C’è una dimensione di perenne, asfissiante sospensione che accoglie il pubblico non appena si varcano le porte del nostro splendido Teatro Carignano a Torino. Non siamo di fronte alla rassicurante e tradizionale messa in scena di un classico, ma a un’operazione chirurgica e viscerale. Con Tre sorelle. Nevica. Che senso ha?, Liv Ferracchiati, artista associato del Teatro Stabile, destruttura e riassembla il capolavoro di Anton Čechov per cucirlo addosso alle ansie di un presente stagnante, dove l’attesa spasmodica del futuro si trasforma, drammaticamente, in una condanna all’immobilità. La remota provincia russa del 1900 diventa lo specchio opaco in cui riflettere la nostra contemporaneità, segnata da precarietà e disillusione. Le protagoniste – interpretate da un terzetto di rara intelligenza scenica: Irene Villa (un’Ol’ga che sente sfuggire via, goccia a goccia, le forze e la giovinezza), Valentina Bartolo (una Maša intensa e tormentata) e Livia Rossi (una Irina amara, per la quale la vita è ormai “un’erba maligna” che soffoca) – non sono figure confinate in un dramma d’epoca. Esse incarnano piuttosto il nostro bisogno disperato e irrisolto di un “altrove”. Il loro mitologico e mai compiuto ritorno a Mosca è il miraggio di chiunque, oggi, si senta in trappola aspettando che la vita vera finalmente cominci. Ciò che affascina della drammaturgia e della regia di Ferracchiati è la capacità di far convivere l’indagine filosofica sull’esistenza con una salutare, quasi spietata ironia demistificante. Il testo si fa a tratti irriverente e gioca con la nostra cultura contemporanea, insinuando riferimenti che spaziano da Proust a Judith Butler, fino a far sbottare Ol’ga in un fulmineo e disarmante: “Forse avrei dovuto sposarmi. Meno Simone de Beauvoir, meno Butler. Più maschi”. È un umorismo tagliente che, lungi dall’alleggerire il dramma, ne esalta per contrasto l’amarezza ontologica, la stessa che divora il medico Cebutykin quando arriva a dubitare, tautologicamente, della sua stessa esistenza fisica. A sorreggere questa partitura, le scene di Giuseppe Stellato e i costumi di Gianluca Sbicca definiscono una sorta di recinto domestico e mentale. Una gabbia impalpabile all’interno della quale gravita anche un microcosmo maschile (affidato a un cast corale di grandissima levatura, da Rosario Lisma a Marco Quaglia, tra gli altri) altrettanto incagliato nei propri fallimenti, in un tempo che scorre senza mai produrre la svolta tanto attesa. E quando la fine giunge, lo fa in modo del tutto silenzioso. La neve comincia a cadere inesorabile sul palcoscenico, depositandosi su ciò che resta: gesti trattenuti, parole sospese, slanci mancati. Scende senza chiarire nulla, limitandosi a ovattare e a cristallizzare la fragilità di queste esistenze. “Nevica. Che senso ha?”, si chiede il sottotitolo dell’opera. Forse la vera domanda che questo allestimento intellettualmente stimolante ci lascia addosso non è quale sia il senso della neve, ma se abbia davvero senso affannarci a cercare risposte, quando vivere – nudi e bloccati sotto quella nevicata – è già di per sé l’impresa più ardua di tutte. Un ritorno a Čechov necessario e pungente, che ci conferma ancora una volta quanto il nostro palcoscenico sappia essere spietatamente vivo.
Visto il 21 marzo 2026
Teatro Carignano – Torino
Tre sorelle
da Anton Čechov
testo Liv Ferracchiati
dramaturg Piera Mungiguerra
consulenza letteraria Margherita Crepax
con (in o.a.) Francesco Aricò, Valentina Bartolo, Giovanni Battaglia, Giordana Faggiano, Rosario Lisma, Riccardo Martone, Antonio Mingarelli, Marco Quaglia, Livia Rossi, Irene Villa
regia Liv Ferracchiati
scene Giuseppe Stellato
costumi Gianluca Sbicca
luci Pasquale Mari
suono Giacomo Agnifili
aiuto regia Adele Di Bella
Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale

