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Teatrionline > Blog > Prosa > Re Lear di William Shakespeare al Teatro Quirino di Roma
Prosa

Re Lear di William Shakespeare al Teatro Quirino di Roma

Fabiana Raponi
Ultima modifica: 19 Ottobre 2012 11:42
Fabiana Raponi
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È un mondo in disfacimento quello di Re Lear (tragedia composta da Shakespeare fra il 1604 e il 1605) e si capisce subito dalla scenografia a sipario aperto di Carmelo Giammello: un mondo sulla via della distruzione, con una grande corona abbandonata sul palco decorata con i simboli del XX secolo, dai Kennedy a Bin Laden a Marilyn Monroe, fra Velasquez sfregiati e aquile, statue e spade conficcate nella macerie, abiti di scena, drappi rossi o pneumatici. La regia a quattro mani di Michele Placido (suoi anche la traduzione e l’adattamento con la collaborazione di Marica Gungui) e Francesco Manetti catapulta la platea del Quirino in un mondo in disfacimento in cui gli attori calcano il palcoscenico e si vestono letteralmente dei personaggi anche con gli abiti di scena di echi elisabettiani (ma solo in parte mescolandosi a dettagli moderni). L’incipit è quasi sbrigativo, improvviso, accelerato: Re Lear, in rosso, divide il suo regno fra le sue figlie, commettendo l’errore di lasciarsi abbagliare dalle parole false e adulatrici di Goneril e Regan e ripudiando Cordelia, l’unica a non confondere l’amore con le parole. Da quel momento in poi comincia la trasformazione di Re Lear: da re arrogante e superbo a uomo qualsiasi, reso folle dall’ingratitudine e dalle feroci parole delle sue figlie che rivelano la loro vera natura (svestendosi simbolicamente degli abiti). Placido e Manetti hanno voluto vedere come reale motore del loro Re Lear l’amore, declinato in tutte le sfaccettature: certo, il testo resta una grande tragedia, sulla follia, su un mondo in disfacimento e sul conflitto generazionale, ma soprattutto sull’amore, declinato in ogni suo aspetto, che sia filiale, libidinoso o disinteressato. La recitazione è di stampo classico anche a sottolineare la totale attualità della tragedia, ma i registi spesso e volentieri scelgono la contemporaneità cinematografica delle azioni giocando sulla simultaneità e lasciando gli attori come astanti sullo sfondo. Michele Placido, che affronta per la prima volta il ruolo di Re Lear, si dimostra ancora una volta inteprete autorevole e convincente in ogni sfaccettatura del suo personaggio, che sia autorevolezza o superbia, ma sembra essere particolarmente toccante soprattutto nei momento di fragilità del suo re, quando diventa un uomo fra gli uomini, tradito nei suoi affetti. E se Placido resta il nome di richiamo di questo Re Lear, capace di richiamare il grande pubblico, tutto il cast è notevole. L’esperto Gigi Angelillo è un vibrante Conte di Gloucester, Francesco Bonomo è un intenso Edgar (il figlio tradito di Gloucester), Giulio Forges Davanzati è una sorpresa nel lascivo villain Edmund conteso fra Goneril (Margherita di Rauso) e Linda Gennari (Regan), dolcissima la Cordelia di Federica Vincenti (neo signora Placido da pochi mesi)) con una voce celestiale, mentre il Fool di Brenno Placido (figlio del regista) in pantaloncini mimetici, Converse e giacca bianca, è tutto giocato sulla leggerezza. In scena fino al Teatro Quirino di Roma fino al 28 ottobre.

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