Andato in scena il 14 e 15 marzo 2026, Florian Espace (Pescara)
“Madame Curie (Elogio dell’Invisibilità)” del Teatro Lanciavicchio è lo spettacolo che chiude la rassegna “Femminile Plurale” di Florian Metateatro, un trittico di spettacoli dedicati a personaggi storici più o meno conosciuti, da Lili Elbe ad Alfonsina Strada, fino alla signora Curie, al secolo Maria Sklodowska.
La drammaturgia di Stefania Evandro, integralmente intrecciata con la regia di Antonio Silvagni, ricostruisce il complesso percorso biografico della scienziata – dall’infanzia in una Polonia russificata all’arrivo a Parigi – ma ha il pregio di procedere per isole e salti, infrangendo in partenza ogni linearità cronologica.
Il dato che colpisce immediatamente è l’utilizzo di un codice teatrale pieno, carico, in ossequio all’antica “ricetta” dell’arte scenica come fusione di più linguaggi. Sin dal principio, la musica è il propellente che muove l’azione: supera lo statuto di colonna sonora e diviene personaggio aggiunto, tanto da guadagnare uno spazio fisico sul palcoscenico. Dietro un fondale di velo, si accende e poi evapora intermittente una scena parallela, una vita adiacente a quella dei personaggi, dove le arie dei café chantant irradiano un “umore” denso, che racchiude l’intera cultura della Belle Epoque, il suo sogno di pace e la sua fiducia pura nel progresso.
Dall’altra parte del velo, al centro della scena vera e propria, un assembramento di blocchi neri di varia forma e dimensione (simbolo della materia da indagare) funge da “arredo” modulare, riadattabile rapidamente ai diversi momenti della messinscena. Qui si muovono Marie (Stefania Evandro) e Pierre Curie (Alberto Santucci), ora immersi in dialoghi ed episodi realistici, ora scissi dai loro personaggi: divengono narratori onniscienti che condividono un testo istantaneamente trasformato in spartito ritmico, in dimensione altra posta al di sopra della storia. Lo sguardo degli scienziati si allarga dal particolare all’universale, dall’ultima scoperta all’immensità dello scibile inconosciuto, incolmabile, come cielo stellato infinito. Per grazia di questa “mistica scientifica”, di questa istintiva fede nell’oltre, Il tragico – che la vita non risparmia a Marie – non precipita mai nella tragedia piena, non concede mai alla tenebra il primato sulla luce del dubbio. O meglio, sull’invisibile.
L’eterno paradosso del teatro: trovare verità nella finzione, mostrare l’invisibile tramite l’effetto sensoriale, il molteplice, la spettacolarità. La “Madame Curie” del Lanciavicchio è un lavoro di concerto dove concorrono all’unisono la musica (eseguita in scena da Giuseppe Morgante e Germana Rossi), il colorismo non cosmetico dell’illuminotecnica, la recitazione, nel suo complesso di vocalità, corporeità, prossemica. Una circolarità di segno che rende, ancor prima della parola, la completezza del soggetto affrontato: la scienziata indefessa e la donna (figlia, sorella, madre), l’indipendenza di una mente geniale (certificata da due Premi Nobel) e il sodalizio perfetto, autentico con Pierre, nella sostanza dei giorni e oltre.
Paolo Verlengia
CREDITS:
“MADAME CURIE elogio dell’invisibile”
di Stefania Evandro
regia Antonio Silvagni
con Stefania Evandro, Alberto Santucci
Musiche di Giuseppe Morgante, eseguite da Giuseppe Morgante e Germana Rossi
scenografia Valerio Babbo Scenotecnica ‘Ivan Medici’
costumi realizzati da Sorelle Marcelli
una produzione Teatro Lanciavicchio

