Teatro Brancaccio - 26 e 27 settembre
«Un circo che si interroga, un circo radicato nel suo tempo». È questa, nelle parole della sua direttrice artistica Sanae El Kamouni, la vocazione del Groupe Acrobatique de Tanger, che dalla sua fondazione nel 2003 porta la tradizione acrobatica marocchina dentro una scrittura contemporanea. Dopo il successo di Fiq! al Romaeuropa Festival 2024, il gruppo torna a Roma il 26 e 27 settembre, al Teatro Brancaccio, per la prima nazionale di KA-IN, nuova creazione affidata allo sguardo della regista, performer e coreografa francese Raphaëlle Boitel.
«Ci affascinano il suo approccio intimo e profondo, l’unicità del suo progetto, il suo universo visivo e il suo modo di reinventare il circo – ha dichiarato El Kamouni – Siamo convinti che insieme, al crocevia dei nostri rispettivi mondi, creeremo uno spettacolo da vivere e condividere, uno specchio delle nostre vite, dei nostri sogni, dei nostri paradossi».
È proprio il corpo, sospeso tra slancio e caduta, controllo e vertigine, a diventare il principale strumento di racconto di KA-IN. I tredici interpreti del Groupe Acrobatique de Tanger – acrobati, danzatori hip-hop e performer – costruiscono un’epopea circense nella quale portés, salti, equilibri, piramidi umane, ruote e cadute si susseguono con un ritmo incessante, trasformando la virtuosità in una riflessione sull’identità, sul coraggio, sul lasciar andare e sull’affermazione di sé.
«Nel bene e nel male, i passi dell’uomo sono sempre stati guidati da una curiosità incrollabile, da un desiderio insaziabile di sapere cosa si cela “dall’altra parte” – racconta Boitel – È questa ricerca, nella quale guardando altrove l’umanità trova soprattutto sé stessa, a costituire il tema centrale di quest’opera».
Un “coro” di acrobati attraversa così la scena in una coraggiosa ode alla giovinezza non intesa soltanto come età, ma come energia capace di rischiare, di oltrepassare i confini, di mettere in discussione le gerarchie e di immaginare una fraternità ancora da costruire. Una dimensione collettiva che convive continuamente con la spinta dell’individuo a trovare il proprio spazio.
Le radici di questo immaginario affondano nella cultura amazigh (berbera) e nella storia dell’acrobazia marocchina. «Anche i primi acrobati marocchini erano berberi. Accompagnavano le carovane e svilupparono formazioni piramidali che permettevano loro di vedere oltre le mura o di individuare i nemici in lontananza. Guidati dal Dna di quest’acrobazia e dalle sue origini ho creato una coreografia in cui sollevamenti, salti e impatti fanno crollare le pareti» ha raccontato la coreografa.
Le pareti, del resto, sono una delle immagini ricorrenti dello spettacolo: i corpi si dispongono in linea, si sovrappongono, diventano ostacolo e sostegno, costruiscono muri umani da attraversare o abbattere. Le piramidi acrobatiche, che portano gli interpreti anche a due o tre livelli di altezza, trasformano la tradizione in una metafora fisica della libertà e dei limiti individuali e collettivi.
A rendere questa tensione ancora più evidente è l’universo visivo concepito da Raphaëlle Boitel. KA-IN si sviluppa in un chiaroscuro cinematografico, dove la luce non si limita a illuminare l’azione ma diventa una vera materia drammaturgica: ritaglia corpi e superfici, separa e riunisce gli interpreti, apre improvvisamente porzioni dello spazio e poi le inghiotte nuovamente nel buio.
Sul fondo della scena, un sistema di lamelle e aperture lascia filtrare la luce come attraverso le fessure di una città fortificata. Come sabbia, la luce scivola, si deposita, disorienta e modifica il terreno sul quale gli artisti cercano continuamente un nuovo equilibrio.
La drammaturgia procede così per contrasti: energia e immobilità, buio e luce, caos e composizione, assolo e coralità. Le acrobazie convivono con il breakdance, il popping e la danza contemporanea, mentre la fisicità estrema lascia spazio a momenti più sospesi e intimi.
Il risultato è un circo danzato in chiaroscuro, potente e organico, nel quale la spettacolarità dell’acrobazia non è separata dalla dimensione poetica e politica dei corpi. Un universo in continuo movimento che guarda alla tradizione senza museificarla e al presente senza rinunciare alla memoria.
«Senza ricorrere ai cliché – conclude Boitel – si tratta di rendere omaggio a una cultura e a uno spirito che incarnano il grido di ciò che siamo».
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