Giovanni Scifoni è un grande protagonista di fiction televisive, tra cui “Doc – Nelle tue mani” e “Che Dio ci aiuti”. A teatro, dopo l’enorme successo nel ruolo di Don Silvestro in “Aggiungi un posto a tavola”, torna a calcare i palchi di tutta Italia con il suo spettacolo “Fra’ – San Francesco la superstar del Medioevo”, in tournée fino al 10 maggio 2026.
Sei un attore di fiction, di teatro, un doppiatore e uno scrittore. Ma chi è davvero Giovanni Scifoni? Come ti descriveresti a chi non ti conosce?
In tutta sincerità, la parte autoriale è la mia preferita. Inventare, generare e raccontare storie che poi io stesso interpreto mi affascina molto. La realtà è che ogni attore deve essere anche autore, poiché deve riscrivere il testo che gli viene assegnato. È vero, ci sono spettacoli il cui copione è intoccabile, come in “Aggiungi un posto a tavola”, di cui non si può cambiare neanche mezza battuta senza rischiare il linciaggio. In questo caso, c’è un rispetto assoluto della tradizione, però chi interpreta un personaggio deve comunque riscriversi in testa le battute e fare finta di essere stato lui a scriverle. Questo secondo me è un esercizio che un attore deve fare sempre: far finta di essere l’autore di quello che sta interpretando. Scrivere, immedesimarmi in situazioni insolite e generare mondi è ciò che mi piace di più.
Ti si può definire un artista a tutto tondo, poliedrico…
Diciamo che ho fatto male tante cose (ride, ndr). Ho provato anche a suonare nella mia vita, disegno… Se guardi qui, vedrai che è pieno di disegnini.
E infatti so che hai iniziato come fumettista.
Sì, e in “Fra’” faccio proprio un disegno in scena. È un disegno enorme, di quattro metri quadrati, lo compongo pezzo per pezzo durante tutta la narrazione e di fatto è un elemento narrativo. Racconta molto di che cos’è Francesco. Non voglio spoilerare troppo per chi non avesse visto lo spettacolo. Però questo disegno che si compone mano a mano, questo volto che si genera con questi pastelli a olio, è forse l’idea più bella in “Fra’”. A comporre e progettare quest’opera mi ha aiutato Francesco Astiaso Garcia, un bravissimo artista e un mio caro amico. Abbiamo progettato insieme questo modello grafico, che ogni sera faccio e che ogni sera è nuovo. Mi dà un enorme gusto disegnarlo in scena.
E questo non fa altro che confermare che effettivamente sei un artista. E in un certo senso lo era anche San Francesco…
Esatto, ma infatti [disegnare in scena] è stato anche un po’ dovuto. Francesco era un grandissimo artista e performer. Intratteneva folle sconfinate. Una volta predicò davanti a 5000 persone; un numero inimmaginabile! Non bisogna fare il confronto con un Vasco Rossi che riempie San Siro ai giorni nostri. Bisogna pensare che nel 1200 ad Assisi, senza mezzi di diffusione, senza alcun tipo di comunicazione, in un paesino all’epoca abitato da pochissime anime, Francesco diceva: «Domani ci vediamo qua. Chi viene?». E si trovava davanti 5000 persone! Venivano da tutta Europa per sentirlo. Si tratta del famoso Capitolo delle Stuoie. Era sicuramente un grandissimo artista e performer, che incantava le folle con le sue prediche straordinarie. In questo spettacolo, affrontiamo il Francesco artista, il Francesco performer e superstar del Medioevo, come dice il titolo. In qualche modo, anche io dovevo essere un artista. Ecco perché ho dovuto mettere in campo tutto ciò che so fare, e quindi recito, canto, ballo, suono e disegno. Devo fare tutto e lo faccio, forse, per sopperire alla distanza che mi separa da lui, che era un Santo e un grandissimo artista, probabilmente molto più bravo di me.
E secondo te qual era il suo segreto?
Il suo segreto era che lui riusciva a colpire le folle. In tutto quello che faceva, nelle sue performance e nelle sue grandi prediche, le persone non vedevano semplicemente un artista che faceva qualcosa, ma qualcuno che incarnava profondamente quello che diceva. Era veramente alter Cristus, cioè un altro Cristo. Le persone pensavano che lui fosse Gesù tornato sulla terra, e infatti si stava generando una nuova religione. Il francescanesimo sarebbe di fatto potuto diventare un cristianesimo nuovo e diverso. Chi andava ad ascoltarlo non vedeva semplicemente un artista che recitava e interpretava, ma lo vedeva come una persona che veramente si incarnava in quello che diceva. Se parlava di povertà, la gente vedeva una persona totalmente povera. Quando parlava di umiltà, vedeva una persona estremamente umile. Quando parlava di gioia, e ne parlava tantissimo, vedeva un uomo estremamente gioioso. Lui era esattamente quello che diceva, era perfettamente incarnato in quello che diceva. Una volta un giornalista, pensando di farmi una critica negativa, scrisse: «Scifoni è bravo, ma si capisce che crede troppo a quello che dice», intendendo che fosse troppo presente il credo cristiano cattolico. E invece io l’ho preso come un grande complimento, perché è la cosa più bella che un artista possa fare. Se fai credere al pubblico qualcosa, hai già vinto. Magari io sotto sotto sono un libertino o un ateo, ma se ti ho trasmesso l’impressione di credere in ciò che dico, ho vinto.
In occasione dell’ottocentesimo anniversario dalla morte di San Francesco, per un mese la gente comune potrà vedere le spoglie del santo, e le prenotazioni sono state oltre 400 000. In che modo, secondo te, è ancora attuale questa figura che evidentemente unisce tutti, credenti e non?
La verità è che non si spiega, non lo sa nessuno. È una domanda che viene fatta spesso a chi parla di lui, ma in ogni spettacolo e in ogni film sembra che si parli di una persona diversa. Che c’entra il Francesco di Zeffirelli con il Francesco di Dario Fo? Sono proprio due persone diverse, e anche il mio lo è. Ciò non significa che il mio sia vero, o che quello di Dario Fo sia più politico, o quell’altro più New Age. Sono tutte sfumature che vengono fuori dallo studio delle fonti. Non si capisce che cos’ha Francesco di così incredibilmente potente rispetto a qualunque altra figura di Santo. Forse il punto chiave è che lui è veramente tante cose, così come tanti sono gli ordini francescani. Non esiste un ordine religioso così frastagliato come quello francescano, e alcuni gruppi si odiano ancora tra di loro perché sostengono che Francesco sia come lo pensano loro e non come lo definiscono gli altri. Ma la sua figura non si può proprio catalogare o definire, e questa cosa non può che generare opinioni contrastanti. Lui stesso faceva discorsi contraddittori. Una volta obbligò tutti a digiunare, fino a quando una notte un frate si svegliò piangendo perché aveva fame. A quel punto Francesco svegliò tutti e consentì a tutti di mangiare insieme. Come lo si può definire uno così? Non si può.
Quali sono i punti in comune che hai con San Francesco? E cosa invece hai apprezzato di lui a seguito dello studio della sua figura e stai cercando di portare nella tua vita?
Ho in comune con lui alcune tentazioni e alcuni peccati. Tutti i santi ossessionati da una virtù lo sono perché sono molto tentati dal peccato esattamente contrario. Francesco predicava la povertà perché i soldi gli piacevano davvero molto. Io non sono tanto attratto dal denaro, quanto da un’altra grande tentazione che aveva anche lui: la fame di successo. Voleva essere ricordato, voleva rimanere nella mente degli altri, essere amato, apprezzato e adorato. Aveva un ego smisurato e io ho il suo stesso problema. Quello della vanitas vanitatis è uno dei grandi problemi di Francesco, contro cui combatte tutta la vita. Cerca l’umiltà e l’umiliazione perché combatte il desiderio assoluto di essere amato ed essere ricordato per sempre. Era un narcisista patologico, insomma, e in questo mi sento molto simile. Invece, mi affascina la sua idea che non si possa possedere nulla. E con ciò non intende solamente denaro e risorse, ma anche le persone. In questo aneddoto strepitoso ricordato da tanti, Francesco dice che non bisogna possedere nulla perché servirebbero armi per difendere i nostri possedimenti. Oggi questo concetto lo ritroviamo nella nostra situazione geopolitica. Il conflitto israelo-palestinese è tutto basato su questa idea di possedere armi per difendere quel poco che si ha. Ma non si possono possedere neanche le persone, e infatti lui a un certo punto lascia a Cattaneo la guida dell’ordine da lui fondato. I frati non sono più i “suoi” frati, poiché le opere da noi compiute non sono nostre. Noi siamo solo uno strumento delle mani di Dio. Di conseguenza anche l’ordine francescano non era opera sua, ma di una mano superiore, quella di Dio. Questo è un grandissimo insegnamento, potentissimo, che mi piacerebbe tanto riuscire a mettere in atto.
È sicuramente difficile, nel senso che, in quanto esseri umani, la tendenza a possedere sia insita nella nostra natura, proprio come i peccati e i vizi. Passando a tempi più recenti, tu sei stato l’ultimo a intervistare Papa Francesco, un’altra figura importantissima e molto pop della storia contemporanea. Che analogie hai trovato tra Bergoglio e San Francesco?
Di analogie ce ne sono tantissime, ma non voglio dilungarmi e dico solo una cosa mi ha colpito molto. Gli ho fatto domande sul senso del perdono, sul senso del non perdonarsi, su cosa è il male, su dove si immaginava che sarebbe andato dopo la morte, se all’inferno o in paradiso. Lui si appassionava, era come un bambino davanti alla PlayStation. Era proprio eccitato, nonostante stesse malissimo, perché di fatto una settimana dopo è entrato in ospedale e non ne è più uscito. Respirava a fatica, parlava piano, ma nei suoi occhi ardeva un fuoco di passione per l’evangelizzazione e per la trasmissione di quello che lui aveva ricevuto. Fino all’ultimo si è sentito strumento di qualcosa che aveva ricevuto dalla vita, dalla fede, da Dio, e che doveva assolutamente restituire fino all’ultimo. Questo mi ha molto colpito molto.
Rimanendo sempre sul tema religioso, da qualche anno, oltre a essere protagonista di “Fra’ – San Francesco la superstar del Medioevo”, interpreti ormai da due anni anche Don Silvestro in “Aggiungi un posto a tavola”. Ti faccio una domanda ovviamente provocatoria: hai avuto un attacco di religiosità oppure è solo un modo per affrontare temi universali?
Chiaramente la seconda. L’argomento sacro ci permette di entrare in temi altrimenti difficili da trattare. “Aggiungi un posto a tavola” è un’opera che non ho scritto io; mi è stata proposta perché mi si vedeva bene in questa parte. Io sinceramente all’inizio non ero per niente convinto. Non avevo voglia di prenderne parte perché lo spettacolo mi faceva paura. Era stato portato in scena tantissime volte e Don Silvestro era stato interpretato da tanti artisti, tra cui Johnny Dorelli, Gianluca Guidi e Giulio Scarpati, e io mi chiedevo che cosa potessi mai aggiungere di nuovo a questo personaggio. Invece con Marco Simeoli, regista del musical, siamo riusciti a trovare una chiave molto interessante e poco battuta, abbastanza inedita: lo smarrimento del prete. Gli interpreti precedenti avevano seguito tutti la stessa strada di Johnny Dorelli: Don Silvestro era un uomo molto sicuro di sé, sgamato, ironico, il più figo del paese. Noi abbiamo fatto esattamente il contrario: io sono il meno figo del paese, sono veramente smarrito, un “pretino” a cui capita qualcosa di assolutamente più grande di lui e che non possiede gli strumenti per gestire la situazione. Di fatto sbaglia sempre e perde sempre. In ogni scena, contro ogni personaggio, esce sempre perdente. Non vince mai, se non alla fine nella battaglia finale contro Dio. Ricorda un po’ un moderno Prometeo. Interpretarlo così mi è piaciuto molto, mi è molto congeniale. A me piace perdere e mi piace interpretare personaggi perdenti. Mi sembrano più umani e mi riescono meglio.
Chiudo semplicemente con una curiosità, visto che so che stai anche registrando nuove puntate di “DOC”. Che progetti ci sono per il futuro?
Sì, adesso sto registrando DOC e poi ci saranno anche le nuove puntate di “Che Dio ci aiuti”. A teatro si è appena conclusa la tournée di “Aggiungi un posto a tavola” e adesso sto ripartendo con “Fra’”. Ci sono tante cose in ballo.
Simona Zanoni

