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Arte/Cultura

Sulla Pace di Emanuele Martinuzzi

Emanuele Martinuzzi
Ultima modifica: 27 Giugno 2022 08:05
Emanuele Martinuzzi
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foto Patrizia Beatini
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Questa poesia di Emanuele Martinuzzi intitolata “sulla pace” tratta di un tema tristemente e
tragicamente sempre attuale come quello della guerra e dell’anelito che l’umanità ha verso una pace perpetua e ideale, spesso vissuta e creduta purtroppo come irraggiungibile. In questo monologo poetico l’io narrante di un soldato, vivente in un non ben precisato luogo e tempo, liricamente esprime i suoi sentimenti e i suoi vissuti più profondi e inconsci, legati alla violenza che la guerra porta con sé e spesso all’eroismo tradito dall’assurdità di tutto quello che è costretto a subire dalle circostanze. Attorniato da distruzione e confusione, senza possibilità di fuggire, questo soldato, questo uomo, incomincia a vivere una sorta di incantesimo, di regressione infantile per così dire, dove il frastuono dell’odio e della disgregazione sembra apparirgli piano piano come una ninna nanna, che li permette di rivedere le cose come quando era piccolo, di riappacificarsi con se stesso, di addormentarsi e finalmente sognare. Sognare cosa se non un qualcosa che aveva dimenticato potesse far parte del proprio animo, ma che invece abita sempre dentro di se, nonostante tutto quello
che eventi così laceranti e traumatici possono significare e comportare. Dormire, sognare,
immaginare di nuovo una parola così semplice, quanto incomprensibile nel suo eroico e a volte scandaloso contenuto: pace.

Sulla Pace di Emanuele Martinuzzi

Non avrei mai immaginato di immergermi
in un vento così saturo di fine, gioco di ombre
il fanciullo che ero e adesso grido come la notte
in tutte le sue cattedrali sconsacrate, esorcizzo
i mostri che si nascondono in me, dove non pensavo
potessero risvegliarsi, opaco sentire rannicchiato
sotto un’alcova senza sonno, quello che una volta
credevo fosse il mio animo, l’ora disgiunta che tace.

Ho ucciso l’infanzia del piombo con compassione,
l’adolescenza dei metalli con una gentilezza in rovina,
la maturità delle macerie rovistate per fame dal caso,
la vecchiaia di un quartiere in cui cercavo un volto nemico,
tutto per custodire come un museo la carneficina
da cui eroe vorrei fuggire e in cui miserabile vengo dilaniato.

Forse la stanza del mio cuore non vuole più immaginare
le ore liete dell’oblio e dell’armonia, mi aggiro digrignando
il mio sangue che costruisce nuovi firmamenti, oso
perdermi nelle ossa abbandonate dopo un acquazzone,
soldato di un essere così angusto
e denudato dai profumi che furono.

C’è una vendetta verso la mia stessa nascita
in ogni iride che accompagno verso il crepuscolo, un odio
verso la carne che non si appaga neanche col nulla.

Non vorrei essere qua e non vorrei divenire in un altro posto,
l’umanità è ovunque e mi perseguita con i suoi echi
che tremano dalle caverne del senso, un terremoto
mi sconquassa per vestirmi con il profilo della distruzione.

Ci sono brevi e inesistenti momenti, tra un passo
di pioggia sottile e un ardore di normalità, giocattoli
sospesi nella strada che fluttua come un serpente,
il mio livido desiderio, possederne l’innocenza a tutti i costi.

Ho strappato il miracolo dalla vita con tutta la demente ferocia
che ha trafitto, giorno dopo giorno, il sacrilegio di questa brina
nelle mie mani, un’opera d’arte così simile all’orrore eterno,
quell’ultimo vagito che mi culla fino alla follia.

Le case sventrate dai semi di fatui labirinti,
la polvere di strade abitate dagli interrogativi di tutti,
i tetti cavi modellati come nuvole dalla sofferenza,
ogni cosa canta una ninna nanna per me.

E così mi abbandono in un sogno
che ha la sorte e il respiro di una carezza,
che può ricucire i miei affranti arabeschi in un germoglio,
non so quale sia il suo nome o se ne abbia uno,
l’unico che già mi abbraccia come un amore mai avuto,
col suo candore di speranza,
è pace.

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