Un piccolo gioiello il nuovo allestimento firmato da Cecilia Ligorio che celebra i 250 anni dell’opera con Juan Francisco Gatell, Miriam Albano, Francesca Pia Vitale, Benedetta Torre e Krystian Adam
Era il 1775 e aveva appena 19 anni Mozart quando compose Il re pastore, serenata in due atti su libretto di Pietro Meatastasio, ultima commissione per il teatro di corte di Salisburgo scritta in occasione della visita di Massimiliano, il più giovane dei figli di Maria Teresa d’Asburgo, in viaggio da Vienna verso l’Italia.
Un piccolo gioiello, un’opera giovanile, ma non minore, che però anticipa i grandi capolavori successivi e che in occasione del suo 250 anniversario va in scena con successo al Teatro Nazionale di Roma in un riuscito, nuovo allestimento firmato da Cecilia Ligorio, al debutto con la Fondazione capitolina, e Manlio Benzi sul podio dell’Orchestra del lirico romano.
Una piccola rarità che viene proposta in un delizioso allestimento che riesce a mettere in luce tutti gli elementi metastasiani calandoli però nella storicità della corte asburgica riecheggiata anche dai bei costumi di Vera Pierantoni Giua, fra divise, abiti bucolici e raffinati soprabiti in velluto: la trama è esilissima, ma i personaggi mozartiani appaiono vivissimi e ben caratterizzati.

Ci si muove fra gli elementi tipici dell’Illuminismo, quelli del clima pastorale dell’Arcadia, e quelli amorosi, che, nonostante le difficoltà, culminano nel lieto fine con il trionfo di Amore. Dopo la prima ouverture, seguono una serie di arie, e qualche duetto per mettere in luce la storia di Aminta, legittimo erede al trono di Sidone, che è cresciuto però ignaro delle sue nobili origini. Ma quando Alessandro Re di Macedonia gli vuole restituire il trono, Aminta, che sta per sposare la ninfa Elisa di cui è innamorato, deve compiere una scelta, fra la ragione di stato e l’amore. A complicare il tutto, Alessandro vorrebbe fargli sposare la figlia Tamiri che a sua volta è innamorata di Agenore, fedele uomo di corte al servizio di Alessandro. La trama, come anticipato, è estremamente esile, con i caratteri tipici della commedia (le difficoltà e la ricomposizione del nuovo ordine finale), ma al tempo stesso di comincia a intravedere anche il gioco delle coppie che animerà il futuro capolavoro Così fan tutte. Esiste una certa assidua continuità musicale e drammaturgica nel Re pastore, seppur non ancora del tutto compiuta: i cinque personaggi in scena si muovono intorno a una drammaturgia estremamente esile, solo apparentemente abbozzata, ma già vivono di una propria caratterizzazione certamente musicale con una precisa strumentazione e psicologica, caratteriale, esaltata anche alla scelta oculata di un cast ad hoc, che di rivela particolarmente adatto.
Il re Alessandro è l’autorevole Juan Francisco Gatell, avvezzo ai ruoli mozartiani, che interpreta il deus ex machina che risolve la situazione sciogliendola nel lieto fine e rappresenta l’autorità e il potere illuminato pronto a rivedere le sue posizioni.

Aminta è Miriam Albano, soprano dalla voce brillante e fluida che tratteggia un personaggio diviso fra la ragione personale e la ragione di stato, diviso fra l’amore per Elisa e i suoi obblighi. Leggero e di splendente timbro mozartiano il soprano Francesca Pia Vitale nel ruolo della passionale ninfa Elisa, innamorata di Aminta.
Molto pulito il timbro del soprano Benedetta Torre (al doppio debutto, all’Opera e nel ruolo) che interpreta la principessa Tamiri, personaggio molto coraggioso e convinta delle proprie scelte che induce Alessandro a ricevere le proprie posizioni. Bravo anche Krystian Adam, tenore che interpreta Agenore, uomo di corte e di fiducia di Alessandro che al tempo stesso ne è servitore, ma vittima.
Sempre leggera e leggiadra, fantasiosa, la direzione di Manlio Benzi sul podio che legge con efficacia la cristallina partitura mozartiana.
Un piccolo gioiello proposto in un allestimento che vede la natura come mezzo di affermazione di sé stessi, un “parametro per riflettere sull’identità” spiega la regista. L’allestimento convince per l’essenziale semplicità e freschezza con le scene minimaliste ed efficaci di Gregorio Zurla: l’opera si apre in una sorta di tableux vivant bucolico incorniciato con Aminta ed Elisa. Il primo atto è ambientato nella natura, rappresenta la libertà e la felicità, in contrapposizione al secondo atto che si svolge nel palazzo di corte, fra elegante mobilio e colonnati che rappresentano simbolicamente la costrizione del potere. Per il lieto fine, con il trionfo di amore, spazio di nuovo al paesaggio bucolico dell’Arcadia. Calorosi applausi del numeroso pubblico anche in occasione dell’ultima recita.
Fabiana Raponi

