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Prosa

Ti regalo la mia morte, Veronika

Maurizio Carra
Ultima modifica: 17 Marzo 2016 18:02
Maurizio Carra
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fotoIl regista Antonio Latella con la collaborazione del drammaturgo Federico Bellini ha riscritto per le scene il film “Veronika Voss” di Rainer Werner Fassbinder titolandolo “Ti regalo la mia morte, Veronika”. Latella si attiene alla vicenda raccontata nel film, ma come vedremo ne dà una lettura a dir poco spiazzante.

Ecco la trama. Veronika Voss, ex diva dell’Universum-Film AG (UFA), il cinema di propaganda nazista, da anni dimenticata da tutti, vive nell’ossessione del suo passato e dalla sua celebrità. Veronika, distrutta dalla droga, attraverso una serie di deliranti ricordi in flash back racconta gli aspetti più drammatico della sua vita. È uno scontro allucinato fra il presente e il passato, fra il sogno e la realtà, fra finzione e la realtà. La storia d’amore con Robert Krohn, un giornalista sportivo il cui amore non sarà sufficiente a salvarla dalla perfida dottoressa Katz direttrice della clinica dove Veronika è ricoverata che, invece di curarla, le somministrano dosi massicce di oppiacei per mettere le mani su i suoi beni. Per verificare i suoi sospetti, Robert convince la moglie Henriette ad andare dalla dottoressa Katz, fingendosi una ricca donna affetta da depressione. Quando la neurologa le rilascia una prescrizione a base di oppiacei, Henriette cerca di avvisare disperatamente Robert, ma una macchina la travolge uccidendola. La storia si conclude tragicamente con Veronika che nell’estrema solitudine e in preda ad una crisi di astinenza considera la morte come una liberazione. La caratteristica spiazzante è che tutti i personaggi, anche in funzione coreutica, escono dai travestimenti fino allora indossati in gorilla bianchi metafora della morfina, la scimmia che Veronika alla fine si porta sulla spalla. Interessante l’inizio con Monica Piseddu nei panni di Veronika che, sola sul proscenio a luci accese, rivolta al pubblico grida “Aiutatemi a regalarvi la mia morte”. La scena finale, apparentemente incongruente, ricorda sia il “Giardino dei ciliegi” di Cechov sia “Déjeuner sur l’herbe” di Manet dove sotto l’albero rivivono, in un’atmosfera onirica, le principali protagoniste dei film di Fassbinder. Nella sua visionaria autostima Latella fa riferimenti espliciti a sue opere come l’allestimento di “Un tram che si chiama desiderio”.

Cosa dire dello spettacolo. Mah più o meno secondo le aspettative, quando il regista è Antonio Latella si è certi di vedere uno spettacolo di Latella a prescindere dall’autore. Il regista fa parte dei cosiddetti “avanguardisti”, personaggi che intendono mettere il proprio talento, la propria creatività al servizio dell’arte scenica smontando, frantumando, rimontando (pur nella fedeltà concettuale) i testi di famosi autori al punto di acquisirne la paternità formale. Il loro nome cioè si sovrappone a quello dell’autore. Chi non ricorda “Quel tram che si chiama desiderio” di Latella/Tennessee Williams o “Il ventaglio” di Latella/Goldoni? Diciamolo (e vale anche nel caso di specie). Latella è un artista di grossa personalità, è strabordante, cervellotico, anticonvenzionale, ipertrofico nel male e nel bene, è un provocatore, ama sconcertare, stupire, si crede un genio e forse lo è. Con le sue invenzioni ha spiazzato lo spettatore che, tenuto sulla corda e pur pieno di dubbi (forse proprio per questo), non ha ceduto alla distrazione o alla stanchezza.

Gli attori meritano tutti un caloroso applauso, intensa nel suo lucido delirio l’interpretazione di Monica Piseddu nella parte di Veronika Voss, e con lei ricordiamo Valentina Acca in quella di Henriette e il marito giornalista Robert Korhn interpretato da Annibale Pavone, Estelle Franco nella dura, perfida Dottoressa Katz, Fabio Pasquini nei diversi ruoli del regista, ebreo e Capo-Coro e ancora Caterina Carpio, Nicole Kehrberger,Maurizio Rippa, Massomo Albarello, Sebastiano Di bella, Fabio Bellitti.

Apprezzato il minimalismo delle scene di Giuseppe Stellato con l’invenzione delle seggiole teatrali in proscenio che permettono ai personaggi un rapporto diretto con gli spettatori e il bianco asettico delle scene che ben si addice alla clinica e ai sentimenti. Non si possono dimenticare i costumi (i bianchi gorilla) curati da Graziella Pace, notevole l’apporto nel complesso drammaturgico delle musiche di Franco Visioli, delle luci di Simone de Angelis e le ombre realizzate da Altretracce.

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