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Prosa

Il figlio che sarò

Redazione
Ultima modifica: 21 Ottobre 2020 11:19
Redazione
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Il figlio che sarò
Foto di Gianni Sanna
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Il figlio che sarò
Foto di Gianni Sanna

UN PROGETTO DI GIUSEPPE SEMERARO E GIANLUIGI GHERZI
CON GIUSEPPE SEMERARO E GIANLUIGI GHERZI
REGIA FABRIZIO SACCOMANNO
PRODUZIONE PRINCIPIO ATTIVO TEATRO

———

Sarà in scena in prima milanese da giovedì 22 a sabato 24 ottobre alle ore 20.30 al Teatro Fontana di Milano Il figlio che sarò, nuova produzione – targata Principio Attivo Teatro – che vede nuovamente insieme due artisti sensibili e lievi come Gigi Gherzi e Giuseppe Semeraro – dopo il felice sodalizio con il lavoro A cosa serve la poesia. Canti di vita quotidiana – questa volta con la regia di Fabrizio Saccomanno.

Uno spettacolo sul tema dei padri, dell’assenza dei padri e della mancanza di contatto tra le generazioni che prende un iniziale spunto da “Lettera al padre”, celebre documento in cui Franz Kafka analizzava con durezza il legame con un genitore autoritario e prevaricatore.

Tre generazioni, tre diverse visioni della vita, tre mondi distanti ma così vicini si raccontano attraverso le parole intrise di umanità dei due attori e poeti. In scena un uomo prossimo alla mezza età e il suo vecchio insegnante a cui chiede consiglio per abbattare quel muro di incomunicabilità e di assenza che caratterizza il rapporto col figlio. Sarà proprio il suo educatore a esortarlo a immergersi in un viaggio nei ricordi più dolorosi legati a suo padre, uomo d’altri tempi, severo e dispotico, nella periferia più remota del sud Italia.

Cosa vuol dire davvero essere padre oggi? Come fare a non dire bene e razzolare male? Di quali valori si è portatori? Si è davvero capaci di parlare con l’esempio e non con le morali?

Un lavoro accorato, destinato ad un pubblico dai 14 anni, semplice e diretto, capace di parlare alla gente senza compiacimento ma con l’unica intenzione di capirsi, oggi più che mai che nulla sembra essere uguale ieri.

Note allo spettacolo

Un uomo di quarantacinque anni, Giovanni incontra Vito, il suo vecchio professore della scuola media superiore per chiedergli aiuto. Come tanti padri, che Vito incontra ogni giorno, Giovanni ha un grosso problema col figlio: c’e silenzio, troppo, tra di loro, non riescono a comunicare, il figlio sembra, agli occhi del padre, assente, abulico. Senza valori e senza interessi.

Spinto dal suo vecchio professore, Giovanni comincia a ricordare la propria infanzia e adolescenza, infanzia e adolescenza splendida e terribile. Adolescenza dove ci sono boschi di ulivi, strade storte, bici senza freni, ma anche periferie desolate del sud Italia. Ci sono incontri disgraziati e incontri miracolosi. Ci sono le cadute e i riscatti. C’è la relazione difficile che Giovanni ha avuto con suo padre. Un padre raramente capace di tenerezze e di ascolto, che ama la sua creatura, ma nello stesso tempo è spesso convinto che il modo migliore di amare è raddrizzare, curare il ramo che gli sembra storto per farlo tornare diritto, non ammettere e soprattutto non scusare mai la deviazione, le debolezza, la fragilità. Giovanni conquista con fatica la sua indipendenza nei confronti del padre, ma diventato padre a sua volta vive, in altre forme, la stessa difficoltà e mancanza di rapporto col figlio.

Giovanni racconta a Vito i suoi richiami al figlio, spesso inascoltati, i suoi consigli, che spesso cadono nel vuoto, racconta di come lentamente il rapporto con il figlio si sia riempito di silenzi, di zone d’ombra, di come dentro di sé il germe insidioso dell’indifferenza, della rabbia, dello scoramento abbia sempre più preso posto.

Cosa vuol dire davvero essere padre oggi? Come fare a non dire bene e razzolare male? Di quali valori si è portatori? Si è davvero capaci di parlare con l’esempio e non con le morali?

Vito spinge Giovanni a capire come il vuoto che sente nel rapporto col figlio, corrisponda anche a un vuoto dentro di sé. A capire come, troppo presto, in nome della “maturità e della norma, ha scordato gli insegnamenti più forti e terribili del suo essere stato figlio. E come le difficoltà con la vita, il rapporto ossessivo col lavoro e col tempo, abbiano reso la sua anima muta e priva di visioni e di sogni. Dentro una domanda, sempre più forte. Domanda se sia possibile, come e in quali forme, incontrare di nuovo la figura del padre, un’autorità non basata sulla violenza e sul ricatto emotivo, se sia possibile che l’esempio dato da quella figura ridiventi parola calda di incoraggiamento alle esistenze.

Attraverso questo racconto, Giovanni si pone di fronte ai propri buchi e alle proprie mancanze di oggi, al tradimento di quelle passioni e di quei desideri che proprio il rapporto con Vito, il suo professore, aveva attivato in lui. Nello stesso tempo questo viaggio nella propria memoria poetica ed emotiva e la nuova apertura di discorso e di visioni con il professore, permetteranno a Giovanni di ripensare in modo diverso a suo figlio, di ricominciare a reinventarlo poeticamente dentro di se, ”Il figlio che sarò” si sviluppa attraverso registri leggeri, ironici, grotteschi, drammatici.

E’ canto in onore dei figli e dei padri. E visione di futuro e rapporto con una memoria capace di trasformare i comportamenti presenti. Agisce stilemi teatrali diversi, passa dalla cifra poetica, alla cifra narrativa, dal dialogo serrato al bozzetto comico. Il tutto attraverso uno stile teatrale lieve, dove momenti lirici si alternano a momenti di comicità e all’irruzione in scena del linguaggio di una poesia popolare, legata ai rapporti e alle relazioni.

——–

ORARI SPETTACOLI

da giovedì a sabato ore 20.30

Il memorioso di Paola Bigatto tratto da Gabriele Nissim
Buon anno, ragazzi
Pinocchio “per adulti” di Antonio Latella
Aspettando Godot
Il bambino sogna

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