Il "Mario Foglietti" gremito in ogni ordine di posti. Applauso caloroso e standing ovation al termine del suo monologo
Per Sigfrido Ranucci a Catanzaro c’era un teatro Politeama pieno in ogni ordine di posti. Oramai laddove Sigfrido si presenta c’è sempre un bagno di folla che lo accoglie con calore ed affetto. E così ieri sera è stato al “Mario Foglietti”. Il pubblico ha voluto capirci qualcosa di più del giornalista che entra la domenica sera nelle nostre case; e lui questo desiderio delle persone lo ha capito, lo ha fatto suo. Pragmatico e sorridente come sempre, nel suo “Diario di un trapezista – Cronache di resilienza di un reporter”, Sigfrido ha tracciato in circa due ore il proprio profilo sin da quando era giovane e spiegato quelle che erano le sue ambizioni di divenire giornalista perché questo “sarebbe stato l’unico lavoro che avrebbe voluto fare”.
Ha descritto a grandi linee i suoi genitori: il papà sottoufficiale della Guardia di finanza e della madre, umile insegnante. Lo ha fatto intrecciando le sue vicende personali e familiari con il suo mestiere sul campo lasciando trasparire un po’ d’emozione nel ricordare suo padre che da quando divenne conduttore di Report non poté, purtroppo, vedere nessuna puntata del suo programma perché una malattia non gli lasciò scampo alcuno. Racconta del giornalista che più di tutti divenne il suo mentore ovvero il direttore – e fondatore – di Rai news 24, Roberto Morrione scomparso nel 2011, qualche anno dopo la pensione.
Ha ricordato i tanti giornalisti che hanno perso la loro vita facendo questo mestiere, non ultima ieri, la collega Ilaria Alpi di cui ricorreva l’anniversario dell’uccisione in Somalia. Racconta del momento in cui si recò a New York quel 13 settembre del 2001 due giorni dopo l’attentato alle Torri Gemelle, delle sue inchieste al riguardo per il canale satellitare della Rai. Si sofferma sulla sua inchiesta più importante, quella sulla città irachena di Falluja nel 2004 e dell’attacco degli americani sulla città con il fosforo bianco. Delicato e profondo al tempo stesso Sigfrido racconta sé stesso coadiuvato dalle immagini e dai video-racconti di quel periodo accompagnato dalle musiche originali del maestro Enrico Melozzi e dalla voce narrante di Stella Gasparri con l’introduzione poco prima dell’ingresso sul palcoscenico di Roberto De Candia.
Si concentra, naturalmente, su alcune vicende particolari in cui ha saputo cogliere l’attimo utile per realizzare un’inchiesta come quella relativa al crac della Parmalat di Calisto Tanzi a causa di un buco di 14 miliardi di euro. In quei giorni, per questa vicenda, ebbe modo d’imbattersi con un tassista che “nella sua vita precedente” era stato l’autista e guardia del corpo dello stesso Tanzi e che lo condusse fino alla pinacoteca segreta dell’industriale italiano, in cui, tra le altre cose, “coltivava” il suo amore per l’arte custodendo quadri e dipinti per oltre cento milioni di euro.
Parla deel suo rapporto con Milena Gabanelli storica conduttrice di Report che Ranucci affiancò inizialmente come coautore. Fino alla producer svizzera che lo salvò disvelandogli come fosse stato ordito un complotto politico ai suoi danni per screditarlo e rimuoverlo dalla Rai. Questo come tanti altri tentativi andati per fortuna a vuoto. Insomma c’è tanto e di più nel monologo di Sigfrido. Alla fin fine come qualsiasi “spettacolo della vita” che si rispetti, il pubblico gli ha riservato un caloroso applauso in standing ovation, come si fa con i grandi perché lui è stato – e rimane – tra questi!

