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Teatrionline > Blog > Prosa > Vincent Van Gogh. L’odore assordante del bianco
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Vincent Van Gogh. L’odore assordante del bianco

Costanza Bruscella
Ultima modifica: 8 Febbraio 2018 14:26
Costanza Bruscella
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Foto di Manuela Giusto

con: Alessandro Preziosi

di: Stefano Massini

e con: Francesco Biscione, Massimo Nicolini, Roberto Manzi, Alessio Genchi, Vincenzo Zampa

scene e costumi: Marta Crisolini Malatesta

musiche: Giacomo Vezzani

regia: Alessandro Maggi

produzione: Khora.teatro

in coproduzione: con TSA – Teatro Stabile D’Abruzzo

Testo vincitore del Premio Tondelli Riccione Teatro 2005

La recita di venerdì 9 febbraio è spostata a sabato 10 febbraio alle ore 18.45.

——–

Nel sottotitolo “L’odore assordante del bianco” sono racchiusi tutti gli studi, i pensieri, i messaggi che l’autore, Stefano Massini, vuole trasmetterci attraverso un testo costruito con un profondo riferimento al teatro narrativo, prendendo le distanze da forme minimali e laconiche della drammaturgia contemporanea.

“Quando qualcuno scrive, dipinge o scolpisce si esprime attraverso l’arte, parlando di se stesso. A cambiare è solo il grado di mascheramento che usiamo, quando ci nascondiamo dietro la nostra forma in termini di alibi ed alter ego”, afferma Massini. Con queste parole ci introduce la sua opera: una riflessione sulla libertà dell’artista, su una figura vincolata ad una società che permette oppure vieta di esprimersi. Ecco così che Vincent Van Gogh diventa il soggetto ideale: un uomo che si avvicina alla pittura come atto di rivolta, un outsider, un genio incompreso, un artista pazzo ed intuitivo che precorse i tempi con i suoi quadri, in quel momento storico noto come epoca degli “ismi”, per il continuo proliferare di una folta schiera di movimenti in ogni ramo dell’arte, della letteratura e della cultura in generale. Un uomo consapevole di vivere dentro una realtà percepita come limite, dalla quale non può liberandosi se non forzando quel limite fino al delirio, all’assurdo ed alla morte. Van Gogh è diventato il simbolo del disagio esistenziale che affliggeva l’uomo nell’epoca post rivoluzione industriale e gli artisti come lui erano materia fertile per la psicoanalisi: non a caso gli sono state diagnosticate malattie come la schizofrenia, forme di epilessia, depressione, malattia di Menerei, stati di malinconia esistenziale aggravati dall’instabilità di una vita raminga e da una sensibilità fuori dal comune. Forse, però, tutte le sue angosce, la tristezza e l’estrema solitudine erano solo i segnali esterni di “un’anima che prende fuoco, di cui la gente che gli sta attorno però riesce a percepirne solo la superficie, senza porre attenzione all’interiorità ed alla passione che gli brucia dentro; Vincent non era poi un uomo così folle”.

Questo ci racconta Alessandro Preziosi: quale interprete principale della pièce, si è lanciato nella mente dell’artista olandese, incarnandolo con sentimento in uno dei momenti più devastanti della sua vita. Vittima incolpevole delle paure del volgo, si ritrova rinchiuso in un castello bianco: bianco il letto, bianco il pavimento, bianchi gli indumenti e persino i fiori. Nella scenografia curata da Marta Crisolini Malatesta anche le pareti sono bianche, ma nascondono i tratti di “Campo di grano con i corvi”, considerato il testamento artistico e spirituale di Van Gogh, dove i colori hanno perso ogni nota gioiosa, l’atmosfera è cupa e carica di presagio, esprimendo il turbamento delle passioni che agitano il profondo dell’uomo.

Tutto il bianco di cui è circondato in quella forzata prigionia e l’abolizione del colore (ritenuto un eccitante per persone proposte a personalità psicotiche od isteriche – “uno stupendo paradosso” – afferma Massini) segnano la negazione dell’espressione personale, della sua libertà: lui era un artista dall’intensità cromatica unica; i colori, in particolare modo quelli fastosi ed accesi, assumevano per lui la valenza di concetti poetici, la cui intensificazione e distorsione gli permettevano di raggiungere la tanto cercata coincidenza di percezione visiva e psichica, facendo in modo che visione e sentimento, occhio e cuore parlassero all’unisono nei suoi quadri. A guidarlo era l’emozione, quell’urgenza espressiva che lo aveva sempre spinto, a tuffarsi anima e corpo nell’atto creativo. Ecco perché il mondo bianco in cui viene rinchiuso lo annienta, la rende vittima della devastante neutralità del vuoto, in preda ad allucinazioni, candidato alla follia ed al suicidio.

La messa in scena del testo di Massini, diretta da Alessandro Maggi, si pone dunque come obiettivo quello di rappresentare il confine labile tra verità e finzione, tra follia e sanità, ponendo interrogativi sulla dimensione della libertà individuale, come se tutto lo spettacolo fosse una seduta di psicoanalisi continua che scava dentro il pozzo dell’inconscio alla ricerca della chiave svelatrice, dove momenti di catarsi si alternano alla tensione emotiva e ad un crescendo del pathos, fino all’affascinante colloquio introspettivo finale, dove l’anima del pittore viene fuori con prepotenza. In quel luogo, ascoltando la voce della sua interiorità, Van Gogh dipingerà alcune delle sue opere più importanti. È dunque veramente lui invaso dalla pazzia o lo è la gente “normale”?

In fondo anche Schopenhauer affermava: “Genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri”.

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