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Intervista a Michele Di Mauro

Francesco Roma
Ultima modifica: 23 Febbraio 2017 15:32
Francesco Roma
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Ho proposto questa intervista a Michele Di Mauro alcuni giorni fa; è per lui periodo molto intenso di lavoro, ma accetta. Decidiamo di incontrarci in una sua pausa pranzo, nel teatro dove sta provando “Sogno d’Autunno” di Jon Fosse (le Fonderie Limone di Moncalieri). Quando arrivo mancano pochi minuti alle 13, entro in sala ed attendo al buio. In scena hanno appena terminato le prove della mattina, ci sono circa una decina di persone fra attori, tecnici e regista (Valerio Binasco) e con aiuto regista. Dopo gli accordi sul pomeriggio viene verso di me e mi porta su al primo piano, nel suo camerino. Ci sediamo quasi di fronte, e mentre lui inizia ad addentare un panino, gli ricordo che sarà un’intervista basata soprattutto sul dialogo di due persone che cercano di raccontare e raccontarsi attraverso interessi comuni. Mi pare abbia la faccia stanca e lui conferma la difficoltà del lavoro che sta facendo. Ma è contento, di questa sua stanchezza e del lavoro che procede molto bene. È una struttura complicata, quella del testo, dove tutto si mescola tra ricordi e con déjà vu, tra passato e futuro prossimo, e solo poco per volta, lo spettatore ricostruirà a ridefinire ciò che è successo davvero. La storia? Diciamo che…non sarebbe nemmeno utile né corretto, parlare di storia. Ma…per darvi qualche appiglio…parlerei di una grande storia d’amore tra due persone che si rincontrano in un cimitero dopo molti anni e che decidono di buttare via la loro vecchia vita (soprattutto l’UOMO, che è sposato e ha un figlio) e di viverne una nuova. La forza della scrittura di Fosse non è nei dialoghi, ma emerge, piuttosto, soprattutto in ciò che non ci si dice: i silenzi sono spesso più espliciti delle parole. “È vero solo quello che non si dice” diceva un personaggio di Sofocle! In scena con Michele c’è Giovanna Mezzogiorno, attrice di cinema che dopo 10 anni e dopo il suo debutto con Peter Brook, torna a misurarsi col teatro. Il regista, l’ho già detto è Valerio Binasco, con cui Michele ha già alle spalle due importanti lavori e con cui, fra pochi mesi, andrà a Siracusa ad interpretare Creonte ne “Le Fenicie” di Euripide.. “ È un rapporto, quello con Valerio ricco e articolato: mi piace molto come regista e come autore, e tutto quello che dice e ci passa lo trovo sempre molto utile e condivisibile. È uno dei pochi registi italiani che possa concedersi il lusso di ricoprire questo ruolo, per me”. Inevitabilmente (per me) gli ricordo un suo vecchio spettacolo: “Antigone non abita più qui” di cui era oltre che regista anche attore: un ottimo Creonte. E l’emozione provata alla sua entrata in scena (pelliccia bianca vistosa e dozzinale, capelli lunghi, collana e orecchino tipici di una capo tribù gitana), hanno fatto sì che, nella mia bacheca, campeggi una fotografia che lo immortala proprio conciato così! Penso che Michele sia uno degli attori di Teatro che preferisco. Negli spettacoli che lo hanno visto impegnato sia come attore che come regista, mi sono quasi sempre emozionato e la stima nei suoi confronti è aumentata da quando seguo il suo “Lavoratorio”, un laboratorio che tiene da alcuni anni a Torino, al di fuori delle Logiche e delle Economie, appena ha un po’ di tempo libero.

È stato gratuito ed è aperto a tutti (anche se poco alla volta comincia ad assumere un carattere più specifico e tecnico e quindi, si propone una selezione di qualità). Ci conosciamo dal 1981, entrambi seguivamo le lezioni di Storia del Teatro di Gianrenzo Morteo, eppure nei suoi confronti sento sempre una sorta di soggezione, come di fronte ad un maestro. I suoi inizi teatrali sono anomali: era un musicista diciottenne quando, dopo il Liceo Artistico e prima di iscriversi ad Architettura ha letto in una bacheca che un gruppo di Cabaret cercava un pianista. “Dovevo accompagnarli con musica dal vivo, venivano dalla scuola dello Stabile diretta da Aldo Trionfo. “Mi presero, e man mano che il tempo passava diventavo sempre meno pianista e sempre più attore. Da due battute che dovevo dire negli spettacoli per le scuole, passai, grazie a Franco Passatore (regista del Teatro Stabile Ragazzi) ad interpretare, prima, un percussionista/pianista (ruolo che Passatore si era inventato per me in “Una losca congiura di Barbariccia contro Bonaventura” di Sergio Tofano) e poi, l’anno dopo, una piccola parte in un testo sulla Commedia dell’Arte “Arlecchino/Arlequin” (per l’occasione ho dovuto imparare a suonare un pochino il flauto traverso, che bello!!).. In quel periodo tutta la compagnia frequentava un laboratorio con Renzo Fabris, famoso Brighella del Piccolo di Milano. Poi…attenzione attenzione…mi hanno proposto di insegnare recitazione nella scuola di Arnoldo Foà, a Torino, in via Giuria. E così, non avendo mai fatto scuola come allievo…la comincio a fare come insegnante: bizzarro, no?”. Sono anche gli anni in cui inizia a fare televisione per ragazzi, (Il Sabato dello Zecchino) con l’Antoniano di Bologna, e mi ricordo di esserlo andato a trovare negli studi Rai, essendo anch’io a Bologna in quegli anni. La sua scelta di non emigrare a Roma o Milano per lavorare è stata appagante. Ha infatti avuto l’occasione di lavorare con tutte le realtà più interessanti del territorio. Dal Laboratorio Teatro Settimo con Gabriele Vacis, da cui dice di avere imparato moltissimo, al Gruppo della Rocca che aveva sede in corso Giulio Cesare al GranSerraglio/Mas Juvarra che aveva sede al Teatro Juvarra e caffé Procope. Ogni esperienza era importante, per la sua crescita. Ha anche avuto modo di fondare una scuola di teatro: la TNT (teatro non teatro) al Circolo Arci Dravelli di Moncalieri, dove con un gruppo di persone fra cui Roberto Petrolini, Susanna Maronetto, Giovanni Moretti, Alfonso Cipolla e Luca Valentino (conoscenze comuni) si è inventato una sala di 80 posti, dove insegnava e faceva spettacoli. “Sono nel campo dello spettacolo da più di 30 anni come autore, formatore, attore, doppiatore e altro. Ho alle spalle anche un po’ di cinema, di televisione, radio e pubblicità. La ricerca del lavoro per me non è mai stato un assillo, ho cominciato e non ho più smesso dal 1977. Certo, mi piacciono le sfide, e sono rimasto come base a Torino. Ma con questo, ho lavorato comunque con tutti i più grandi registi di teatro (Castri, Missiroli, Binasco, Guicciardini, Vacis, Solari, Liberti, Malosti)”. Gli chiedo se ritiene di avere doti o sensibilità particolari per questo lavoro. La risposta è ovvia, “È un lavoro. Ma occorre prepararsi partendo sempre da zero, dando almeno il 150% sapendo che, se tutto andrà bene si otterrà il 75%. E spendersi sempre molto. Faticare. Con dedizione. Con spietatezza”.

Il tempo è finito, deve riprendere le prove. Scendiamo alla ricerca di una macchinetta per il caffè, e mentre lo sorseggiamo parliamo di Xavier Dolan, giovane regista canadese di cui è grande estimatore. Era uno degli argomenti di cui ci eravamo prefissati di parlare. Ne viene fuori che una delle caratteristiche dei suoi film (l’ultimo in particolare) è molto attinente allo spettacolo che sta preparando: infatti, in entrambi i casi (“Just la fin du monde” e “Sogno d’Autunno”) si dà molta importanza ai dialoghi silenziosi: dialoghi di sguardi, di gesti, di occhi che si perdono in orizzonti sconfinati. Mi allontano ringraziandolo.

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