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Bestie di scena

Salvatore Longo
Ultima modifica: 18 Marzo 2017 08:22
Salvatore Longo
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Foto di Masiar Pasquali

Sorprendente e affascinante la prima regia di Emma Dante (anche autrice) per il Piccolo Teatro giunta peraltro a coronamento di un percorso che negli anni ha consolidato un rapporto di stima e di affetto con il pubblico milanese da sempre catturato dall’originalità e umanità delle sue proposte.

Originalità e umanità che sono il filo conduttore anche di quest’ultimo lavoro.

Il teatro della giovane regista palermitana (classe 1967) non è mai d’intrattenimento, se con questo termine ci si riferisce a testi che fanno trascorrere al pubblico un paio d’ore in modo vegetativo, ma sollecita la partecipazione dello spettatore non solo durante la rappresentazione, ma anche e soprattutto dopo, riflettendo su quanto ha visto e sulle problematiche trattate: si pensi per esempio ai temi della famiglia e dell’emarginazione (a lei così cari) che la rendono una figura rara e preziosa in anni in cui gli argomenti sociali (che sono poi quelli della quotidianità di tutti) sono sacrificati sull’altare di un’evasione che rende i cittadini sempre meno cittadini e sempre più marionette in mano al ‘puparo’ di turno.

Ma è poi vero che il miglior modo per distrarsi sia rinunciare all’intelligenza? O non è di maggiore appagamento assistere a spettacoli che lasciano una traccia e stimolano e arricchiscono mentalmente?

I lavori di Emma Dante rispondono pienamente alla funzione primaria del Teatro di rendere gli esseri umani più consapevoli di se stessi e di quanto li circonda: in realtà tra le specie viventi nel nostro pianeta il Teatro esiste solo presso gli uomini, così come la necessità di disegnare o di rappresentare. E se la Pittura per secoli ha risposto all’esigenza di raffigurare i corpi, il Teatro risponde a quella di raffigurare lo spirito.

Quando ha cominciato a pensare a questo spettacolo, Emma Dante si proponeva di rappresentare un gruppo di attori alle prese con le insidie del palcoscenico e il nome iniziale era Animali da palcoscenico, poi man mano che prendeva corpo, l’autrice si è accorta che quel nome non era appropriato essendo comunemente riferito all’attore-mattatore che si impossessa del palcoscenico e ne fa una cosa sua annullandolo come entità. L’opposto di quanto lei si proponeva.

In Bestie di scena, in cui manca qualsiasi scenografia (salvo poche quinte), un grande palcoscenico buio è essenziale: è l’infinito immanente e sconosciuto in cui si muovono gli esseri umani, anzi le loro anime nude materializzate attraverso i corpi nudi degli attori-performer. Sono anime come quelle dei neonati su cui non è stato ancora apposto o imposto il ‘vestito’ dei valori tradizionali e quindi aperte e pronte a reagire seguendo la propria immaginazione (dote innata nell’uomo) agli stimoli esterni. Ecco quindi che da un qualche demiurgo sono lanciati sul palcoscenico oggetti-stimolo di cui i corpi s’impossessano e utilizzano insieme, anche se a turno ognuno cerca di realizzare un’immagine creata dalla propria immaginazione come reazione all’oggetto con cui si sente in particolare assonanza: ecco quindi la donna carillon o l’uomo gorilla (incredibilmente bravi i due protagonisti) che si aggira sul palcoscenico, quasi esplorandolo.

I quattordici corpi si muovono spiccando sul buio dominante, si raggruppano e si separano, a volte girano formando il classico trenino, a volte corrono incrociandosi l’uno con l’altro realizzando in un’apparente anarchia il più affascinate balletto che è dato vedere perché la musica è solo quella dei piedi che battono il suolo, dei respiri e qualche espressione vocale che è suono e mai parola, nemmeno quella specie di gramelot siciliano che la Dante ha inventato in alcuni spettacoli sulla base del dialetto palermitano.

Infatti oltre alla mancanza di scenografia, di trama codificata e di dialoghi non vi è nemmeno una colonna sonora, salvo alcune strofe di Only You dei Platters come simbolo di amore in contrapposizione alla lotta e al duello suscitati dal piovere sul palco delle spade.

Guardando quei corpi che corrono e si affannano in quella vasta area buia da cui non possono uscire, ci accorgiamo che quei corpi siamo anche noi, che corriamo e ci affanniamo illudendoci di inseguire una meta, prigionieri sempre dello stesso spazio. E osserviamo quei corpi con quella pietas che l’autrice voleva provocare nello spettatore.

E si capisce che questo spettacolo non può esistere ed esprimersi compiutamente senza il nudo integrale poiché quei corpi e quei nudi sostituiscono le parole e il nudo è riportato alla sua naturalezza e alla sua innocenza rendendo evidente che sono gli abiti e le convenzioni (maschere dell’anima) ad averlo caricato di altri significati: si pensi solo alla moda il cui scopo spesso non è riparare, ma suggerire erotismo o alla pubblicità che esibisce il nudo come strumento di marketing.

E lo spettatore capisce, magari con fastidio, che le ‘bestie di scena’ simo noi creature fragili e indifese che ci illudiamo di agire, a volte di essere mattatori sul palcoscenico del mondo, ma che in realtà reagiamo a stimoli che improvvisamente ci troviamo tra i piedi.

È doveroso un elogio ai 14 protagonisti, tutti bravissimi, per cui sarebbe illogico e ingeneroso citare il nome solo di alcuni rimasti nella memoria, anche perché ogni spettatore ha personali ricordi. E un bravo anche a quegli spettatori che nel corso dello spettacolo hanno cancellato la malizia dagli sguardi rivolti al palcoscenico: sono usciti dalla sala migliori di quanto siano entrati.

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