Nicoletta Manni e Friedmann Vogel nel capolavoro di Cranko, fino al 9 aprile a Roma
Che meraviglia! L’Onegin di John Cranko (del 1965), balletto in tre atti liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Puškin, è sempre un capolavoro, un balletto meraviglioso che conserva tutta la sua bellezza, tutta la sua modernità nel raccontare una delle più infelici e tormentate storie d’amore della letteratura.
A distanza di quasi 30 anni (era il 1996 quando Alessandra Ferri lo danzò a Roma), il Teatro dell’Opera torna ad ospitare l’Onegin di Cranko con due stelle internazionali, l’étoile scaligera Nicoletta Manni (al debutto al Costanzi) e Friedmann Vogel, già allo Stuttgart Ballet che per la prima volta danzano in coppia nei ruoli di Tatiana e di Onegin.

Affollatissima la platea in occasione della prima (recite fino al 9 aprile con diversi cast) che accoglie con calorosi applausi un vero e proprio gioiello della danza che continua a toccare ogni volta le corde del cuore.
Tutto è in perfetto equilibrio nell’allestimento del De Nationale Opera di Amsterdam con le sontuose scene e i costumi eleganti di Elisabeth Dalton, le luci di Steen Bjarke che enfatizzano la narrazione. Supervisore coreografico del balletto è Anderson-Graefe, già direttore dello Stuttgart Ballet, affiancato da Yseult Lendvai (Tatiana d’elezione per Cranko) che custodisce e trasmette in pieno l’eredità artistica del maestro del balletto narrativo.
Tanti gli incantevoli, celebri pas de deux, dal passo a due carico di romanticismo e di felicità nel sogno di Tatiana, fino all’appassionante e infelice pas de deux del finale, fra i più struggenti e belli di tutto il repertorio.
Nicoletta Manni si conferma una grande ballerina che affronta il ruolo che le ha regalato alla Scala il titolo di Étoile con tutta la perfezione tecnica e emotiva necessaria: la solidissima tecnica è al servizio di un personaggio che cambia profondamente, rendendo quello di Tatiana uno dei ruoli più ambiti da ogni artista. Timida, ma perdutamente innamorata, è una giovane donna speranzosa, che si sente distrutta per essere stata rifiutata. Nel terzo atto si trasforma in una donna sposata e forse felice che tuttavia non riesce a nascondere il proprio tormento per quell’amore non corrisposto e negato, ora rifiutato, ma sempre rimpianto.
Friedmann Vogel, consolidato ospite del Costanzi, è un Onegin sofisticato ed ambiguo, un personaggio che padroneggia con disinvoltura: è fisicamente e tecnicamente perfetto nel ruolo del dandy annoiato ed elegante, disegna con efficacia le ombre e i chiaroscuri del suo personaggio che si evolve. Da crudele e altero aristocratico che distrugge il cuore di Tatiana si trasforma in un uomo smarrito e solo, solo ora consapevole di aver perduto la felicità del vero amore.

Validissimi gli Olga e Lenskij delle Étoile capitoline Susanna Salvi ed Alessio Rezza, già collaudatissima coppia che riflette la triste storia di Tatiana e Onegin così come il Corpo di Ballo della direttrice Eleonora Abbagnato (con il gran merito di aver riportato finalmente in cartellone l’Onegin) nelle danze di gruppo, fra valzer e folklore russo.
In Onegin c’è tutta la meraviglia del balletto narrativo che offre allo spettatore (anche poco avveduto) la possibilità di poter afferrare subito la storia anche senza saperne nulla, tutta la meraviglia della coreografia, pulita, elegante, essenziale e spontanea di Cranko, tutta la meraviglia dell’approfondimento psicologico e dell’evoluzione di personaggi reali e concreti. L’Onegin è un balletto che parla di sentimenti e di turbamento, che parla al cuore della tragicità della vita. Un balletto struggente sulla tragicità dei sentimenti umani che continua a toccare le corde dello spettatore moderno.
Il linguaggio coreografico di Cranko appare anche oggi nel suo splendente fulgore, animando uno dei balletti narrativi per eccellenza: ogni movimento è pienamente teatrale e drammaturgico, ma mai artefatto, resta sempre vero da offrire il massimo dell’autenticità e della naturalezza. E sempre costantemente arricchito dalla profonda caratterizzazione psicologica di ogni personaggio che diventa un essere umano in carne e ossa. Sontuosa e ricca di pathos la direzione di Philip Ellis delle bellissime musiche Ciakovskji tratti dal Romeo e Giulietta, Le stagioni, Capricci di Osaka, Gli stivaletti e brani pianistici, elaborato da Kurt-Heinz Stolze. Tripudio di applausi, repliche fino al 9 aprile. Info e dettagli www. operaroma.it.
Fabiana Raponi

