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Teatrionline > Blog > Intervista > Ignazio Fresu, il re Mida del transitorio
Intervista

Ignazio Fresu, il re Mida del transitorio

Emanuele Martinuzzi
Ultima modifica: 15 Settembre 2020 18:22
Emanuele Martinuzzi
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Ignazio Fresu
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Ignazio FresuIgnazio Fresu, classe ’57, cagliaritano di origini, è il re Mida del transitorio, che sa trasformare ogni cosa toccata dalla caducità del tempo nell’eternità dell’arte, sa risvegliare la bellezza nascosta nella fragilità e del deperibile in generale. Comincia la sua formazione frequentando il Liceo Artistico di Cagliari e prosegue con l’Accademia di belle arti di Firenze. Dal 1975 vive in Toscana e lavora tra Prato e Milano. La sua poetica di scultore si prefigge di dare un volto alla bellezza dell’effimero e di ritrarre l’eterno inganno perpetrato dal tempo. A tal fine le sue opere giocano di continuo sulla percezione della reale consistenza delle strutture esposte, rendendo il senso della caducità delle cose, che viene particolarmente evidenziata dalla “pietrificazione” o dalla “rugginificazione” che, come Medusa noi tutti operiamo dando significato diverso alle cose. Le sue installazioni si contraddistinguono per l’assenza della figura umana allo scopo di porre lo spettatore, con la sua presenza, protagonista al centro della scena. Dal 1973 espone in Italia e all’estero, in mostre personali e collettive. Alcune sue installazioni sono esposte in permanenza in Italia a Firenze, Prato, Milano, Cagliari, Guidonia Montecelio (RM), Arcevia (AN), Chiaramonti (SS) e all’estero a Belgrado (Serbia), Cuxaven (Germania), Funchal (Madeira, Portogallo) e La Valletta (Malta). Si potrebbe aggiungere molto altro. Ma lasciamo che siano le sue parole a raccontarci qualcosa in più.

****

Piccola biblioteca dei sogniCi vuoi raccontare di cosa parla questo tuo ultimo lavoro artistico installato a Villa Rospigliosi a Prato?

Questo mio ultimo lavoro, “Piccola biblioteca dei sogni”, si pone, insieme ad altri miei precedenti, in una ricerca che vede il libro come elemento simbolico della memoria e della conoscenza. In questo specifico lavoro il libro diventa l’elemento di dialogo tra la natura e l’uomo. Galileo Galilei nel suo trattato “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” scrive che la natura è un libro aperto dinanzi a noi; ma noi, aggiungo io, a questo libro aperto alla conoscenza, contrapponiamo il nostro sapere per piegare la natura al nostro volere ed ai nostri interessi. Il libro diventa, così, oggetto di scontro e di conoscenza, ma anche strumento di ricerca di armonia con la natura. In questo senso nella mia ricerca, individuo l’elemento primario di questa armonia che si manifesta nella sezione aurea o rapporto aureo definito anche “proporzione divina” con cui la natura si svela e a cui l’uomo, già dal suo apparire sulla terra, riconduce ancestralmente il senso della bellezza. Ed ecco perché il perimetro di ciascun libro del mio lavoro è un rettangolo aureo e la disposizione dei gruppi scultorei rispetta la successione Fibonacci secondo la regola matematica con cui l’uomo razionalizza questo magico rapporto, ma allo stesso tempo mostro, attraverso l’ossidazione, come la materia di cui l’uomo si serve, presenta la finitezza con cui la natura esercita la sua totale potenza.

Come si inserisce nel tuo personale percorso artistico?

L’uso di materiali che ci riconducono all’apparenza di tutte le cose insieme al loro ineluttabile divenire, è uno degli aspetti costanti del mio lavoro. Inoltre nel mio percorso artistico ho sempre voluto porre al centro delle mie opere, quale protagonista assoluto, il pubblico che nella totale assenza di figure umane, partecipa e abita l’installazione. Nell’allestimento sul prato antistante Villa Rospigliosi, i visitatori possono passeggiare all’interno dell’installazione circondati dai libri. E nello spazio interno della villa, essere come avvolti dai gruppi scultorei.

Qualche riconoscimento, anche personale, di cui vai fiero?

È difficile, se non impossibile, per me fare delle graduatorie e di certo l’ultimo lavoro rappresenta sempre la passione che l’ha generato. Così come è difficile scegliere degli allestimenti, e sì, ce ne sono stati in luoghi fantastici, ma tra tutti scelgo proprio quello dove ho la mostra in corso: Villa Rospigliosi, un luogo magico dove arte e natura si incontrano e diventano una cosa sola.

Quale peso o responsabilità credi che abbia la cultura nella società di oggi?

La cultura è ciò che distingue l’uomo da tutto ciò che ci circonda. La cultura dà coscienza e senso alla nostra esistenza. “Fatti non foste a viver come bruti”, scrisse Dante, e questo dovrebbe essere il monito sempre presente nei pensieri di ognuno di noi.

Quale rapporto hai con la città nella quale vivi, anche come fonte di ispirazione?

Ho sempre avuto un rapporto privilegiato con Prato, ancora prima di venirci ad abitare nel 1982. Precedentemente, dal ’75, studiavo e vivevo a Firenze, ma Prato, col teatro Metastasio e con i grandi eventi artistici di quei mitici anni, rappresentava un polo di attrazione costante che si è poi materializzato col ”Pecci”: il primo centro d’arte contemporanea in Italia. In città ho presentato molte opere ed alcune sono nate proprio per Prato, come l’installazione “Quel che resta” realizzata per la nuova biblioteca “Lazzerini” o “Il viandante e la sua ombra” tra la stazione del Serraglio e il PIN, o ancora “Cento Scale” per il Giardino Bonamici (ora nel Giardino del Tignoso). Oltre a tante esposizioni temporanee, fonte d’ispirazione è stato un luogo dove ho realizzato per tre anni consecutivi delle grandi installazioni accettando una difficile sfida in un luogo alieno all’arte contemporanea quale il centro commerciale “Il Prato”, e che, a dispetto delle previsioni, ha incontrato molto consenso tra i cittadini pratesi.

Cosa pensi della collaborazione e della condivisione tra artisti e scrittori?

Penso che la collaborazione tra artisti visivi e scrittori sia molto proficua. Se pur su ambiti apparentemente molto diversi, ritengo che il contributo che essi possono dare gli uni agli altri, possa essere fondamentale e fonte d’ispirazione. In tanti dei mie lavori poesia e aforismi, prosa e filosofia, sono esplicazione e presupposto del loro contenuto.

Parlando delle tue opere ce n’è una che ricordi come fondamentale?

Escludendo l’ultima nata, che per sua stessa natura è sempre la più amata e presupposto di ogni nuova opera, l’opera fondamentale è stata la grande installazione che realizzai nel 1979 all’interno dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. Un’opera molto complessa e carica di molti di quegli aspetti simbolici e di stile che poi mi accompagneranno per tutto il mio percorso artistico.

Chi sono stati e sono i tuoi riferimenti artistici in generale?

I miei riferimenti artistici non sono direttamente riferibili ad uno o più determinati artisti, ma ad un clima artistico generale che ho vissuto in prima persona e vivo quotidianamente, che comprende, oltre all’arte visiva, le performance, il teatro, la letteratura, la musica e l’arte in tutte le sue forme.

Sicuramente i lettori di Teatrionline vorranno sapere: qual è il tuo rapporto con il teatro?

Come già ho accennato, il teatro è da me vissuto come parte integrante del mio essere artista, ma a parte qualche sporadico coinvolgimento, ho avuto poche collaborazioni professionali a parte un intero spettacolo dal titolo “Culture cum laude” realizzato dalla compagnia teatrale universitaria “Binario di Scambio”, interamente accentrato sulla mia installazione dei libri “Quel che resta” che costituiva la scenografia, gli oggetti e il materiale di scena della rappresentazione presso l’Officina Giovani a Prato.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Nell’immediato ho in programma l’allestimento dell’installazione “Il sabato del villaggio” nel cortile all’ingresso del cinema Terminale.

Ignazio Fresu è il re Mida del transitorio, che sa trasformare ogni cosa toccata dalla caducità del tempo nell’eternità dell’arte.

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