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“I Malavoglia” dal romanzo di Verga

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 14 Novembre 2016 10:32
Tania Turnaturi
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fotoIl romanzo più intimamente verista dello scrittore siciliano Giovanni Verga, testo scolastico degli anni giovanili, viene trasposto in scena nell’ambito di una iniziativa drammaturgica della società Progetto Teatrando che punta all’approfondimento della letteratura siciliana e specificamente verghiana. È, questa, la seconda trasposizione teatrale del ciclo dei Vinti dopo Mastro Don Gesualdo.

Le vicende aspre della famiglia Toscano, soprannominata Malavoglia dai compaesani del piccolo centro marinaro di Aci Trezza, spennellano un affresco popolare sulla condizione storica, sociale, culturale della seconda metà dell’ ‘800 in un contesto ambientale di lotta per la sopravvivenza, difesa dell’onore e riscatto dei valori ancestrali.

L’indomito Padron ‘Ntoni è il capostipite della famiglia, i cui maschi affrontano ogni notte a bordo de “La Provvidenza” la sfida col pescoso mare e le sue burrasche. Egli attinge alla saggezza popolare nelle relazioni con i familiari e il vicinato, esprimendosi con proverbi, motti e aforismi che rendono icasticamente il concetto verghiano dell’ideale dell’ostrica che sta al sicuro se rimane avvinghiata allo scoglio, ma finisce male se ha desiderio di cambiamento: “gli uomini sono come le dita di una mano, il dito grosso fa il dito grosso, il dito piccolo fa il dito piccolo”. Ciascuno, dunque, deve stare al suo posto, privo di ogni visione di cambiamento o conquista di nuove prospettive.

Casa e barca sono il baricentro dei Malavoglia, gli uomini in mare, le donne in trepida attesa.

Gli eventi travolgono la volontà e gli insegnamenti del patriarca. Il figlio Bastianazzo muore nel naufragio del peschereccio, il nipote ‘Ntoni parte per il servizio militare del neonato Regno d’Italia, la giovane Mena si deve maritare, c’è da pagare a zio Crocifisso l’acquisto di una partita di lupini. Le difficoltà economiche incombono, ma “un Malavoglia rispetta sempre l’impegno” e il debito va onorato con la vendita della casa del nespolo. Parte anche Luca, che perirà nella battaglia di Lissa, torna ‘Ntoni che, assaggiate le mollezze della città, cerca guadagni facili col contrabbando, ferendo in un diverbio il brigadiere.

Il declino della famiglia è inarrestabile, viene venduta anche l’imbarcazione, Maruzza muore di colera. Alessi, erede dell’esperienza di pescatore e dei radicati legami familiari, ha lavorato duramente coltivando il sogno di ricomprare la casa del nespolo. Il gruzzolo servirà invece per pagare l’avvocato che difende ‘Ntoni, condannato a una pena lieve per motivi d’onore nei confronti della sorella Lia che, spinta dalla vergogna, fuggirà a Catania dove finirà nella prostituzione. Per Padron ‘Ntoni, la fine arriva in un letto d’ospedale, pronunciando ormai proverbi sconnessi. Alessi, rimasto nel solco della tradizione, si sposerà e riscatterà l’abitazione familiare.

L’impianto corale del testo verghiano in cui gli eventi vengono raccontati dal coro di voci popolari è realisticamente rappresentato in scena da un folto gruppo di protagonisti, spaccato di un contesto in cui la lotta per la sopravvivenza assume una visione arcaica che si scontra con le velleità di chi alza uno sguardo verso la modernità, come i giovani traviati dal servizio di leva che li allontana dai valori atavici spingendoli verso i rischi dell’ignoto.

La messinscena di Guglielmo Ferro, figlio di Turi Ferro che lo interpretò nel 1982, pone in rilievo il ruolo della Natura, come afferma nelle note di regia: “… la tempesta dove si perde il carico dei lupini e muore Bastianazzo, la morte di Luca su una nave in guerra, la tempesta dove Padron ‘Ntoni si ferisce ed è poi costretto a vendere la Provvidenza”.

Sul palcoscenico una piattaforma di assi di legno è di volta in volta all’ammainarsi o alzarsi della vela, casa, piazza, barca con efficaci e suggestivi effetti di luci in trasparenza che riflettono i drammatici naufragi, nelle scene di Salvo Manciagli. L’impianto scenico è ispirato alla zattera della Medusa di Géricault, afferma Ferro, simbolo di una zolla di vita in balia della Natura.

Fatalismo, saggezza popolare, ingiustizie sociali sono i vari temi veicolati da una incisività di linguaggio rafforzato dal dialetto siciliano che si potenzia con la forza espressiva di tutti gli interpreti. Enrico Guarneri è un magnifico Padron ‘Ntoni, dominando le corde drammatiche e quelle della tenerezza paternalista di un capofamiglia che deve combattere contro un destino avverso. Le musiche di Massimiliano Pace sottolineano con particolare intensità i passaggi drammatici.

Gli altri interpreti sono Ileana Rigano, Rosario Minardi, Vitalba Andrea, Francesca Ferro, Vincenzo Volo, Rosario Marco Amato, Pietro Barbaro, Mario Opinato, Nadia de Luca, Francesco Abela, Giovanni Arezzo, Giovanni Fontanarosa, Verdiana Barbagallo, Gianni Sinatra, Gianmaria Aprile.

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