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Opera

Falstaff

Redazione
Ultima modifica: 7 Ottobre 2015 18:21
Redazione
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Commedia lirica in tre atti

Libretto di Arrigo Boito

Musica di GIUSEPPE VERDI

(Revisione sull’autografo della partitura di A. Zedda con la collaborazione di F. Broussard; Edizioni Universal Music Publishing Ricordi srl, Milano)

Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala, 9 febbraio 1893

Produzione Teatro alla Scala (2013)

In coproduzione con Royal Opera House, Covent Garden, Londra; Canadian Opera Company, Toronto; Metropolitan Opera, New York; Dutch National Opera, Amsterdam

****

Direttore DANIELE GATTI

Regia ROBERT CARSEN

Scene PAUL STEINBERG

Costumi BRIGITTE REIFFENSTUEL

Luci ROBERT CARSEN e PETER VAN PRAET

****

Personaggi e interpreti

Sir John Falstaff Nicola Alaimo

Ford Massimo Cavalletti

Fenton Francesco Demuro

Dr. Cajus Carlo Bosi

Bardolfo Patrizio Saudelli

Pistola Giovanni Parodi

Mrs. Alice Ford Eva Mei

Nannetta Eva Liebau

Mrs. Meg Page Laura Polverelli

Mrs. Quickly Marie-Nicole Lemieux

****

Date:

mercoledì 14 ottobre ore 20 ~ prima rappresentazione

venerdì 16 ottobre ore 20 ~ fuori abbonamento

lunedì 19 ottobre ore 20 ~ turno M abbonamento mini

mercoledì 21 ottobre ore 20 ~ turno O abbonamento mini

sabato 24 ottobre ore 20 ~ fuori abbonamento

lunedì 26 ottobre ore 20 ~ fuori abbonamento

mercoledì 28 ottobre ore 20 ~ fuori abbonamento

mercoledì 4 novembre ore 20 ~ ScalAperta

———–

Prezzi: da 210 a 13 euro

Prezzi ScalAperta: da 105 a 6,50 euro

Infotel 02 72 00 37 44

———–

L’OPERA IN BREVE

di EMILIO SALA

Che Verdi abbia composto il Falstaff per “vendicarsi” (cinquant’anni dopo)

del fiasco di Un giorno di regno sarà anche plausibile in termini psicologici,

ma di certo risulta un luogo comune assai riduttivo per chi voglia indagare il

significato dell’ultima opera verdiana dal punto di vista critico-estetico. Benché

la tradizione dell’opera buffa (specialmente di Rossini) sia presente tra le

righe del Falstaff, la partitura verdiana, che Casella considerava come il punto

di partenza di tutta la musica moderna italiana, si colloca oltre la tradizione

melodrammatica. Quest’ultima compare nel Falstaff soltanto sotto forma

di parodia o di citazione. Non a caso Verdi affermò che il luogo più adatto

per rappresentare la sua nuova opera non fosse più il Teatro alla Scala ma la

Villa Sant’Agata. Irresistibili a questo proposito sono le ironiche autocitazioni

come “Povera donna!” di Mrs. Quickly (che rinvia alla Traviata) oppure “Immenso

Falstaff” di Bardolfo e Pistola (che fa il verso al celebre coro dell’Aida:

“Immenso Fthà”). Mentre l’opera buffa tradizionale si articola attraverso

strutture musicali almeno in parte indipendenti dall’azione drammatica, nel

Falstaff Verdi sembra in qualche modo mettere in azione la musica e sonorizzare

le parole. L’opera attacca infatti come una specie di parodia della forma-

sonata (una forma strumentale, perdipiù) con tanto di primo tema, secondo

tema e sviluppo. Una parodia che ha un riscontro anche sul piano verbale:

“Ecco la mia risposta”, quando incomincia il secondo tema “Non è finita!”

all’inizio dello sviluppo. Che il compositore volesse anche prendere in

giro il sinfonismo dei giovani compositori italiani? La distanza dalla tradizione

melodrammatica ottocentesca emerge anche nella scrittura vocale e nel rapporto

tra il canto e l’orchestra. La voce non è più la dominatrice assoluta e

anzi, depurata d’ogni gesto stentoreo, viene integrata il più possibile nel tessuto

orchestrale. Certo, resta il potente monologo di Ford, ma esso è appunto

una sorta di citazione, di parodia del melodrammatico baritono geloso.

Per quanto riguarda la sonorizzazione delle parole, va detto che i pochi temi

ricorrenti che si trovano nel Falstaff hanno tutti origine da un elemento verbale:

“Dalle due alle tre”, “Te lo cornifico” ecc. Viene in mente una lettera

in cui Verdi, lodando Il barbiere di Siviglia, cita la frase di Figaro “Signor giudizio,

per carità”, definendola “né melodia né armonia… ma la parola declamata

giusta vera!”.

Dunque Verdi, di cui tutti conoscono la passione shakespeariana, realizza la

sua ultima opera con il librettista Arrigo Boito, che ebbe un ruolo assai rilevante

nell’ultima fase della parabola creativa verdiana: con Boito, il compositore

rimise mano al Simon Boccanegra nel 1880 e scrisse l’Otello nel 1887.

La parte di Falstaff venne interpretata dal baritono francese che fu il primo

Jago: Victor Maurel, un artista che detestava cantare, come avrebbe detto

Verdi, per fare la “voce grossa”. Scrivendo a Boito a proposito di Jago (ma lo

stesso si potrebbe dire anche di Falstaff), Verdi afferma: “È cosa curiosa! La

parte di Jago, salvo qualche éclats, si potrebbe cantare tutta a mezza voce!”.

Durante la gestazione del Falstaff, egli scrive a Ricordi per avvertirlo cheL’opera in breve

vorrà dedicare una particolare assiduità alle prove al cembalo, dato che la

sua nuova opera “bisognerà cantarla diversamente dalle altre opere comiche

moderne, o dalle opere buffe antiche. […] I nostri cantanti non sanno fare in

generale che la voce grossa; non hanno elasticità di voce, né sillabazione

chiara e facile, e mancano d’accento e di fiato”. Come si vede, Verdi si distacca

dalla tradizione melodrammatica di cui è stato peraltro un assoluto

protagonista e si riferisce ad essa, semmai, ironicamente. Il Falstaff è in un

certo senso un’opera postuma. La spinta al comico dimostrata dal compositore

in opere come Un ballo in maschera o nel Fra Melitone della Forza del

destino è certo un presupposto importante; né va dimenticato quanto Verdi

scrisse al Monaldi (3 dicembre 1890): “Sono quarant’anni che desidero scrivere

un’opera comica, e sono cinquant’anni che conosco Le allegre comari

di Windsor”. Ma la vis del Falstaff è più ironica che comica, ed è piena di

malinconia. Quando andò in scena alla Scala il 9 febbraio 1893, tutti sapevano

che il Falstaff sarebbe stata l’ultima opera di Verdi. Nel congedare la partitura

a Ricordi, alla fine del 1892, avviandosi ormai verso il traguardo degli

ottant’anni, il compositore allegò alla sua ultima fatica questo appassionato,

melanconico e struggente biglietto di commiato: “Le ultime note del

Falstaff. Tutto è finito! Va, va vecchio John… Cammina per la tua via, finché

tu puoi… Divertente tipo di briccone; eternamente vero, sotto maschere diverse,

in ogni tempo, in ogni luogo! Va… Va… Cammina cammina… Addio!!!”.

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