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Reading: La “versione di Ghertruda” di Davide Rondoni
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Teatrionline > Blog > Prosa > La “versione di Ghertruda” di Davide Rondoni
Prosa

La “versione di Ghertruda” di Davide Rondoni

Redazione
Ultima modifica: 26 Febbraio 2016 17:58
Redazione
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fotoRecensione di Carla Laudati

Nell’ambito della rassegna Imago Mundi, che il Centro Teatrale Bresciano ha dedicato a William Shakespeare nel quarto centenario della sua morte, va in scena in prima nazionale al Teatro Santa Chiara di Brescia, l’intenso monologo con cui Davide Rondoni, uno dei maggiori poeti italiani contemporanei, dà (finalmente) facoltà di parola a Geltrude, madre del principe Amleto e personaggio di difficile interpretazione del dramma shakespeariano.

“Adesso torno in scena io. Sollevandomi da quella stupidissima morte”.

Solitaria – al centro di una scena dominata da un’incombente vetrata, al di là della quale si intravedono i fantasmi degli altri personaggi del dramma – si muove lei, Ghertruda, interpretata da una convincente e sensuale Laura Piazza, giovane attrice che ha già lavorato con grandi registi (da Albertazzi a Calenda).

Ghertruda non è tenera con i personaggi maschili della sua vita: “un figlio che finge d’esser demente, un secondo marito che finge d’esser innocente, un primo marito che addirittura il fantasma si mette a fare”; eppure lei ci aveva provato a scongiurare la rovina che aveva visto incombere sul regno di Danimarca ed ora, tra contraddizioni ed invettive, cerca di giustificarsi e di dimostrare la propria condotta impeccabile davanti ad un immaginario tribunale di ultima istanza.

La sua autodifesa è tutta nella rivendicazione della sua regalità e del suo essere madre; nella rivendicazione dell’estremo ma vano tentativo, consapevole o no, di immolarsi per la salvezza del figlio, in quanto madre, e del suo regno, in quanto regina.

Tuttavia, Ghertruda non può esimersi dall’ammettere il proprio fallimento e la sua vicenda assume valenza universale, anche riletta in chiave contemporanea: è la sconfitta di ogni tentativo di vincere “la menzogna midollare” dell’uomo che è quella della usurpazione del potere.

In questo senso Ghertruda è soprattutto una donna, consapevole di aver peccato ma al contempo convinta che il suo peccato sia attenuato dall’impossibilità di sfuggire al proprio destino.

Una donna la cui unica colpa è stata quella di voler essere regina, insinuando il dubbio – nelle ultime battute del monologo – che questo sia il desiderio di tutte le donne. “Non vi riconoscete?” chiede ripetutamente, rivolgendosi alle spettatrici. Una donna, dibattuta tra l’essere madre, moglie e amante, il cui forse unico rammarico resta quello di non aver potuto scegliere chi amare.

Infatti, come afferma Laura Piazza: “quella di Ghertruda è una condizione universale: è simulacro del dolore che scaturisce dalla coscienza del proprio destino e della difficoltà, spesso insormontabile, di trovare il coraggio di autodeterminarlo”.

La regia del giovanissimo Filippo Renda è ricca, al pari dei bei costumi disegnati da Eleonora Rossi che la protagonista – come “dolorosi cambi di pelle” – indossa e toglie più volte sulla scena alla ricerca della propria identità, così segnando il passaggio tra i vari quadri separati da accattivanti stacchi musicali affidati a Edoardo Chiaf.

Il risultato è un’ora di teatro avvincente e convincente.

L’attesa
Il Gran Bazar de Le Mille e Una Notte
“Otello” di Luigi Lo Cascio, liberamente ispirato all’Otello di William Shakespeare
“Arlecchino servitore di due padroni” di Carlo Goldoni
La terra desolata

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