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Teatrionline > Blog > Intervista > Intervista a Raffaella Afeltra e Francesco Falsettini
Intervista

Intervista a Raffaella Afeltra e Francesco Falsettini

Alessandra Manenti
Ultima modifica: 3 Aprile 2022 17:32
Alessandra Manenti
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La Compagnia Giardini dell’Arte sarà in scena questo fine settimana e il prossimo con il cult di Tennessee Williams La gatta sul tetto che scotta, che gli valse il secondo Pulitzer.

Maggie e Brick, protagonisti di questo dramma polifonico, sono interpretati da Raffaella Afeltra e Francesco Falsettini. Sono loro a svelarci qualcosa in più sullo spettacolo.

 

In dieci parole, di che cosa parla La gatta sul tetto che scotta?
Raffaella: Storia di vita familiare dove ipocrisia e verità lottano tra loro.

Chi sono i protagonisti di questo spettacolo?
Francesco: Brick Pollitt è il secondogenito di una ricca famiglia di proprietari terrieri e produttori di cotone. Ex giocatore di football, riciclatosi telecronista dopo una brutta polmonite, è diventato alcolizzato a causa del suicidio del suo miglior amico. È sposato con Maggie, per la quale però sembra provare soltanto risentimento. Vive in un continuo torpore dovuto all’abuso di alcool, a cui si abbandona per evadere dalla realtà e mettere a tacere i sensi di colpa per la morte dell’amico.
Raffaella: Maggie, invece, è una donna decisa, forte e passionale. Viene da una famiglia povera ed è pronta a tutto pur di mantenere ciò che ha faticosamente conquistato.

Questo testo conta innumerevoli rese teatrali e cinematografiche, a partire dal film diretto da Richard Brooks con Elizabeth Taylor e Paul Newman. Vi siete ispirati a qualche grande interprete?
Raffaella: Per quanto mi riguarda, sicuramente Liz Taylor, ma c’è stata anche una piccola contaminazione del personaggio di Miranda de Il diavolo veste Prada, interpretata da Meryl Streep.
Francesco: Naturalmente la versione cinematografica del 1958 con Paul Newman ha influito, se non altro per l’atteggiamento e i modi tipici di quegli anni (il testo è di appena 4 anni prima, ndr). Ma i tormenti e il dolore che prova il mio Brick sono il frutto di un percorso tutto nuovo, intrapreso insieme al regista Marco Lombardi.

Questa è la seconda ‘edizione’ de La gatta sul tetto che scotta a opera dei Giardini dell’Arte, dopo il grande successo della prima. Che cosa è cambiato e che cosa è rimasto uguale?
Raffaella: La prima edizione di questo spettacolo ha vinto ben 3 premi: Miglior spettacolo e Miglior attrice protagonista al concorso Sotto le mura di Montespertoli e Miglior attrice protagonista alla Rassegna nazionale Premio Arco D’Oro di Fabrica di Roma, dove lo spettacolo si è classificato terzo. Del cast originario non abbiamo potuto fare a meno di Aldo Innocenti, nel ruolo di papà Pollitt; per il resto, Marco Lombardi si è divertito a studiare il testo come se fosse una nostra nuova produzione, cercando di tirare fuori l’anima di questa storia intramontabile.

Dopo averlo evocato due volte, è arrivato il momento dell’incursione del regista. Prima del lockdown, come compagnia, vi eravate misurati con un altro testo – nonché l’altro Pulitzer – di Tennessee Williams, Un tram chiamato desiderio: che cosa vi lega a questo autore?
Marco: L’amore per Tennesse Williams, e di conseguenza la scelta di portare nuovamente in scena un suo testo, è legato alla sua battaglia per la perenne ricerca della verità combattuta, oltretutto in un periodo storico caratterizzato dall’immagine e dall’apparenza – è cambiato qualcosa?
Per citare una battuta di Brick a papà Pollitt: «La verità, la verità, chi la dice la verità, voi forse? E allora cosa sono tutti questi auguri, cento e cento di questi giorni, quando tutti tranne voi sanno che di questi giorni non ce ne saranno neanche mezzo…».
Tennessee Williams preme sul tasto delle imperfezioni nelle relazioni “tradizionali”, esaltando al tempo stesso la bellezza della “normalità” nel far prevalere l’amore, qualunque sia la sua natura.

I personaggi de La gatta sul tetto che scotta mentono in continuazione: per un attore è un doppio livello di difficoltà? Una finzione nella finzione?
Francesco: Un attore cerca sempre la verità nella finzione. E la verità del personaggio è quello che vuoi che il personaggio stesso trasmetta, poco importa che sia o no una bugia.
Raffaella: Certamente è fondamentale uno studio approfondito, per capire a cosa il personaggio anela, che cosa brama veramente a prescindere da quello che dice. Maggie necessita di una recita nella recita, ma questo la rende solo più interessante da interpretare – per me, anche un po’ terrorizzante.

Allo stesso tempo, è un testo molto diretto, senza peli sulla lingua. In un momento in cui ci si divide tra il quelli che ‘il politically correct è indiscutibile’ e quelli che ‘non si può più dire niente’, al teatro quanta sincerità è concessa?
Francesco: L’attore trova la sincerità dentro sé stesso. Attraverso il proprio corpo, la propria sensibilità e le parole dell’autore cerca di rendere al meglio ciò che il testo e il regista richiedono.
Raffaella: Secondo me, l’arte non ha bisogno né può avere nessun tipo di filtro o di non detto. È proprio lei che può distruggere tutte le barriere e aiutarci ad affrontare qualsiasi argomento, anche il più spinoso.

Foto di scena di Sara Allegrini

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