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Reading: ‘GLI ELEMENTI DEL MIRACOLO’, VIAGGIO TRA BELLEZZA E MERAVIGLIA
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Teatrionline > Blog > Libri > ‘GLI ELEMENTI DEL MIRACOLO’, VIAGGIO TRA BELLEZZA E MERAVIGLIA
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‘GLI ELEMENTI DEL MIRACOLO’, VIAGGIO TRA BELLEZZA E MERAVIGLIA

Emanuele Martinuzzi
Ultima modifica: 5 Gennaio 2026 08:11
Emanuele Martinuzzi
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Intervista

Appena uscita la nuova raccolta di Emanuele Martinuzzi
‘GLI ELEMENTI DEL MIRACOLO’, VIAGGIO TRA BELLEZZA E MERAVIGLIA
“La poesia accompagna da sempre la mia vita, come un canto di speranza”

La lettura de ‘Gli elementi del Miracolo’, nuova raccolta di Emanuele Martinuzzi uscita per Pagine Editrice, è un viaggio potente e profondo dentro le pieghe dell’animo umano ed offre la preziosa opportunità di un percorso interiore particolarmente suggestivo ed
emozionante. La pubblicazione, impreziosita da una copertina con la riproduzione di ‘Alma’ opera dell’Artista Mimmo Paladino conservata al Museo d’Arte Contemporanea di Rivoli-Torino, comprende oltre cento liriche composte negli ultimi due anni e prende ‘a braccetto’ il lettore spronandolo ad un ‘risveglio dei sensi’ per ritrovare, anche dentro il peso delle difficoltà e delle oscure trame del mondo, il senso del Tutto. Grazie al suo sconfinato amore per la poesia, Martinuzzi sa comunicare la forza salvifica della parola, abbattere le barriere del silenzio e muoversi con la mente e con il cuore, in quelle strade della vita sulle quali ci troviamo a camminare, senza averne scelta la direzione e – men che meno – conoscerne gli ostacoli. Quasi fosse un ‘gioco della sorte’, curiosa, essa stessa, di mettere alla prova la tenacia, il coraggio e le attitudini di un carattere, com’è quello del poeta, al quale affidare i barlumi della speranza. Il giovane poeta pratese cerca nella poesia “…ovunque e con devozione infaticabile – come sottolinea nella prefazione Massimiliano Bardotti, uno spiraglio di bellezza, senza arrendersi ai cedimenti, perché su quella e solo su quella basa tutta la sua vita”.
In una delle prime poesie che compongono la silloge, la bellissima ‘C’è un affanno di luoghi’, ci parli del “rifiuto di scrivere, che graffia perfino il sentiero della propria ombra…con la sua voce afona, poesia di gocce e già malata di ruggine”. Ma in realtà si avverte già da subito l’estremo bisogno di un poetar senza sosta e sempre nuovo (Quando scrivo sono un Paradiso della mente e un inferno del cuore, ogni nome si fa amico…) L’imprescindibile esigenza di scrivere per sentirsi vivi e condividere il valore di un istante, di un momento per dare respiro ad una semplice emozione e non lasciarla isolata con il rischio di ‘morire a sé stessi’.

Alla luce di questo, quali sono e dove vanno ricercati, a tuo parere, ‘Gli Elementi del Miracolo?

“In questo excursus lirico, negli spazi temporali di questi versi, non troviamo in realtà nessuna descrizione o illuminazione che parli di qualcosa di propriamente miracoloso. Sia a cominciare dalla prima lirica, fino al finale di questa raccolta il tema predominante sembra paradossalmente essere non quello del miracoloso, ma del metamorfico, in un certo senso di Ovidiana memoria, ossia del mutamento delle forme, inevitabile e irreversibile all’interno dell’orizzonte del divenire, per natura, punizione o destino. In questi scritti, sia con lacerante drammaticità che con catartico distacco, ci ritroviamo in un eterno ritorno dell’uguale, in cui essere sempre se stesso è essere sempre diverso e divergente, è il mutamento delle cose nelle stagioni, è la perdita dei propri cari e propri affetti, è il ricordo come oasi mutevole e inafferrabile; è la nostalgia onnipresente per il passato ma anche per un futuro che non si compie più, se non nel senso di un eterno presente cristallizzato nella manchevolezza. È la disintegrazione della parte più profonda di se stessi, perché sempre più inenarrabile e altra, è la fine di una civiltà esistenziale e culturale, nella fattispecie quella novecentesca, è il senso del tempo che scrive le sue storie sul nostro stesso corpo, che non si riconosce più giorno dopo giorno, disperdendosi in immagini difformi o straniere. Inoltre, all’interno di queste tematiche coesistono anche diverse concezioni del miracoloso, che rimangono sulla soglia del dicibile come domande sospese e irrealizzate, richieste di senso che si avvicinano alla poesia per poter avere voce. Varie concezioni e ricerche sul senso del miracoloso vengono alla luce da questi versi per poi rimmergersi nel gorgo di un animo contemporaneo, scisso tra luce e ombra, spirito e materia. Questi elementi vengono disseminati nel testo in vari modi, ognuno ad evocare un senso diverso e incompiuto del miracolo. Vi sono incastonati gli elementi della tavola periodica, oro, radio, argento, e altri ad indicare il senso razionalistico che guarda al mondo come ad un insieme determinato di legge fisiche che reggono i fenomeni, conoscibili dalla sola ragione e in cui ogni sovvertimento di quest’ordine è assurdità e paradosso. Tuttavia questi elementi razionalistici sono inseriti in una trama linguistica fortemente simbolica e ermetica; il loro apporto elementare e decidibile viene subito trasfigurato per esprimere non la razionalità, ma il sogno in cui questi meccanismi vengono sommersi dalla forza imprescindibile del sentimento e del mistero che in queste poesie si vuole enunciare, anche se impossibile che il linguaggio umano lo possa trascrivere in segni. Solo il sentimento e l’anelito di questo mistero cercano di spiccare il volo da questi segni finiti verso l’infinità di un mistero, che sta altrove e che parla dell’Altrove. Ciò che non si può rinchiudere in una forma elementare in realtà è elemento che racchiude il senso di questa ricerca in poesia. I sentimenti, in una prospettiva ermeneutica
e poetica, hanno la stessa valenza, nel loro mondo che poggia sulle instabili fondamenta del sogno, degli elementi della tavola periodica e avvolgono i nostri finiti sensi aprendoli ad un altro più ampio e onirico mondo, in cui ogni sentire è una legge non legge, che sovverte la realtà e che in essa vi ricerca e crea il senso stesso del miracoloso”. Nei tuoi versi si coglie la presenza preponderante dell’ispirazione poetica, nelle vesti di una compagna di viaggio che è al tuo fianco al calar della sera, ma anche al sorgere del sole e in tutti i momenti della giornata.

Qual è il richiamo continuo, ‘il dolce sentire’ di questo affascinante dialogo tra il desiderio della poesia che vuol rinascere ogni volta e il suo poeta…in ascolto?

“L’ispirazione di questi versi è in realtà rapita a cantare un canto di metamorfosi, una litania di addio alle cose, liriche d’amore per le persone care che ci hanno lasciato, elegie di mondi che trapassano con leggerezza e tragica inevitabilità nel divenire di tutto. Questa dolcezza ha in sé la saggezza e la tristezza del finire di ciò che si ama o anche di ciò che non si sa amare. Tuttavia è nella meraviglia stessa del farsi di ogni poesia che balena un’estrema possibilità del canto, che è quella che questo amore, a cui si dedica e ricerca tutto, abbia in sé la possibilità miracolosa e amorosa di rievocare dal mondo del divenire un’epifania dell’essere, dal mutamento delle cose che, per temporalità, destino o punizione, si ritrovano ad assumere forme inattese e a volte vissute come una maledizione, invece una benedizione, che apre le porte ad una rinascita per la poesia e nella poesia. Il poeta è in ascolto di sé stesso e dell’ispirazione, si sente svanire assieme a tutto ciò che lo circonda, ma nonostante questo non interrompe il suo canto. Come scriveva Sant’Agostino nel suo discorso 256: “Canta e cammina! Non uscire di strada, non volgerti indietro, non fermarti!” E questo chi ama la poesia cerca di fare, anche quando deraglia dalla sua strada nella perdizione, anche quando per nostalgia guarda indietro a mondi del passato, anche quando si ferma esausto e senza speranza. Ma egli canta, egli canta”.
Ogni giorno è un museo di miracoli resi opachi da astri analfabeti… Il tempo che scorre ci consegna un afflato di memoria e costruisce dentro di noi un ricordo.

Che ruolo rivestono, nella tua vita, i ricordi, declinati anche come volti e sentimenti? Sono davvero una ‘pergamena d’ombra’. come li definisci in un verso di ‘Divino dimenticare’ – o possono diventare fonte d’ispirazione?

“Sono assolutamente una fonte d’ispirazione perché sono una pergamena d’ombra. Pergamena perché vengono riesumati da quel non-luogo che chiamiamo passato e cerchiamo di decifrarli a volte come si fanno con lingue antiche e morte, che venivano trascritte da anonimi amanuensi su logore pergamene. C’è nel ricordare un atto di trascrizione fedele, ma a volte nel flusso di coscienza che ci attraversa e che siamo, anche di creazione, la metamorfosi riguarda anche il passato, che diventa labile sia per la memoria, sia per la sua natura non univoca. Si può imparare dal passato, perché un fatto può essere interpretato e reinterpretato negli anni, anche a seconda di ciò che può significare in un certo momento per noi e in un altro diversamente. Il passato, in un certo senso, è un futuro, in cui noi stessi eravamo presenti ma non eravamo gli stessi di adesso. E anche il passato più remoto lo possiamo conoscere, ci possiamo abitare in un certo senso, interpretandolo da quello che siamo in un certo periodo, dalle nostre credenze e illusioni e speranze. E il presente dura un istante, che si avvicina molto all’inesistenza, trascinata tra due non-luoghi, tra due utopie da costruire, che sono il passato e il futuro.
Non a caso senza passato, non c’è futuro e mi verrebbe da dire, in modo provocatorio e paradossale, neanche il contrario. Non ci può essere un’idea di futuro senza storicismo e quindi senso e valore del passato. Anche per questo sentire, la raccolta si apre con un
canto di amore e di addio alle creature effimere che ho amato e che adesso popolano i miei ricordi, in modo misterioso. Quelle persone, forse come tutti non le ho mai conosciute davvero, forse non le ho comprese nel profondo, forse come tutti sono state molte
persone, forse sono state per me simboli a loro insaputa, ma nonostante queste innumerevoli metamorfosi che le fanno diventare uno, nessuno e centomila, il mio amore che è stato, è e sarà in modo incomprensibile, ancora le cerca attraverso il canto, un canto di nessuno, il nessuno che sono e che loro sono stati, uniti dal mistero di momenti vissuti con amore, tristezza, gioia, affetto, semplicità. Momenti effimeri, ma essenziali, elementari per il mio cuore”.

Da ‘Notturna Gloria’ ad ‘Intarsi’, due modi diversi di fare poesia nei tuoi ultimi straordinari lavori, che ti sono valsi prestigiosi riconoscimenti anche a livello internazionale, come sei arrivato a concepire gli ‘Elementi del Miracolo? E cosa ti porti dietro, delle passate esperienze, in questo nuovo approdo?

“Con questa ultima raccolta il mio disincanto, il mio domandare, i miei tormenti, la mia ricerca, tentano il tutto per tutto, osano chiedere tutto alla poesia, oltre le sue possibilità linguistiche e di statuto estetico, mi verrebbe da dire. Più medito e cerco di comprendere questo nuovo lavoro in poesia e più ho l’impressione che viva il paradosso di aver cercato nella poesia una chiave per aprire una porta senza serratura e così spalancare il senso del mistero nei segni finiti del linguaggio. Quindi questo lavoro può risultare in un certo senso il resoconto di un naufragio, di un perdersi nelle acque di un viaggio forse senza ritorno. Ulisse alla ricerca della sua Itaca eterna, irretito dalle Circi contemporanee della dimenticanza di ciò che meraviglia e crea candido stupore capace di tramutare le cose che trapassano in miracolo che permane.
Se nelle precedenti raccolte, con la poesia ricostruivo simbolicamente le città, perciò interiorità, abbandonate, dimenticate, immaginarie, o affrescavo lo scorrere del tempo e dei mesi con la volontà creativa di rendere all’eterno la gentilezza delle stagioni, in questa raccolta ci si affaccia alla domanda più radicale per la poesia, che la riporta alle sue origini di Mythos che precede il Logos filosofico, al suo vivere tra metamorfosi e rivelazione, tra divenire e essere, tra natura e miracolo. Ovviamente traspare sempre una concezione della poesia che non è solo espressione estetica o comunicazione, ma anche momento conoscitivo, cura dell’anima, filosofia originaria, e in questo senso ci si perde nei labirinti del linguaggio per tentare di ritrovarsi in una realtà meta-linguistica, che paradossalmente in questo caso, si approssima al canto, abbandonando le velleità più speculative, perché solo il canto può dire l’indicibile. Si canta il timore e tremore che chiede al Mistero una risposta, si canta evocando la metamorfosi che ci attornia in attesa di una rivelazione miracolosa”.

Sempre a proposito di cambiamenti, appare chiara l’impressione che tra ‘Gli elementi del Miracolo’ tu abbia voluto chiamare a raccolta anche la Fede. La evochi, quasi a volerne sfiorare la grandezza, con versi illuminanti. Ha un Suo ruolo precipuo nei tuoi scritti? E, se sì, qual è il modo col quale ha saputo ‘sorprenderti’?

“La Poesia vuole farsi tramite di un incontro e di una lacerazione, che è il chiedersi, in un mondo connotato dal disincanto e dalla sola apologia della materia, come si possa avvertire ancora il richiamo per ciò che è non metamorfosi nel divenire, ma manifestazione dell’Essere, grazia miracolosa, nell’eterno fluire delle cose che si fa perciò segno, epifania, espressione dell’assoluto. In questo senso, torna alla mente e nello spirito di questi versi, la grande lezione del filosofo Schleiermacher e la sua concezione ermeneutica dell’esperienza religiosa, che sa rivelare la presenza dell’infinito nel finito, dove l’esperienza soggettiva estetica e del sentimento, da un punto di vista ermeneutico, ha la stessa valenza e valore dell’esperienza etica o di quella speculativa e scientifica. Quindi, in questo disarmonico incontro tra visioni, domande e sentimenti, che non sanno compiersi in una visione omnicomprensiva, l’unica esperienza che in modo metalinguistico si staglia a dar ragione del senso del miracoloso, non è altro che la Poesia stessa nel suo farsi e leggersi, che nel descrivere la metamorfosi e la radicalità del divenire la trasfigura nella stessa parola poetica e nel suo rimando essenziale all’eternità e all’universale, di tutto ciò che sembrava destinato a significare solo decadenza e disincanto. Ancora una volta la poesia tenta di assumere su di sé il senso profondo, metafisico e fideistico dell’esistenza, ancora una volta la poesia trasfigura la realtà in parola, la carne in verbo, e simbolicamente, in modo asimmetrico, richiama l’altro vero e autentico farsi del miracoloso e della fede, che è accaduto, accade e accadrà sempre quando la parola si fa vita, la poesia si fa realtà, il verbo si fa carne e le cose cominciano ad essere espressione ontologica, non più solo simbolica, di un assoluto che in eterno e nel silenzio, sta al di là del linguaggio e si manifesta nella realtà fino ad illuminarla. Il canto della poesia si fa, dunque, portavoce di un atto di fede, che vive nel simbolo ciò che attende ontologicamente. E se il simbolo non fosse solo un simulacro? E se il canto avesse una portata ontologica capace di cambiare l’interiorità e perciò il mondo? Con fede chi ama la poesia non ha l’ardire di rispondere, non può e non vuole, ha solo la speranza – ancora – di affidare se stesso, il mondo, l’altrove, al canto”.

Tra le diverse poesie comprese in questa nuova fatica, ce n’è una in particolare alla quale ritieni di dover ascrivere la primogenitura dell’opera?

“Sicuramente è la poesia che apre la raccolta e si intitola “C’è una nube sfilacciata” e contiene al suo interno il verso scelto come titolo, cioè “a cui gli elementi del miracolo/ hanno illuso ogni chimica del senso”. In questa poesia si delinea tutto il senso sulla metamorfosi che ci attornia e attraversa, la caducità e la perdita, il mutamento delle forme nel tempo e del tempo. Da qui si apre tutto il viaggio-non viaggio, che si snoda nelle cento poesie”.

Possiamo dire che il Poeta non vada mai ‘in pausa’, sempre pronto a recepire ogni afflato d’ispirazione: come ti immagini il tuo prossimo ‘incontro’ con la poesia e cosa pensi possa regalarti e regalarci in futuro?

“Non ho mai smesso di scrivere, sia nei momenti più belli e gioiosi che in quelli più tristi e difficili. Non ho mai smesso di scrivere, quando ero stimolato e invogliato dalle circostanze o dagli altri o anche quando le peripezie della vita cercavano di sabotare con ingegnosi modi la mia passione e ispirazione. Anche i periodi di cosiddetto ‘blocco dello scrittore’ sono solamente attese di riflessione, sedimentazioni di emozioni e pensieri, che poi daranno frutto nella scrittura. Sto scrivendo anche in questi giorni nuove poesie, con vari stili, per adesso estemporanee, non inserite in un progetto organico e ragionato. Il mio sogno sarebbe riuscire a concludere un poema sperimentale di avanguardia, a cui lavoro da quasi dieci anni e liberamente ispirato ad alcuni passi dei Vangeli, ma è un lavoro che mi richiederebbe molto tempo di raccoglimento e introspezione, studio e riflessione, tribolazione e ispirazione. Poi sento in cuor mio che è quel tipo di lavoro a cui dovrei sacrificare una parte importante di me, per vederlo nascere sulla pagina e quindi, in un certo senso, avverto sinceramente anche paura e timore verso questo tipo di esperienza; mi viene in mente in questo senso “Il Viaggio di G. Mastorna”, film ideato da Federico Fellini, ma mai realizzato. Avrei anche una mini-raccolta completata di poesie non-poesie sperimentali, composte da neologismi, citazionismi e incursioni da altri generi, non solo letterari, ma che non sento l’urgenza di rendere pubblica, essendo nata come un divertissement. A parte questo, la poesia accompagna la mia vita da sempre e fino alla fine, anche quando non leggo e non scrivo, il mio cuore e la mia mente volano sui versi, che non esistono, anche solo sognati, tra le nuvole sempiterne della bellezza e della meraviglia”.

Francesco Vannoni

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