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Die Fledermaus-Il pipistrello

Luca Benvenuti
Ultima modifica: 3 Gennaio 2017 16:35
Luca Benvenuti
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Foto di Visual ART fotografia
Foto di Visual ART fotografia

Operetta in tre atti

Libretto di Karl Haffner e Richard Genée da Le Reveillon di Henry Meilhac e Ludovic Halévy

Musica di Johann Strauss jr.

 

Personaggi e interpreti (primo cast):

Gabriel von Eisenstein: Christoph Strehl

Rosalinde: Mihaela Marcu

Alfred: Merto Sungu

Adele: Lina Johnson

Principe Orlofsky: Daniela Baňasová

Dottor Falke: Zoltan Nagy

Frank: Horst Lamnek

Frosch: Fulvio Falzarano

Ida: Simonetta Cavalli

Dottor Blind: Andrea Binetti

 

Maestro concertatore e direttore: Gianluigi Gelmetti

Regia e light design: Daniel Benoin

Scene: Jean-Pierre Laporte

Costumi: Nathalie Bérard-Benoin

Video: Paulo Correia

 

Orchestra e Coro della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste

Maestro del coro: Fulvio Fogliazza

 

Nuovo allestimento della Fondazione Teatro lirico Giuseppe Verdi di Trieste

————

È figlia del nostro tempo, epoca di una vuotezza spaventosa, questa costante prassi di rileggere i libretti in chiave sociale, politica o culturale anche quando essi non ne abbisognano? Me lo chiedo al termine della Fledermaus in scena al Verdi di Trieste, occasione mancata per fare vera Operetta. L’immenso Strauss, colui che musicò le frivole scaramucce di nobili beoni, si ritrova innalzato nei cieli dell’incoerenza drammaturgica. Daniele Benoin, regista e light designer di questo Pipistrello senza ali, inserisce contrasti classisti e linguistici, retrodatando la vicenda a Trieste nel 1866, grossolanamente ricreata dai video di Paulo Correia, con l’aristocrazia occupante che impone l’austriaco alla plebe autoctona. Chi conosce la Storia locale strabuzzerà gli occhi perché sa che così non fu. Se il primo atto funziona, nonostante l’assurdo carosello mascherato e le passioni tassidermiche dei coniugi Eisenstein, il secondo e il terzo deludono le aspettative. La festa a casa di Orlofsky, da sempre spazio aperto all’inventiva sfrenata, diventa vacuo sfondamento della quarta parete e la noia, sulle note del Kaiser-Walzer per quintetto d’archi, prende il sopravvento a causa della scarsità d’idee. Il principe, frustino alla mano, compie lunghi giri sul palcoscenico e si concede qualche atto di libidine ma nulla più. Ci si ripiglia leggermente grazie a Adele che sale sulla roulette e canta Mein Herr Marquis e a Rosalinde inneggiante all’Ungheria da un’altalena. Per il resto, dov’è l’opulenza asburgica? Dove sono le danze sfrenate in preda al delirio etilico? Nemmeno l’orgia a cui i convitati si abbandonano con poca convinzione e nemmeno la polka Unter Donner und Blitz, affidata a quattro ballerini male illuminati, risvegliano i sensi degli ospiti, tra cui spunta in quinta sinistra anche Alfred ammanettato. L’azione si chiude nel carcere con vista molo ove tiranneggiano Frank e il triestino Frosch, mentre l’inganno giocato al maschio farfallone viene a galla, non prima però che Adele sia salita sopra un tavolo a intonare Spiel ich die Unschuld vom Lande. Le scene di Jean-Pierre Laporte sono ragguardevoli e anche adatte a un grande spettacolo, come i costumi di Nathalie Bérard-Benoin, ma a mio modesto parere risentono delle autoreferenziali velleità registiche. Signori miei, l’Operetta è altro, inutile voler far tanto con poco, vano parlare di semplicità quando il genere richiede sfarzo, fantasia e, über alles, coerenza.

Il maestro Gianluigi Gelmetti, si legge nel programma di sala, rifiuta la regola poiché, dice lui, renderebbe convenzionale la direzione. Via quindi i rallentando, via le potenzialità delle strette, via le dinamiche pungenti, via i vezzi, via i tempi serrati…cosa rimane? Un’ariosità eccessiva che priva la musica di mordente, sensazione palese fin dall’Ouverture, confermata poi dal couplet Chacun à son goût e da Klänge der Heimat. L’Orchestra s’impegna, ma a Gelmetti non pare interessare il vero spirito di Strauss cioè l’amore puro per la melodia e la parola, complice sorniona del valzer, che solo bacchette gloriose come quella di Kleiber restituirono.

Nel cast l’unica a reggere davvero il peso del ruolo è Mihaela Marcu, Rosalinde autoritaria e di gran classe. Artista raffinata che già apprezzai due anni fa ne La vedova allegra al Filarmonico di Verona (spettacolo memorabile firmato Landi-Orlandi-Stefanutti), vanta omogeneità nella linea di canto, un maturo registro centrale e ottima dizione. La sua Rosalinde, grazie anche all’acuto smagliante e al gusto per la coloratura, brilla soprattutto in So muss allein ich bleiben, nell’Uhrenduett e Klänge der Heimat, dimostrando temperamento, bei colori e fraseggio perfetto.

Buono l’Alfred di Merto Sungu, tenore dal piglio sicuro, e il Falke assai partecipe di Zoltan Nagy.

Lina Johnson veste i panni di un’Adele poco trasgressiva e poco insolente. Il canto manca di volume ed è lontano dalla coloratura richiesta, sebbene la recitazione sia discreta.

Christoph Strehl non possiede la vocalità e l’estensione necessarie alla parte di Gabriel von Eisenstein e ciò lo porta a spingere sugli acuti. Senza infamia e senza lode Horst Lamnek, Frank rinchiuso in un costante nervosismo, Benoin vult, che gli fa cantare un po’ tutto uguale.

Anodino e privo di brio l’Orlofsky di Daniela Baňasová. La voce dovrebbe essere più sonora, duttile, mentre una maggior dose di convinzione nel recitato gioverebbe assai al personaggio.

Davvero brava Simonetta Cavalli, Ida elegante e sempre corretta, al pari di Andrea Binetti, il buffo dottor Blind.

Fulvio Falzarano, visto l’anno scorso a Bolzano in Molière. La recita di Versailles, si disimpegna egregiamente nella parte di Frosch.

Soddisfacente la prova del Coro preparato da Fulvio Fogliazza.

Pubblico esiguo alla recita pomeridiana del 12 giugno. Nonostante i pochi applausi a scena aperta, i presenti tributano al termine onori generali, mentre l’Orchestra si lancia nella Tritsch-Tratsch Polka e i ballerini ripropongono Unter Donner und Blitz.

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