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Non è vero ma ci credo

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 2 Gennaio 2020 21:41
Tania Turnaturi
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Non è vero ma ci credo
Foto di Sollima
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Non è vero ma ci credo
Foto di Sollima

Il regista Leo Muscato, ereditando la direzione artistica della compagnia di Luigi De Filippo, gli rende omaggio portando in scena il primo spettacolo che ha realizzato insieme a lui. Scrive nelle note di regia: “Peppino De Filippo ambientò la sua storia nella Napoli un po’ oleografica degli anni ’30. Luigi aveva posticipato l’ambientazione una ventina d’anni più avanti. Noi seguiremo questo sua intuizione, avvicinando ancora di più l’azione ai giorni nostri, ambientando la storia in una Napoli anni ’80, una Napoli un po’ tragicomica e surreale in cui convivevano Mario Merola, Pino Daniele e Maradona”.

La vicenda degli eventi tragicomici oscilla tra accadimenti nefasti, superstizione e ilarità, percorrendo l’ampio registro delle caratterizzazioni della commedia dell’arte con personaggi macchiettistici, incastri surreali e nomi paradossali, con le moderne maschere dello iettatore, del gobbo portafortuna, della segretaria svagata, della moglie intraprendente, della figlia capricciosa che agiscono e congiurano per smontare le radicate ossessioni del commendatore superstizioso e circospetto verso dipendenti e familiari.

Gervasio Savastano si crede vittima della jettatura che lo assale nei sogni, lo perseguita attraverso il dipendente Belisario Malvurio che decide di licenziare perché la sola presenza gli manda a monte buoni affari e che intende denunciarlo per calunnia, fino a impedire al suo assistente di pronunciare il nome di alcuni clienti che sono di cattivo auspicio. Contornato di amuleti e tormentato dal terrore di vedere andare in rovina l’azienda, tenta di ostacolare in ogni modo la simpatia della figlia per un ragazzo che definisce “gufo iettatore”, condannando all’infelicità anche la famiglia. Contratti disdetti, improvvisi temporali, blackout elettrici insidiano la vita del pover’uomo, che spasima di incontrare il vero portafortuna: un gobbo!

La dea bendata sembra volerlo esaudire quando nel suo ufficio si presenta un candidato al posto lasciato vacante dal collaboratore licenziato. Vengono confermati contratti vantaggiosi, in famiglia si instaura l’armonia, i segni funesti scompaiono. Tutto merito di Alberto Sammaria, o meglio … della sua gobba, cui Savastano tributa sostanziosi aumenti di stipendio.

Come in una classica commedia degli equivoci, l’imprevisto è dietro l’angolo. Il giovane, innamoratosi di Rosina, per non essere mortificato intende licenziarsi. Combattuto tra il desiderio di non sacrificare la figlia con un matrimonio penoso e l’esigenza di assicurarsi la buona sorte, il poverino si arrabatta a persuadere i familiari che la fortuna va assecondata. Celebrato il matrimonio e sopraffatto dal dubbio che il difetto sia ereditario, dovrà ricredersi sugli effetti della superstizione.

Scritta nel 1942, la commedia fa ridere e riflettere ancora oggi, toccando un tema connaturato con la napoletanità.

Enzo De Caro raccoglie il testimone da Luigi De Filippo incarnando la tetragona credulità di un personaggio disorientato dalle avversità cui riesce ad opporre solo una fatalistica mania ossessiva che teme i malefici, in questa commedia dolceamara, dalla scenografia essenziale di Luigi Ferrigno che sottolinea la persistenza del teatro di tradizione, sottolineata dalle musiche contemporanee e dalle citazioni di Pino Daniele.

Il ritmo incalzante, favorito dal taglio di alcune parti della stesura originale, è ben sostenuto da tutti gli interpreti, versatili tra credibilità e caricatura: Giuseppe Brunetti, (Alberto Sammaria), Francesca Ciardiello (Mazzarella), Lucianna De Falco (Teresa), Carlo Di Maio (Ragionier Spirito), Massimo Pagano (Malvurio), Gina Perna (Concetta), Giorgio Pinto (avvocato Donati), Ciro Ruoppo (Musciello) e Fabiana Russo (Rosina).

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