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Recensioni/Articoli

“Kassandra”

Massimo Monticelli
Ultima modifica: 13 Maggio 2022 08:52
Massimo Monticelli
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Teatro Arena del Sole
Sala Thierry Salmon

di Sergio Blanco

con Roberta Lidia De Stefano

regia, scene e costumi Maria Vittoria Bellingeri

musiche originali Roberta Lidia De Stefano

luci Andrea Sanson

assistente alla regia Greta Bertani

produzione ERT / Teatro Nazionale

direttore tecnico Massimo Gianaroli
direttore di scena e capo macchinista Mauro Fronzi
capo elettricista Nicolò Fornasini
fonico Alberto Irrera
“macchina” di scena a cura del Laboratorio di ERT / Teatro Nazionale
responsabile e capo costruttore Gioacchino Gramolini
costruttori Riccardo Betti e Roberto Riccò

Nell’ambiente raccolto della sala Thierry Salmon dell’Arena del Sole di Bologna, la scena si presenta aperta, nuda, e buia. Solo una Smart blu riposa lievemente decentrata e rivolta verso l’ala sinistra del semicerchio del pubblico, spenta. Davanti ad essa, due sottili neon intermittenti gialli pendono da due stativi, e sul lato del parabrezza verso il fondo scena è installato un sintetizzatore elettronico che lampeggia di rosso. Sulla sinistra del palcoscenico, giace un bidone di metallo verniciato di rosso e grigio. Dappertutto, si disperde un fumo leggero.

Kassandra, interpretata da una possente Roberta Lidia De Stefano, improvvisamente si risolleva all’interno dell’automobile, e prendendosi il tempo che le occorre, apre la portiera e si mostra in tutta la sua fisicità e apparenza: due bianchi e vertiginosi stivali in pelle bianca, una stretta minigonna in pelle nera, un succinto corpetto intrecciato sul seno, anch’esso in pelle nera. Il viso, incorniciato da sciolti capelli rossi, è coperto di biacca bianca e decorato con due folte sopracciglia nere.

Con un accento straniero, e in un inglese molto semplice, Kassandra si presenta, in tono decisamente amichevole e spiritoso, e punzecchia il pubblico quando, alle domande poste, non riceve risposta.
Kassandra non ha paura, non si nasconde, non nega. Racconta la sua storia con umorismo e la grazia di chi ha perso tutto e non ha mai avuto scelta.
Parla della sua famiglia, di una Troia senza tempo, del papà Priamo, innamorato degli Abba, o la mamma Ecuba, che persino con Troia in fiamme le ha detto di non perdere la speranza. O ancora Ettore, il fratello preferito, con il quale – racconta con una simpatica risata – di infrangere i più vergognosi tabù, senza mai tuttavia voler provocare, bensì con l’ingenuità di chi ti dice semplicemente com’è andata.

In un’atmosfera in cui tutto è talmente troppo da essere convincente, Kassandra canta, suona il sintetizzatore, attraversa i registri, i livelli e le discipline, con sapiente umorismo, una voce potente e una presenza magnetica.
“My life is very tragic”, dice ridendo la profetessa mentre si lamenta di essere secondaria, di essere l’unica a non aver avuto una tragedia per sé e mentre confronta un passaggio delle Troiane di Euripide, recitata in abito da Bugs Bunny in un poetico e potentissimo greco antico, con la propria, quella di un corpo che, andando incontro al suo destino, ha scelto di vivere ogni passaggio della sua vita nella contraddizione di chi non ha scelta, e che comunque abbraccia questa condizione godendone al massimo delle sue possibilità.

Kassandra racconta di essere una prostituta, parla del suo cliente francese, un vrai cochon, dal quale a breve dovrà recarsi. Non ha problemi a mostrare la propria diversità, sfida il pubblico a crederle mentre predice il futuro, mostra orgogliosa il proprio corpo, continuamente sulla soglia tra comico e tragico.

La stessa morte, quella per mano di Clitemnestra – “a not very open-minded woman” – resta sulla soglia di un simbolismo che affianca la divertente commedia alla tragedia della vittima sacrificale, e corre incontro a un altro triste presagio – quello del proprio presente – che si concluderà con la fine dello spettacolo, mentre si risistema per raggiungere Monsieur Flaubert.

Questo spettacolo, una profezia diretta da Sergio Blanco, raccoglie in sé molti generi, molti registri e molti livelli, ed è in grado di unire follia e poesia, sfacciataggine ed eleganza, grazia e orrore, vita e morte, attraverso il corpo di questa profetessa che, ancora oggi, rimane simbolo ardente dell’emarginazione e della verità, spesso proprio quella che non si vuole vedere.

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