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FirenzeRecensioni/Articoli

Abdoulaye e Mamadou non sono morti

Ines Arsì
Ultima modifica: 13 Settembre 2024 19:38
Ines Arsì
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Andato in scena presso Chille de la balanza

Alla sua undicesima edizione, il Festival Storie Differenti, dei Chille de la Balanza, ospita, nella sempre suggestiva cornice del parco di San Salvi, una trasposizione del libro di Abdoulaye Ba,  In Inferna (ed. Sensibili alla Foglie).

Il testo, rivisitato da Dario Villa, anche narratore onnisciente sul palcoscenico, è interpretato dall’autore stesso, attore protagonista delle sue memorie di viaggio attraverso il deserto d’acqua salata del mediterraneo, assieme al suo amico d’infanzia Mamadou, interpretato da Siaka Conde.

La regista Paola Manfredi, che ha dato accoglienza ad Abdoulaye per due anni, ha fatto sua la storia di questo giovane scrittore senegalese che, immigrato in Europa, ora si sta dedicando agli studi in infermieristica, per tornare a dare aiuto al suo paese natale; la costruzione della trama e dei dialoghi è, per questo, estremamente curata e ancora in costruzione, secondo un metodo drammaturgico di familiarizzazione graduale dei protagonisti con la scena e con l’interpretazione in lingua italiana.

Rielaborare gli eventi attraverso la scrittura e successivamente attraverso  la lettura degli accaduti, ha consentito sicuramente all’autore, insieme alla regista,  di portare avanti un lavoro orientato su due fronti opposti e complementari che hanno offerto la possibilità, sia al pubblico che ai protagonisti, di confrontarsi efficacemente con gli accadimenti tragici che hanno segnato la storia della nostra epoca e la vita di migliaia di persone intenzionate a lasciare il proprio paese di origine, funestato da guerre e carestie.

Il viaggio di Abdoulaye è stato lungo e infernale, come svelano i suoi taccuini,  preziosa testimonianza di violenze, fame, sete, stenti, camminate infinite, prigionie e torture, stragi di innocenti, stupri, disperazione; sulla carretta persa nelle acque del mare viene sostenuto, oramai privo di sensi e quasi in fin di vita, dal suo amico di sempre, che le allucinazioni confondono con la figura del padre, perso quando aveva tredici anni.

Nei deliri della febbre, quando tutto sembra definitivamente perso e non esiste più nessun punto di riferimento all’orizzonte,  Abdoulaye sogna il padre, come vuole l’antichissimo culto degli avi, ritenuti guide spirituali nei riti di passaggio  e, intanto,  la popolazione raccolta sull’imbarcazione pericolante si fa unita in preghiere che  evocano Cristo insieme ad Allah; quanti in terra d’Africa sarebbero stati in conflitto, a causa delle lotte armate interne, si stringono invece  le mani, negli spazi già angusti che tengono pressati gli uni al fianco degli altri.

Gli abiti di lino candido di Salvatore Manzella risaltano, sullo sfondo scuro e spoglio della scenografia, grazie alle illuminazioni fredde diffuse o ai coni di luce di Bruno Arzilla, mentre i dialoghi più toccanti tra i due viaggiatori sono accompagnati costantemente dalle  fluttuanti onde musicali di un bastone della pioggia, di  uno scacciapensieri  o dal vivo canto intensissimo  di Camilla Barbarito.

Non manca il realismo magico di tradizione africana, quando sopraggiunge la personificazione della morte, Bintou Ouattara, in una visione eterea, angelica e leggera, ma anche tentatrice; cessare la lotta per la sopravvivenza sembra una scelta obbligata, senza scampo, in quelle ore di profonda sofferenza, ma la dea che tutto distrugge è anche generatrice di possibilità e di pulsioni vitali, come in  Io capitano,  di Matteo Garrone.

Abdoulaye e Mamadou si salveranno e approderanno sulle coste italiane grazie ai soccorsi, alla conclusione della loro personale odissea dell’orrore che, purtroppo, non è un mito; molti sono i dispersi che non hanno mai più visto terra e di pochi, in tantissimi anni, sappiamo il nome.

Davanti ad una platea silenziosa e commossa, sono stati elencati in parte, in una lista estenuante e continua come il fiotto di sangue di una profonda ferita ancora aperta.

———————————————————————————-

Abdoulaye e Mamadou non sono morti

di Dario Villa (dal libro di Abdoulaye Ba “In Inferna”, ed. Sensibili alla Foglie)

Regia di Paola Manfredi

Con Abdoulaye Ba, Siaka Conde Bintou Ouattara e Dario Villa

Canto dal vivo Camilla Barbarito

Scenografie e costumi Salvatore Manzella

Luci e tecnica Bruno Arzilla

Produzione Teatro Periferico di Cassano Valcuvia

 

 

 

 

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