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Dio ride. Nish koshe

Wanda Castelnuovo
Ultima modifica: 12 Ottobre 2018 10:12
Wanda Castelnuovo
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Dio ride. Nish koshe
Foto di Umberto Favretto
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Dio ride. Nish koshe
Foto di Umberto Favretto

Divertirsi, ridere di gusto, farsi cullare dalla serena tranquillità con cui sono posti argomenti di primaria importanza da sempre per il singolo uomo e per l’umanità tutta, entrare nell’esistere con i suoi dolenti e amari drammi e le sue immense gioie, salire sul tappeto volante di una musica con cui librarsi in spazi fantastici, favolosi e insieme veri di ieri e di oggi per scoprire che siamo tutti uguali perché tutti vogliamo vivere per capire sempre più grazie anche a memoria e tradizioni, comunicare sempre meglio, respirare pace, giustizia e rispetto visto che il nostro pensiero ha la potenza di ‘fingere’ un mondo perfetto di cui sappiamo mettere in atto una parte non certo alta… Tutto questo e tanto altro trasmette Dio ride (dal sottotitolo Nish koshe che in yiddish significa così così), il nuovo spettacolo che Simkha Rabinovich – alias il narratore-cantante Moni Ovadia – vecchio ebreo errante con cinque musicanti offre a un pubblico attento e appassionato che ne ammira la grande intelligenza schietta, chiara, incisiva e duttile.

Di ottima fattura e di grande e raffinato impatto, dunque, questo piacevolissimo e ricco spettacolo che come un grande vino invecchiato sprigiona profumi e sapori più maturi, armonici e rotondi rispetto a Oylem Goylem di 25 anni fa anche per la straordinaria sintonia con l’orchestra: un tutt’uno capace di trascinare, commuovere e con grande icasticità narrare attraverso racconti, canzoni e storielle umoristiche la storia del mondo ebraico, del cristianesimo, delle religioni monoteiste e in fondo dell’umanità in ogni luogo e tempo

Che differenza c’è tra il popolo ebraico esiliato, peregrino, perseguitato e sopravvissuto grazie una forte spiritualità e una solida e profonda capacità di coesione e gli altri uomini, non solo di religioni monoteiste, che si trovano in ogni latitudine ad affrontare più soli e meno forti la fatica di vivere aggravata dall’incurabile imbecillità di renderci più gravosa la vita attraverso le micro ferite che ci infliggiamo reciprocamente ogni giorno: una lotta che non risparmia nessuno e non ha diversità di censo.

È importante per i pochi che non lo sapessero che la grande e profonda cultura che connota Moni Ovadia – di cui è noto l’indefesso e continuo impegno civile e politico – viene dalle sue radici yiddish che ha contribuito a ricordare e a diffondere dando loro una lettura attuale. Nato a Plovdiv (Bulgaria) nel 1946 da una famiglia ebraico-sefardita (greco-turco il padre e serba la madre), Ovadia si trasferisce con i suoi a Milano dove già ai tempi del liceo esordisce come cantante e musicista iniziando un’attività artistica che approfondisce sempre più dopo la laurea in Scienze Politiche e dedicandosi in particolare alla musica dell’area balcanica. Il successo gli arride e dà vita a un teatro musicale in cui fonde le esperienze di musicista e attore ottenendo un sempre maggiore consenso di pubblico e di critica coronato oggi da questo splendido cammeo teatrale.

Eccolo allora con un gruppo coeso e legato continuare la narrazione di un popolo errante reso forte dal suo rapporto con Dio per scoprire che come nelle altre religioni non solo monoteiste oltre alla dottrina ufficiale ve n’è un’altra quotidiana in cui il popolo cerca consolazione e un rapporto in certo senso paritetico con un Dio ironico, paterno e protettore di cui ci costruiamo l’idea, ma della cui esistenza non possiamo razionalmente essere certi. Allora perché è dimostrato anche dal punto di vista antropologico che da sempre qualsiasi popolazione ha espresso una forma di religiosità dalla più semplice alla più evoluta? E l’ateo? Non è forse l’ateismo una forma per esprimere una spiritualità che ha il suo Dio nell’Uomo stesso?

Un invito a tutti a riflettere insieme a Moni Ovadia.

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