fatto ridere e piangere a teatro e al cinema con le ‘nuove maschere’ dei grandi comici del Novecento, e poi è svanita per sempre, nel nulla del nuovo secolo televisivo”. (Valerio Binasco)

Questa celebre commedia di Carlo Goldoni, scritta dall’autore veneto nel 1745 e archetipo per la storia del teatro che è venuto dopo, non può non essere confrontata con l’intramontabile versione di Giorgio Strehler, pietra miliare nella storia del teatro italiano, che ha arricchito la classicità del testo originale con una messinscena metateatrale, che ha saputo evocare tutta la forza del teatro nel teatro attraverso un palco costruito sul palco, col quale si è saputo mettere in scena la commedia e allo stesso tempo relativizzarla vitalizzandone l’architettura, arricchendola con una dialettica aperta tra gli attori in scena e quelli fuori, cosa ripetuta in un certo senso anche in questa occasione nei confronti dello stesso pubblico, riuscendo così a mostrare più compiutamente il senso profondo e fantasioso della recitazione, che il teatro degli inizi aveva in sé e quello del futuro non può non possedere se vuole continuare ad essere vivo, luogo dell’improvvisazione per eccellenza, della creazione che si arrangia col materiale umano e scenico ad essa disponibile, ingordo, affamato di senso, come un Arlecchino servitore di nessuno e delle molte facce possibili che il teatro contiene in se stesso, che non possono non essere esplorate da chi ne calca il palcoscenico o da chi ne osserva gli accadimenti e l’incanto, congiunti entrambi da una magica attrazione che è rappresentazione e allo stesso tempo vita.

“L’Arlecchino è una maschera molto vasta, che è stata usata per rappresentare persone molto diverse fra di loro: nasce dal nome di un diavolo e il personaggio ha una maschera da gatto. Di sicuro non è un personaggio che appartiene ai livelli alti della società: è un sottoposto che deve arrangiarsi e che lo faccia per sua volontà o costretto dalla fame, può cambiare poco rispetto al suo comportamento. Un po’ quello che facciamo tutti nella vita, quando non abbiamo trovato il modo di campare e quello che capita dobbiamo prenderlo, facendo magari dei danni quando non abbiamo la possibilità di fare delle scelte.” (Natalino Balasso)

Secondo i dettami non scritti della tradizione della Commedia dell’Arte, Goldoni scrisse l’opera proprio in forma di canovaccio per Antonio Sacco, ballerino e attore settecentesco, che ballò tra le altre cose al Teatro della Pergola, su richiesta del duca Giovanni Gastone de’ Medici, e che recitava appunto improvvisando, arrangiando i colori del linguaggio alle movenze danzanti e viceversa. Solo dopo diverse riscritture e elaborazioni l’opera si dotò di un copione fisso. Arlecchino nasce insomma senza un volto o un carattere delineato, diviene maschera nella libertà della recitazione, nello spazio infinito di un teatro diciamo originario, confidando, mescolando e assecondando le contraddizioni dell’umanità. In un certo senso come parallelismo l’Arlecchino, messo in scena e inseguito dalla comicità dialettale di Balasso, continua a mostrarsi in tutta la sua tenera incompiutezza, un’anima semplice, astuta di amarezza, travestito solamente delle sue delusioni o illusioni, inventato e reso duplice dalla forza delle vicissitudini che deve affrontare per sopravvivere, più che da una propria complessità psicologica, una maschera senza una forma rassicurante e riconoscibile o una nobile profondità, ma la sdrucita smorfia di un servitore moderno, sempre bisognoso di un alibi o una scusa da fornire al destino per la sua miseria o la sua perdente goffaggine, di fronte ai borghesi facoltosi, ai padroni dalle cinghiate facili, coloro che con la pancia piena sembrano inspiegabilmente piegare l’esistenza degli altri ai loro voleri, coloro che si fanno beffa di chi deve beffare i dolori e le resistenze della vita per potersi ritagliare un’identità rispettabile, o meglio un volto sazio, un ghigno variopinto da teatrali momenti di grazia e leggerezza, con cui rattoppare il vestito logoro che lo vide nascere e che lo accompagna nel susseguirsi del falso movimento, ancora una volta, del teatro come della vita.

regia Valerio Binasco con Natalino Balasso, Fabrizio Contri, Michele Di Mauro, Lucio De Francesco, Denis Fasolo, Elena Gigliotti, Gianmaria Martini, Elisabetta Mazzullo, Ivan Zerbinati, scene Guido Fiorato, costumi Sandra Cardini, luci Pasquale Mari, musiche Arturo Annecchino, regista assistente Simone Luglio, assistente scene Anna Varaldo, assistente costumi Chiara Lanzillotta, produzione Teatro Stabile di Torino

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