Al Teatro Quirino di Roma fino all’8 marzo 2026
Il tema antropologico del “pupo” (dietro cui si celano le nostre meschinità) e le regole sociali e morali della convivenza umana codificate nelle “tre corde”, la seria, la civile e la pazza, connotano la rappresentazione più icastica che Luigi Pirandello ci abbia offerto della società siciliana del suo tempo.
Scritta in siciliano nel 1916 e rappresentata in lingua nel 1923 a Roma, prende spunto dalle novelle “Certi obblighi” e “La verità” in cui si parla di un marito che accetta rassegnato il tradimento della moglie pur di proteggere la propria onorabilità.
Ciampa, scrivano presso l’ufficio del Cavalier Fiorica in un paese dell’agrigentino, si adegua al codice corrente di perbenismo convenzionale, ossequioso verso il datore di lavoro che gli insidia la moglie ma lo rende, tuttavia, parte attiva e rispettabile di un contesto sociale piccolo-borghese. La questione si ingarbuglia e sfugge al tacito controllo quando Beatrice, moglie del Cavaliere, decide di rendere pubblica la tresca facendo cogliere in flagrante i fedifraghi dal delegato Spanò, rendendo così pubblicamente becco Ciampa che, figurativamente, dovrà indossare il berretto a sonagli per coprire le corna.
Intuendo le intenzioni della signora che lo convoca per inviarlo a Palermo, lasciando così la moglie sola e libera di ingannarlo, lo scrivano la ammonisce sull’uso adeguato che si deve fare delle “tre corde” quella seria con cui affrontare le questioni essenziali, quella civile che impone prudenza nei rapporti umani e quella pazza che si attiva quando falliscono le precedenti, rischiando di produrre conseguenze imprevedibili.
Sull’emotività di Beatrice prevarrà la sagacia e la razionalità di Ciampa che suggerirà alla donna e alla sua famiglia di essere dichiarata pazza, divenendo frutto della sua follia tutto il bailamme scatenato dal presunto adulterio.
Tutto rientra nei ranghi, la reputazione è salva a scapito della verità e si ricompone la cesura fra l’essere e l’apparire.
La regia di Guglielmo Ferro è misurata e restituisce il testo nel suo spirito originario, dando forza ai concetti, alla parola e alla potenza espressiva, che convergono nel punto focale della soluzione finale, tragica e inevitabile.
Enrico Guarneri, magnifico erede della tradizione drammaturgica siciliana, incarna l’interiore travaglio di Ciampa che estrinseca con una carica di immedesimazione struggente, anche nella postura, assurgendo a manifesto di una coscienza che si autoinfligge sofferenza pur di non derogare a precetti morali imposti dalla società. Ogni frase è vera e disperata nell’accorata implorazione alla signora Beatrice e nello straziante monologo finale, in cui i sentimenti si intrecciano alle convenzioni, con l’espressività musicale della morbida cadenza catanese.
Guarneri riempie la scena, domina le corde drammatiche imprimendo una dolente nota di fiero riscatto. Le riflessioni, amare per sé e grottesche per gli altri, sono un distillato di sicilianità nei toni e nel linguaggio, mutando intonazione vocale, da intimista ad accorata.
La vorticosa emotività di Beatrice è resa da Nadia De Luca con la forza della donna che non si piega al tradimento e all’inganno sociale, ma dovrà arrendersi alla logica del ragionamento. Tutto il cast caratterizza gli altri protagonisti: Maria Rita Sgarlato, Emanuela Muni, Liborio Natali, Elisa Franco, Barbara Gutkowski, su cui spicca Roberto D’Alessandro, un corpulento delegato dalla disarmante verve comica.
La scena di Salvo Manciagli ricostruisce un borghese salotto di inizio Novecento, costumi di Sartoria Pipi – Palermo.
Dalle note di regia: “Pirandello, attraverso il protagonista e le sue teorie, riflette sulla natura umana, il concetto di identità e la crisi tra l’essere autentico e l’apparenza pubblica. Questo rimanda a tematiche filosofiche profondamente siciliane, ma anche universali. La società siciliana, con le sue radici nei pupi, nel teatro di marionette, riflette spesso le dinamiche dell’onore, dell’inganno e della maschera, tematiche presenti anche in questa opera. I pupi siciliani rappresentano in modo simbolico la rigidità delle convenzioni sociali, dove ognuno ha un ruolo da interpretare, un po’ come le maschere che Ciampa è costretto a indossare per sopravvivere. I pupi, le marionette della tradizione siciliana, simboleggiano in Pirandello il modo in cui gli esseri umani sono “manipolati” dalle convenzioni sociali. Gli uomini come i pupi, che agiscono secondo i fili mossi dal puparo (il burattinaio), e che sembrano privi di una volontà propria, costretti a seguire copioni scritti dalla società…
Le figure femminili in Pirandello hanno spesso ruoli complessi e ambivalenti, riflettendo le tensioni della società patriarcale siciliana. La donna, nelle sue opere, è spesso intrappolata tra le aspettative sociali e il desiderio di una vita autentica. In Il berretto a sonagli, Beatrice non sfugge a questa logica. Essa è l’incarnazione della moglie tradita che cerca giustizia e verità, ma è anche vittima della stessa società che impone il silenzio e la sottomissione”.
Tania Turnaturi

