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Teatrionline > Blog > Prosa > “Dipartita finale” di Franco Branciaroli
Prosa

“Dipartita finale” di Franco Branciaroli

Maurizio Carra
Ultima modifica: 10 Giugno 2015 19:01
Maurizio Carra
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fotoÈ un trattato di filosofia sulla caducità della vita, sull’incapacità umana di trovare una ragione di fronte alla morte se non ricorrendo a falsi stereotipi, sul naufragare fra le onde di una costrizione esistenziale che l’essere cerca di superare attaccandosi alla illusoria zattera della speranza, sulla disperazione travestita con i colori della comicità e infine dare un senso alla vita con l’aiuto degli “eterni” che, dopo aver abbandonato la terra per rincorrere paradisi illusori, scelgono di condividere il destino dei mortali. La citazione al Crocefisso è forse la risposta al dolore e alle domande di senso dell’uomo.
C’è tutto questo nella pièce di Franco Branciaroli. Uno e trino, questo grande attore (pardon artista) non finisce di stupirci. Non è la prima volta che lo vediamo nelle vesti di autore, attore e regista, ma la straordinaria versatilità e capacità di cambiare registro di essere altro da sé (spesso in forma provocatoria) ci avvolge come neofiti nelle sue spire. Insomma quando c’è lui si va sempre sul sicuro figuriamoci questa volta che è affiancato da quell’immenso attore che è il novantacinquenne Gianrico Tedeschi, e dai bravissimi Ugo Pagliai e Maurizio Donadoni.

Che cosa ha fatto Branciaroli, ha preso come pretesto “Finale di partita” di Beckett a lui caro, non ha fatto ricorso all’ispettore Clouseau, ma, con la sua grande capacità ha fatto il verso al povero (mica tanto…) ex Cavaliere che manda il messaggio a nome degli “eterni”, a Totò nelle vesti della “morte” e, solo di striscio a Gassman. Il titolo richiama Finale di partita, ma il contenuto con i suoi clochard si rifà ad “Aspettando Godot”.

Non c’è in realtà una trama, è lo svolgersi di una slow motion picture che dà l’impressione di “fermo immagine” ma che in realtà è in movimento continuo con gesti essenziali e ripetitivi. In un clima surreale, formalmente elementare fatto più di silenzi e sottintesi che di discorsi sui massimi sistemi, si sviluppa il percorso “finale” dei tre barboni e della stessa “morte di nero vestita con la falce” che è venuta a portarli via e che invece rimane per riposare e morire con loro. I dialoghi elementari che sono al limite dell’assurdo danno corpo al grottesco intruglio di fatti quotidiani fondamentalmente di comica drammaticità e sorprendente ironia che fanno riflettere.

L’azione (o meglio la non azione) si svolge nel chiuso di una baracca che, per convenzione, è pensata sulle rive del Tevere; in realtà si svolge in un non luogo, senza tempo e senza spazio, prototipo della condizione umana in attesa di quell’unica maledetta certezza che è la fine.

I tre personaggi sono Pol (Ugo Pagliai) che, disteso su una specie di letto specchio della generale condizione di disfacimento, dorme sempre ed è accudito da Pot (Gianrico Tedeschi) che, al contrario non dorme mai ed è sempre pronto al suo servizio (in una certa misura come Hamm e Clov) e infine il Supino (Maurizio Donadoni) sempre coricato che crede di far parte degli “eterni”. A loro si aggiunge la Morte (Franco Branciaroli) di cui abbiamo detto. Come nel “Finale di partita” i personaggi, nel trascorrere gli ultimi giorni, hanno superato la soglia della speranza e accettato la consapevolezza indolore del nulla. Anche in questa pièce vale quanto disse Branciaroli : “Il messaggio di Beckett sull’uomo è tragicamente vero – disse allora Branciaroli – la sfida che mi sono proposto è farlo arrivare cercando di togliere peso alle parole. Non per togliere peso al tragico: anzi, per renderlo più efficace”. Perfetta la regia di Franco Branciaroli, funzionali le scene di Margherita Palli e il disegno luci di Gigi Saccomandi.

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