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Intervista

Intervista a Riccardo Giannini

Alessandra Manenti
Ultima modifica: 10 Luglio 2022 16:28
Alessandra Manenti
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ACDC Production

e Pinguini Theater insieme per una produzione che coinvolge più di 20 attori e che ha già raddoppiato le date. Dal 12 al 15 luglio Folli amori torna nella suggestiva cornice di Villa Torre dei Lari, residenza d’epoca a pochi minuti da Boboli. Due amori, due epoche, due storie che si intrecciano, due autori che hanno scritto la storia del teatro come Molière e Neil Simon. Folli amori, però, non si svolge nei boulevard parigini, né tantomeno in un attico di una caotica città americana. Siamo nella provincia fiorentina, a Vincigliata, tra i paesaggi di campagna che conosciamo bene e quel sentimento dolceamaro che conosce fin troppo bene noi. Il regista Riccardo Giannini ci svela qualcosa in più.

Due Giuliette senza Romeo, i matti di Neil Simon e la borghesia di Molière: che spettacolo dobbiamo aspettarci?
Folli amori nasce dall’incontro di questi due testi – Fools di Neil Simon e Monsieur de Pourceaugnac di Molière – ma mantiene intatto sostanzialmente solo il loro impianto generale, sfociando in realtà in uno spettacolo completamente diverso, anche nel finale. Ho stravolto i dialoghi, i linguaggi, le trame, conservando soltanto l’intuizione degli autori e trasportandola nella realtà delle campagne fiorentine. Raccontiamo la storia di due Giuliette molto meno note di quella di Verona, ma con una storia altrettanto avvincente. Due storie d’amore diverse in due epoche diverse (in un caso siamo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nell’altro nel pieno degli anni Cinquanta), in cui due Giuliette vivono amori folli, folli per loro stesse o folli per gli altri. Non c’è Shakespeare e non ci sono i Romeo: i protagonisti maschili si chiamano Ernesto e Leone.

Tanti attori in scena, senza un vero e proprio palco e con indosso costumi che devono raccontare due epoche molto distanti tra loro: un grande sforzo di produzione.
Sì, la produzione vede la collaborazione tra ACDC Production, di cui faccio parte, e Pinguini Theater, il cui presidente è Pietro Venè. Abbiamo voluto dare un’impronta produttiva ben precisa: sul palco si muovono contemporaneamente 18 attori provenienti da entrambe le compagnie che si incontrano, un po’ come le due storie, e indossano abiti d’epoca che costituiscono da soli tutta la scenografia. Naturalmente c’è qualche piccolo escamotage per gli oggetti di scena e l’attrezzeria, ma per il resto la scena è costruita sui costumi e incorniciata dalla meravigliosa Villa Torre dei Lari.

Che differenza c’è tra uno spettacolo in teatro e uno all’aperto?
In una sala teatrale il pubblico è coinvolto da una scenografia precisamente disegnata, che costruisce un mondo catalizzando l’attenzione dello spettatore e aprendo le porte a qualcosa di diverso. All’aperto è un’esperienza diversa, sicuramente molto piacevole sia per gli attori che per gli spettatori, perché non c’è un vero distacco, c’è una vicinanza maggiore e ci si percepisce a vicenda in modo più tangibile. Forse lo spettacolo all’aperto riesce a trasmettere ancora più emozione rispetto al palcoscenico, perché non può contare sull’aiuto di scenografie e di effetti luce complessi, ma soltanto sul dialogo che le diverse presenze creano.

Come hai fatto convivere due linguaggi così diversi come quelli di Simon e di Molière?
Sono due linguaggi – ma direi proprio due drammaturgie, due tracciati artistici – completamente diversi, e proprio per questo complementari. Quello di Simon è un teatro folle, che in questo caso mischia l’assurdo con la favola, in un incantesimo che ricorda un po’ La cantatrice calva di Ionesco. E l’aspetto straordinario è che nell’assurdo Simon trova anche la chiave per commuovere. Quella di Molière, invece, è una macchina teatrale precisa, costruita sugli inganni e i malintesi, dove il detto e il non detto si incastrano perfettamente. Il bello è proprio nella riconoscibilità dei due testi che si incrociano senza mai contaminarsi, permettendo così agli spettatori di riprendere le fila. Il quadro si completa alla fine, quando le due storie in qualche modo si incontrano, ma non sveliamo come.

L’amore non è sempre un po’ folle?
Sì, certo, soprattutto all’inizio, nella fase dell’innamoramento, ma anche negli strascichi che può lasciare dopo. E forse è proprio questo il bello: lasciarsi andare, non riconoscersi più, scoprire qualcosa di inaspettato su noi stessi e fare ciò che non avremmo mai pensato di fare in vita nostra. Diciamo che in questo caso l’amore è molto più folle del solito: nello spettacolo i protagonisti sono pronti a superare il limite, a compiere follie per amore, proprio come Giulietta e Romeo. E come in Shakespeare, l’amore finisce per essere anche amaro.

La trasposizione a Vincigliata comporta anche una caratterizzazione diversa dei personaggi. I personaggi di Folli amori parlano fiorentino?
Sì, i personaggi parlano fiorentino, anche se è a tutti gli effetti uno spettacolo di prosa, lontano dalla tradizione del vernacolo. In alcuni casi è stato perfino difficile recuperare la parlata fiorentina di alcuni attori che, nonostante fossero nati in questa città, avevano perso la cadenza studiando dizione. In Folli amori non è il dialetto a caratterizzare lo spettacolo, ma i personaggi a essere caratterizzati geograficamente dalla loro parlata. Mi rifaccio a una tradizione che non è quella del vernacolo, quanto piuttosto di quel teatro con un’identità fiorentina riconoscibile ma non preponderante: la prosa dell’Acqua cheta di Novelli, di Gallina vecchia di Sarah Ferrati, e naturalmente di Paolo Poli.

Oltre alla prosa, tu dirigi spesso anche musical: quanto è difficile lavorare con un genere non così comune in Italia?
Il musical non è mai semplice, perché necessita di tante forze e tante forme d’arte. Spesso gli attori in scena sono anche 30 o 40, e non è così scontato per la produzione mantenere tutti gli equilibri e i costi, spesso molto alti. In Italia il musical non è molto comune, nonostante abbia una nicchia di pubblico appassionata, e capita che venga anche un po’ bistrattato nell’ambiente artistico. Certo, può non piacere, ma spesso chi si occupa solo di prosa tende a considerarlo un genere minore, più leggero e quindi di livello inferiore. Bisogna dire, però, che il musical è capace di riempire le sale come pochi altri generi, portando in teatro un pubblico nuovo e numeroso. Dovremmo coltivare di più questa forma d’arte, anche perché fa parte della nostra cultura: in Italia abbiamo creato l’opera, da cui è nata l’operetta, che poi in tempi più recenti ha dato vita al musical. È un esito quasi inevitabile di una tradizione artistica radicata nella civiltà europea.

Secondo te si va ancora poco a teatro?
Al contrario: non si va più a teatro come prima. Oggi se non c’è un nome noto sulla locandina è difficile riempire la sala. Negli anni Settanta, solo a Firenze, ogni sera c’erano attivi una dozzina di teatri, pieni di persone di tutte le età, dove si sperimentava, si creava, ci si confrontava. Era un’avanguardia vera, che ha dato vita a tante realtà artistiche che ancora adesso proseguono un percorso vivace e autentico: è un peccato perché l’Italia è la culla di tante forme d’arte che oggi consideriamo superflue. E invece non si può fare a meno della cultura, non possiamo darla per scontata, perché non lo è affatto. Il teatro spesso viene percepito come noioso, quando in realtà è una scoperta continua. Esistono anche spettacoli noiosi, certo, come esistono film noiosi e libri noiosi, ma non per questo dobbiamo smettere di leggere, di andare a teatro o al cinema. Sono espressioni artistiche diverse, ognuna capace di toccare particolari corde emotive. Io sono appassionato di cinema, ma il teatro riesce sempre a sorprendermi: mi piace provare a capire il meccanismo che fa funzionare la macchina, l’invenzione e la creatività dietro a una scenografia, l’abilità di trovare una soluzione alle difficoltà che il testo ti mette di fronte. Se un film deve rappresentare la realtà, a uno spettacolo teatrale si richiede di far volare la mente, anche attraverso un simbolismo che al cinema risulterebbe esagerato. Vedere un’immagine vivida, reale e comprendere l’ingegno che c’è dietro mi emoziona.

Una produzione ACDC Production e Pinguini Theater
Regia Riccardo Giannini
Aiuto regia Sara Toti
Suoni Marco Fallani
Luci Nicola Magnini
Costumi Niccolò Gabbrielli

CAST FOOLS
Simone Fisti
Pietro Vené
Cristina Bacci
Raffaella Afeltra/Eugenia Panettieri
Mattia Ciardi
Camilla Gai
Raffaele Totaro
Cristina Tassini/ Germana Lanzieri

CAST IL SIGNOR DI POURCEAUGNAC
Maria Rita Scibetta
Scilla Mascherini
Giovanni Noferi
Sara Toti
Matteo Mazza
Virginia Bellini
Bettina Bracciali
Diana Volpe
Daniele Livi
Nel ruolo della narratrice Benedetta Chiari e Valentina Corsi

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