Al Teatro Quirino Vittorio Gassman di Roma, fino all’8 febbraio 2026
C’è un’immagine che molti ricordano: il ciuffo fuori posto del Presidente Mattarella durante la registrazione del messaggio TV ai tempi della pandemia: “Giovanni, non vado dal barbiere nemmeno io”, un fuorionda inviato per errore dall’ufficio stampa del Quirinale, diventato virale.
Quel “Giovanni” evocato con confidenza era Giovanni Grasso, portavoce del Quirinale, ma anche giornalista e scrittore di successo. Ed è proprio da un suo romanzo che nasce questa nuova prova teatrale, la terza dopo Fuoriusciti e Il caso Kaufmann.
Grasso porta in scena un testo che si muove come un “giallo dell’anima”: pochi personaggi, un unico luogo – un anonimo bar di periferia – e un dialogo che si carica progressivamente di tensione emotiva e di ambiguità morali. Ogni martedì pomeriggio Silvia (Stefania Rocca) incontra un uomo affascinante (Giovanni Crippa), conosciuto al funerale della sorella Federica, morta in un incidente stradale. Lui promette di raccontarle ogni dettaglio della relazione segreta avuta con Federica; lei, in cambio, accetta di non indagare sulla sua identità.

Il rapporto, inizialmente sbilanciato, si trasforma lentamente in uno scambio più intimo, dove emergono fragilità, solitudini e frustrazioni reciproche. Grasso, narratore attento che ama descrivere i conflitti interiori, intreccia temi classici – la passione proibita di certa letteratura rosa, la donna tentatrice, le insofferenze coniugali, la fede – senza mai offrire risposte definitive. Ogni rivelazione è un indizio, ogni parola un sassolino lanciato verso una verità che resta sfuggente.
La scena, ambientata ai tavolini di un bar che è sempre vuoto e, dietro una parete trasparente, in un interno domestico, tenta di supplire a un’azione volutamente ridotta. Ma non sempre riesce a sostenere la staticità dell’impianto drammaturgico e la fissità di una interpretazione attoriale che non prende slancio, imbrigliata in brevi monologhi-intervista in cui gli attori tirano le fila di quanto accaduto nel passato anticipando quello che succederà subito dopo, quasi senza interagire tra di loro.
È nel testo, più che nell’azione, che si concentra il senso della pièce: un’indagine sull’amore come esercizio del dubbio, come luogo di contraddizione morale. Non a caso, il riferimento nel titolo dello spettacolo a una frase di Sant’Agostino – “l’amore non lo vede nessuno, ma è riflesso nel volto degli innamorati” – attraversa la storia come chiave interpretativa, suggerendo che anche nel groviglio di sentimenti più corrotto ed immorale, possa sopravvivere una scintilla dell’amore assoluto.

Nel crescendo finale, Silvia si confronta con l’ombra ingombrante di Federica, figura seducente, spregiudicata e manipolatoria, e con un uomo maturo che si crede integro ma si scopre vulnerabile. Ma tutto sembra vissuto senza gioia, per mero estetismo. I due si abbandonano a confessioni (dall’esito forse prevedibile) che, in un gioco senza via d’uscita, segnano un solco ancora più profondo fino a culminare in un sommesso, e perfino sarcastico epilogo.
Roberta Daniele

