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Il mercante di Venezia

Luca Benvenuti
Ultima modifica: 21 Ottobre 2014 19:10
Luca Benvenuti
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foto

di William Shakespeare

con Silvio Orlando-Shylock

e Popular Shakespeare Kompany: Andrea Di Casa-Bassanio; Fabrizio Contri-Tubal, Doge; Milvia Marigliano-Nerissa; Simone Luglio-Graziano; Elena Gigliotti-Jessica; Nicola Pannelli-Antonio; Fulvio Pepe-Lorenzo; Sergio Romano-Lancillotto Gobbo; Elisabetta Mandalari-Porzia; Roberto Turchetta-Solanio; Ivan Zerbinati-Salerio

regia: Valerio Binasco

produzione: Veronica Mona con Oblomov film srl e Compagnia Enfi Teatro

musiche originali: Arturo Annecchino

scene: Carlo de Marino

luci: Pasquale Mari

costumi: Sandra Cardini

regista assistente: Nicoletta Robello

 

Recita del 19 ottobre 2014

 

 

Il Teatro Goldoni di Venezia ha scelto Il mercante di Venezia per inaugurare la stagione 2014-2015, con Silvio Orlando nel ruolo di Shylock, la Popular Shakespeare Kompany e la regia di Valerio Binasco.

Le note del regista educono lo spettatore ma non convincono. Accettando la condivisibile dicotomia bene-male, Binasco sostiene che la storia giri « intorno a un gruppo di amici» che non primeggiano nella vita ma sono dei semplici paesani, alle prese con cameratesche bravate in stile Amici miei. Non è così. Le conoscenze di Antonio non sono popolani perdigiorno parlanti svariati dialetti italiani, come si è sentito e visto al Goldoni, ma esponenti del ceto mercantile della città lagunare e a cui Shakespeare affida un registro linguistico quasi cavalleresco. Ulteriormente, il Mercante deve essere «una festa del teatro». No. Questa è una tragicommedia e non c’è necessità di trasformarla in altro perché se così venne concepita dal Bardo, che sapeva cos’era comedy e cosa no, un motivo ci sarà. Ancora, Binasco premette di stare dalla parte dell’ebreo, intenzione che però non traspare in maniera palese sul palcoscenico, evidentemente a causa della smarrita convinzione con cui Orlando veste i panni di Shylock.

Chiariti questi punti, ci si chiede se, in fin dei conti, sia davvero necessario reinterpretare i classici, dato che i capolavori hanno già tutti i crismi della perfezione. Il titolo in questione verte su alcuni temi da cui non si può prescindere, pena lo stravolgere completamente il messaggio originale.

Primo. L’amore di Antonio per Bassanio è un dato di fatto e Shakespeare non ha remore a ricordarcelo più volte. L’omosessualità è quindi dichiarata e accettata dalla sua cerchia di conoscenze. Qui invece viene lasciata sullo sfondo e destinata a classici sfottò all’italiana.

Secondo. Porzia e Nerissa sono le vere eroine, le salvatrici del sesso maschile dal fallimento sociale e morale. Spiacevole risulta il vederle sminuite a sciacquette della bassa veneta, scelta che le priva di tutta la loro poesia e spessore umano. L’enfasi impiegata da Elisabetta Mandalari e Milvia Marigliano nel rendere comiche due donne che in realtà sanno il fatto loro stona. Inoltre, nel testo si travestono rispettivamente da dottore in legge e scrivano, quindi da uomini, e ciò ha una logica motivazione non solo storica, ma anche drammaturgica. Binasco, inspiegabilmente, sceglie invece di trasformarle in due “giudichesse” [sic].

Terzo. Shakespeare ci tiene alla parola e ne fa la protagonista indiretta del dramma. Shylock nutre un morboso feticismo per il suo bond, di cui conosce solo il significato letterale, la libbra di carne mentre già si è detto come gli altri personaggi trovino corpo e anima in un registro lessicale alto. Il regista invece elimina lunghe ma importanti parti di copione per inventarsi battute superflue, introduce termini incongrui quali “bohèmienne”, “fico secco” e adotta inflessioni dialettali che gli attori faticano a mantenere dall’inizio alla fine.

Nemmeno la presenza di Silvio Orlando contribuisce a risollevare la sorte di un allestimento che predilige la risata strappa-applausi a ben più catartiche emozioni. Il suo Shylock è un ebreo dall’accento russo monocorde, impersonale e generico, come pure l’Antonio di Nicola Pannelli. Convince il credibile Bassanio di Andrea Di Casa, che per fortuna parla italiano. Persino l’angelica Jessica di Elena Gigliotti diventa antipatica: Binasco nel III atto alla scena seconda la vuole incinta e alla quinta ubriaca e sessualmente predisposta, senza quindi una coerenza non solo teatrale, ma anche logica. Il Lancillotto Gobbo di Sergio Romano è surclassato da fool a macchietta piemontese. La cricca dei “compagni di merende” del mercante – Graziano (Simone Luglio), Lorenzo (Fulvio Pepe), Solanio (Roberto Turchetta) e Salerio (Ivan Zerbinati) – è irritante nel suo miscuglio pettegolo, volgare e cicaleggiante.

Gradevoli le musiche originali di Arturo Annecchino, che si adattano anche a un allestimento più tradizionale. Essenziali le scene di Carlo de Marino che opta per un bel fondale oro slavato, qualche sedia, un tavolo e dei tappeti. Il tutto è valorizzato con competenza dalle luci di Pasquale Mari. I costumi di Sandra Cardini rievocano atmosfere anni Venti.

Applausi all’ingresso di Silvio Orlando e consensi finali da parte del pubblico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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