La compagnia pescarese torna in scena con lo spettacolo dedicato all’esodo giuliano-dalmata
“Pola. La città di pietra prese il mare” di Florian Metateatro rientra a pieno titolo nella definizione di work in progress: lo spettacolo, proposto in forma di primo studio due anni fa come contributo alla celebrazione della Giornata del Ricordo, trova nella ciclicità della ricorrenza un proprio metodo di lavorazione, scoprendo ad ogni ritorno in scena un tassello da riposizionare o un dettaglio da mettere a fuoco.
L’ultima conferma giunge dalla recente ripresa dell’allestimento, nei giorni che contornano la Giornata del Ricordo 2026: una prima serale ed una replica pomeridiana nel weekend (rispettivamente il 7 e l’8 febbraio), più una serie di matinée scolastici nella settimana entrante.
Due scrivanie, ingombre di carte e volumi, occupano il centro della scena, disegnando idealmente due interni, due spazi chiusi da nessun diaframma scenografico bensì da un dolore comune: un territorio immateriale, dunque, che l’unità di luogo del teatro rende tangibile, percorribile.
Questo medesimo principio si ritrova – per gemmazione contro-intuitiva – nel fuoriscena che prende vita nella profondità del palco tramite un sistema di quinte e fondali trasparenti (tali dunque da includere e dialogare, anziché coprire ed escludere).
In questo modo, in scena Giulia Basel e Anna Paola Vellaccio danno vita al carteggio tra Anna Maria Mori e Nelida Milani, due donne (bambine all’epoca) che hanno vissuto in maniera opposta il trauma dell’esodo giuliano-dalmata: l’una ha seguito la via dell’esilio riparando a Firenze, l’altra ha conosciuto l’esilio “interno” degli italiani che sono rimasti a Pola.
Mentre i ricordi d’infanzia lentamente riaffiorano, alle spalle delle due donne si attivano le “stanze della memoria”: tra i pannelli traslucidi Alessio Tessitore e Emanuela D’Agostino appaiono e scompaiono, grazie al disegno luci di Renato Barattucci, e con loro prendono forma gli episodi cruciali che hanno segnato i giorni dell’infanzia trascorsa a Pola.
Ma la memoria sfugge repentina alle maglie del raziocinio: vive di guizzi sensoriali, sapori che si associano a colori e immagini, che a loro volta sollevano voci, suoni, canzoni. In questo senso, gli interventi musicali eseguiti alla viola da Irida Gjergji non sono intermezzi né momenti intrattenitivi. Si intersecano con le voci del tempo, andando ad intessere congiuntamente il quadro necessariamente complesso del vissuto e del vivente.
Parimenti, superano la funzione scenografica gli oggetti e le suppellettili accumulate in proscenio: la scena corale che chiude lo spettacolo ne chiarisce il peso drammaturgico. E’ l’esodo, la città tremula, che era e che non sarà più, colta nell’istante dell’addio.
Pola – oggetto del ricordo individuale e collettivo, personale e storico – diventa altresì strumento di riflessione attualissima su concetti come confine, territorio, lingua, convivenza. Forse, soprattutto, identità.
Paolo Verlengia
CREDITS:
drammaturgia, allestimento scenico e regia Giulia Basel | da “Bora. Istria, il vento dell’esilio” di Anna Maria Mori e Nelida Milani | con Anna Paola Vellaccio, Giulia Basel, Alessio Tessitore, Emanuela D’Agostino | musiche dal vivo elaborate ed eseguite alla viola da Irida Gjergji | voce fuori campo Massimo Vellaccio | con la partecipazione di Umberto Marchesani, Chiara Sanvitale e di alcunə allievə dei corsi di teatro del Florian | disegno luci, direzione tecnica e registrazioni Renato Barattucci | costumi Miriam Di Domenico | collaborazione tecnica Fabrizio Pronio | si ringraziano Donatella Bracali e Carlo Cetteo Cipriani | produzione Florian Metateatro (Pescara) in collaborazione con ANVGD – Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia | progetto Quell’Italia di là dal mare

