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Il servitore di due padroni

Federica Di Dio Ciantia
Ultima modifica: 1 Febbraio 2014 10:32
Federica Di Dio Ciantia
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fotoda Carlo Goldoni
regia ANTONIO LATELLA
drammaturgia Ken Ponzio

 

La commedia degli inganni per eccellenza, quella di Carlo Goldoni, diventa una maschera contemporanea in ogni sua forma, dalla scenografia, ai costumi, dalle voci ai movimenti del corpo.

Il tutto è esasperato, nel desiderio di far diventare la menzogna realtà.

Una realtà che viene nascosta dietro una scenografia essenziale.

Ci ritroviamo nel corridoio di un albergo a cui si accede attraverso un ascensore. Le porte, che permettono l’ingresso nelle varie stanze, si aprono e si chiudono in continuazione al passaggio dei vari personaggi che entrano in scena solo per indossare le loro maschere e poi si rinchiudono quando le loro verità cominciano a vacillare.

L’ascensore, posizionato nel fondo della scena, si trasforma in una passerella che celebra tutta la vanità del nostro mondo. Una vanità ostentata da quasi tutti i personaggi che, in ogni loro battuta, sembrano promuovere se stessi ad ogni costo, mentendo agli altri con l’unico scopo del guadagno.

Arlecchino, Truffaldino, rappresenta la maschera dell’intera commedia. Lui sta al gioco di tutti, è sempre in scena, osserva ma non si espone se non per stimolare la menzogna fino a farla esasperare e a spogliarla di tutti i suoi orpelli. Quando ormai la verità è palese le porte non servono più, i muri testimoni di tutto il chiacchiericcio vengono smantellati, i personaggi non possono più nascondersi e Arlecchino, il vero regista di tutta la menzogna, a lume di candela pone fine alla commedia.

Ken Ponzio, autore e drammaturgo, riscrive il testo, rendendolo assolutamente attuale, enfatico e a tratti crudo, senza togliere lo slancio di tutta la natura sempre ambigua dei protagonisti goldoniani, tanto veniali o indecisi da non lasciare spazio ai veri sentimenti. Il veneziano ostentato di Pantalone si unisce alla lingua torinese arricchita dal francese altrettanto snob di Beatrice Rasponi. Mentre la superbia del dottor Lombardi viene annichilita da espressioni dialettiche e volgari.

Soprattutto i costumi diventano parte essenziale di questo gioco delle parti. Da Silvio che si presenta in abito rinascimentale, a Beatrice che si veste da uomo, fino a Florindo Aretusi che in gonnella raffigura tutta la vacuità dell’apparenza. Pantalone e il dottor Lombarti non hanno bisogno di indumenti particolari per nascondere se stessi; dietro il tailleur elegante si cela, e neanche tanto, un’anima veniale che non lascia spazio ad alcuna emozione sincera.

fotoBrighella, l’albergatore, deve compiacere tutti i suoi ospiti guidandoli come un regista/narratore nelle loro azioni, come un padre curioso che si fa servitore autorevole di tutta la scena. Smeraldina, invece, sembra essere l’unico personaggio disincantato; incarna l’essenzialità di coloro che sanno che la vita è una sola e prende un’unica direzione, ovvero quella decretata dalle proprie scelte.

Il corpo stesso diventa un dettaglio prezioso che serve ad esasperare con salti, capriole, movimenti meccanici e la postura pronunciata degli attori l’intera commedia, che diventa uno specchio rivolto al pubblico, rivolto all’umanità ormai abituata ad annullare se stessa, la propria anima e natura perché troppo ingombrante. I sentimenti diventano un corpo morto che non ha senso di essere celebrato, come quello di Federico Rasponi. Ciò che conta è apparire come persone assolutamente realizzate, soddisfatte e ricche abbastanza da permettersi di realizzare ogni desiderio veniale.

In scena al Teatro Metastasio di Prato, Antonio Latella trasforma la commedia del 1745, “Il servitore di due padroni”, in una metafora assolutamente schietta del mondo d’oggi, dove tutti diventano personaggi stereotipati, dove nessuno ha il coraggio di mostrare i propri sentimenti.

 

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