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Opera

Il Trovatore di Giuseppe Verdi

Giosetta Guerra
Ultima modifica: 27 Luglio 2013 10:55
Giosetta Guerra
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foto2MACERATA – SFERISTERIO OPERA FESTIVAL 2013(sabato 20 luglio 2013, prima)Il fuoco avvampa e stride la vampa in cupa atmosfera.

 

Con una scenografia minimalista, in linea con la crisi economica italiana, con poco dispendio di mezzi, di luci e di colori, l’allestimento de Il Trovatore ha valorizzato lo spazio naturale dello Sferisterio ed ha creato le dovute suggestioni di questa truce vicenda, che comunque, senza la definizione degli ambienti richiesti dal libretto, è restata di difficile comprensione per i neofiti.

Il testo scritto sul muro, sia a destra che a sinistra, aiutava a capire cosa stava avvenendo, ma uno spettatore mi ha fatto rilevare che la proiezione così alta e laterale distoglieva dalla scena, anche se da vedere non c’era poi molto.

Due strette e lunghe tavole nere, col bordo frontale illuminato, occupavano il lunghissimo palcoscenico, sul lato sinistro un rogo quasi costantemente acceso, accanto un’alta torretta quadrangolare per la prigione della zingara e del Trovatore, botole sull’impiantito, fuochi repentini accesi da una miccia sul muro dello Sferisterio, dove erano fissate sette enormi plafoniere moderne con luce al neon che al bisogno si accendeva o lampeggiava o si espandeva.

L’azione si svolgeva accanto, davanti, dietro o sopra queste tavole, il cui bordo a volte si tingeva di rosso, luce rossa e fiammate anche in cima alla torretta (luogo di tortura e sofferenza), alla base del muro per staccare le figure nere dei coristi con la faccia cosparsa di una polvere fluorescente che dava al volto un rilievo spettrale e su tutto il muro nell’epilogo. Simboli dominanti e ricorrenti: una corda rossa che usciva dalla torretta (forse simbolo di schiavitù) srotolata e tirata da persone o avviluppata, una donna scarmigliata e bambino con una corta tunica bruciacchiata che si aggiravano per la scena (fantasmi dei morti), la falce fienaia (quella della morte) con lama fosforescente, una volta portata dal bambino e in mano ai due contendenti, Manrico e il Conte di luna, in gesto di sfida, anche sull’Ouverture, mentre gli armigeri arrivavano dai lati gattonando e, naturalmente, il fuoco sacrificale. Azucena, Leonora e Ines eran vestite allo stesso modo.

I costumi dei protagonisti e dei coristi erano neri, tranne quello rosso di Ferrando, quello bianco di Leonora nella scena finale, i bordi rossi della vestaglia del Conte di Luna, la cintura rossa dei bambini e il velo di tulle rosso delle religiose, che nel movimento si staccava dall’abito nero creando un bell’effetto di rossa trasparenza fluttuante. Le immagini create dalle luci e dalla disposizione delle masse erano belle e suggestive, pur non favorendo la comprensione della vicenda.

La scena era buia per la notte, ma era buio anche l’accampamento degli zingari e tutto il resto. La regia era di Francisco Negrin, le scene e i costumi erano opera di Louis Desiré e il disegno luci di Bruno Poet.

Il coro ha giocato un ruolo importante sul piano scenografico, si è mosso con stile e con padronanza scenica, ha creato suggestivi tableaux vivants, ma soprattutto ha cantato magnificamente, come sempre fa il Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”, preparato da David Crescenzi. Ha ben eseguito il canto sillabato e ritmato, il canto morbido e i suoni sommessi del Miserere.

I protagonisti delle opere liriche del periodo romantico sono giovani ed eroici, ma i compositori hanno scritto per loro pagine che richiedono una vocalità importante, per cui la difficoltà maggiore per gli interpreti è combinare due elementi fondamentali: credibilità scenica e grande voce.

Il Trovatore poi, oltre ad uno spessore musicale, ha uno spessore psicologico.

La musica scaturisce da un’inventiva melodica che si scioglie in un canto appassionato ed eroico, fino a scoppiare in cabalette ardite. Complessivamente il cast ascoltato a Macerata era buono, con punte d’eccellenza per Simone Piazzola nel ruolo del conte di Luna e qualche perplessità per Aquiles Machadoin quello di Manricoil trovatore. Simone Piazzola è un Conte di Luna da manuale. Il baritono emerge su tutti per la bellezza della voce e del modo di porgere, una voce d’ampio respiro, estesa, autorevole e nobile, gestita sul fiato con naturalezza d’emissione sia nel canto legato sia in quello mosso delle cabalette e nelle impennate acute, il volume viene dosato dall’uso della messa di voce, dalla tenuta del fiato e dalla morbidezza degli attacchi e della linea di canto; l’armoniosità e la musicalità carezzevole del flusso vocale, la nobiltà dell’accento, l’intensità dell’interpretazione creano un intimo legame tra il cantante e gli ascoltatori. Aquiles Machado (Manrico) ha un bel timbro tenorile che potrebbe avere anche una tinta eroica nelle parti centrali, ma i suoni acuti sono instabili, perché il tenore non canta sul fiato ma di fibra perciò non sfuma e “balla” in zona acuta (“Ah! Sì, ben mio”), quando spinge vacilla e non si espande neanche nella famosa pira, che resta anonima. Luciano Montanaro (Ferrando), ha voce sonora e corposa di basso che usa correttamente (“Abbietta zingara”), ma un pizzico di grinta gioverebbe all’interpretazione e ai gruppetti del canto di coloratura.Il soprano Susanna Branchini (Leonora, una prima donna con una vocalità ancora belcantistica, sulla scia della donizettiana Lucia.), dopo un inizio un po’ insicuro con suoni flebili nei pianissimo, rimpolpati nei centri e incerti nel salire verso l’acuto nel notturno del prim’atto “Tacea la notte placida”, ha poi rivelato un bel corpo vocale, che si espande con buone sonorità, la voce è robusta ma alcuni suoni sono gonfiati. Il soprano interpreta la grand’aria del quart’atto “D’amor sull’ali rosee” con delicatezza, filati accennati, buone sonorità gravi, trilli, filati in acuto, tutto ben dosato, ma dovrebbe avere una migliore gestione del fiato.Rosanna Lo Greco (Ines) dovrebbe aprire un po’ i suoni.Il mezzosoprano Enkekejda Shkossa (Azucena) ha voce dal suono accattivante che si espande in arena, è luminoso nell’acuto, cupo e a volte cavernoso nel grave (“Stride la vampa”), brava interprete, sa cantare anche con morbidezza e modula una voce potente con diversi colori piegandola al senso della frase. Personaggio credibile, ma lasciato in ombra dalla regia.Enrico Cossutta era Ruiz e Alessandro Pucci un messo.L’orchestra regionale delle Marche, diretta da Paolo Arrivabeni, ha assecondato e sostenuto le voci e ha dipinto i colori della partitura con vibrante partecipazione.foto

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