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“Le nostre donne” di Eric Assous

Lorenzo Mucci
Ultima modifica: 25 Ottobre 2016 14:25
Lorenzo Mucci
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fotoAutore: Eric Assous

Attori: Edoardo Siravo, Emanuele Salce, Manuele Morgese

Scene e costumi: Lorenzo Cutùli

Musiche originali: Patrizio Marrone

Regia di Livio Galassi

——-

Reduce dal successo parigino degli anni 2013-2015 approda quest’anno in Italia il testo del pluripremiato drammaturgo francese Eric Assous (Premio Molière nel 2010 e 2015, Gran Premio del Teatro dell’Academie Francaise nel 2014) nella messinscena della Compagnia TeatroZeta di L’Aquila (la traduzione del testo è di Giulia Serafini). In terra di Francia il genere della commedia brillante a cui questo testo appartiene ha una tradizione consolidata dalla fine del ‘700 che si è in seguito sviluppata cercando di conciliare le ragioni del successo commerciale con quelle della critica dei costumi rivolta perlopiù alla classe borghese di cui questo tipo di teatro è da sempre espressione privilegiata. Dal punto di vista degli espedienti normalmente utilizzati dal sapiente artigianato della pièce bien faite (“pièce ben fatta”, congegnata) il testo di Assous sembra perfettamente riuscito. La costruzione dell’intreccio con l’accorto dosaggio dei colpi di scena e l’oliato dipanarsi delle peripezie che coinvolgono i tre protagonisti maschili (il medico Paul, il radiologo Max e Simon, il proprietario di alcuni saloni di parrucchiere, con le rispettive mogli e famiglie sullo sfondo), e la spigliatezza dei dialoghi ricchi di acuti e ironici botta e risposta, garantiscono al pubblico l’intrattenimento comico e drammatico (quest’ultimo alimentato dalla suspence per l’esito del presunto omicidio di Simon ai danni della propria moglie Estelle). Dotata di meno mordente appare invece l’opera sul versante della critica di costume a cui sembra però non voler rinunciare. Nel corso della vicenda infatti assistiamo al progressivo smascheramento dei vari menage (matrimoniali e non) dei tre uomini senza però che l’analisi dei fattori di crisi venga spinta troppo in profondità, fermandosi così spesso all’abusato refrain di una condizione (quella matrimoniale o di convivenza) non esperibile nella sua ricchezza (nessuna traccia è dato rinvenire di afflati o slanci sentimentali; la cultura romantica nella patria di Hugo e di Madame Bovary è ormai un lontano ricordo) e nemmeno modificabile nella sua perenne situazione di più o meno latente conflittualità e sostanziale incomprensione. E così il tentativo di omicidio della moglie da parte di Simon è l’inevitabile esito di un’”unione” vissuta sin dall’inizio all’insegna dell’inganno reciproco; e analogamente l’illustre medico Paul, nella confessione finale, definisce in modo inequivocabile il decorso del proprio rapporto coniugale dal giorno delle nozze come una situazione da “encefalogramma piatto”; dal canto suo Max sconta l’incapacità di costruire rapporti duraturi con l’altro sesso (definito sbrigativamente “le femmine”) dopo il suo primo divorzio.

Il tema d’interesse più rilevante della pièce in realtà emerge progressivamente in controcanto rispetto al filo conduttore del rapporto di coppia, ed è quello dell’amicizia tra i protagonisti che viene appunto messa alla prova dal presunto omicidio di Simon e dalla sua inattesa richiesta d’aiuto (una falsa testimonianza utile a scagionarlo) ai due vecchi amici riunitisi quella stessa sera per la consueta partita a carte. La messinscena francese ha messo a frutto la prova mattatoriale dei tre celebri attori Jean Reno, Richard Berry e Patrick Braoudé, i quali davano largo spazio e sviluppo alle dinamiche della loro relazione reciproca. La versione italiana, pur non trascurando quest’aspetto, mi sembra si sia preoccupata maggiormente di sostenere il dialogo tra i protagonisti curando il ritmo recitativo e l’alternanza tra momenti comici e drammatici. In questo senso i tre interpreti sono riusciti a rendere credibili i patemi d’animo dei tre antieroi fornendo così un adeguato contrappunto al tono caustico o disincantato delle reciproche accuse e recriminazioni.

La scena fissa di Lorenzo Cutùli ha dato un’impronta decisiva alla messinscena. La grandiosità, il nitore e la sobria eleganza dell’interno borghese sulle cui alte pareti campeggiano tre dipinti della pittrice polacca Tamara de Lempicka hanno dato l’adeguato respiro metaforico alle schermaglie dei tre amici relativizzando le velleità esistenziali della loro vicenda, riproponendo l’ossessiva presenza dell’universo delle donne attraverso le prorompenti raffigurazioni di nudo femminile dei quadri, suggerendo come contesto generale quello di una civiltà che continua a perpetuare all’interno di un circuito tendenzialmente esclusivo la rappresentazione à la page di “splendori e miserie” di un mondo che siamo invitati a osservare, tutto sommato, con tiepida condiscendenza.

La donna che legge
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